I clochard contro la droga

Un lunghissimo elenco, accompagnato da un arpeggio di chitarra elettrica,
di uomini e donne che non ci sono più, uccisi lentamente dall’eroina.
Hanno deciso di celebrare così la giornata mondiale contro la droga Maurizio Rotaris e i volontari di Sos Stazione centrale,
un associazione legata alla fondazione Exodus di Don Mazzi che da tempo si occupa di assistenza per quel popolo di disperati
che vive sulla strada e che ha trovato nella stazione di Milano il principale polo di gravitazione e a volte di rifugio.
E nella stessa sera in cui il nuovo divo del pop italico Cesare Cremonini si esibiva a Milano per gridare il suo no alla droga,
ben altra musica si suonava in Stazione Centrale. L’idea è semplice: trasformare gli spazi della Fondazione Exodus di Don Mazzi,
due stanzoni disadorni di fronte al terminale Milano-Malpensa, in piazza Luigi di Savoia, in un palcoscenico improvvisato
e «aperto» sulla strada, dal quale dare voce per una sera a chi di solito la voce non ce l’ha.
Clochard storici, ragazzi, spesso molto giovani, che vivono sulla strada i loro problemi di tossicodipendenza si sono ritrovati
a cantare un po’ ciò che capita, accompagnati dalle note della chitarra elettrica suonata dallo stesso Maurizio Rotaris,
responsabile di Sos stazione Centrale. I momenti di canto collettivo si sono alternati al recital intitolato significativamente
«Quelli che la droga», una satira amara del mondo che consuma «il sabato sera», con leggerezza e senza troppe preoccupazioni.
Qui il «popolo della stazione» tornava a diventare pubblico muto, confondendosi con i curiosi e i passanti
che si avvicinavano attirati dalla musica.
Al microfono, insieme con Maurizio Rotaris, anche il «poeta della strada» Marco Faggionato e il giornalista Fabrizio Cassinelli.
Racconta Francesco Bizzini, 21 anni, studente di filosofia e volontario da quattro mesi di Sos Stazione Centrale,
anche lui ieri sera ad ascoltare la musica e a cantare: « Finora ho quasi sempre fatto il turno notturno,
quello che dalle 21 va avanti fino alle 23. L’ora in cui finisce il lavoro di psicologi e assistenti sociali.
Sembrerà strano, ma le persone che la sera cercano rifugio in stazione vogliono da noi solo una cosa: parlare ed essere ascoltati».
Diana Fichera
Fonte: Corriere della Sera 27 giugno 2003