Alcuni brani tratti dal libro di Maurizio Rotaris
sulla Bar Boon Band edito da Grandi Stazioni SpA
Milano 2007
Pagina web di Maurizio Rotaris
Email: maurizio.rotaris@rcm.inet.it



IL RUMORE DEI POVERI

DA BARBONIA CITY ALLA STAZIONE CENTRALE
Storia di Maurizio Direttore artistico e musicista della Bar Boon Band

1981. I rumori del passato erano stati sostituiti dal silenzio catacombale dei loculi di clausura di massimo controllo delle sezioni di sicurezza.
Assenza di suoni rotta solo dal calpestio dei passi veloci degli anfibi degli agenti sui corridoi. Uomini avvezzi a muoversi in venti contro uno,addestrati ad essere bastardi fin dal grembo materno, sfoggiavano spranghe e manganelli animati in ferro, con i quali più d'una volta avevano rotto crani e arti, ossa e articolazioni.
Quel suono assomigliava al battito del cuore accelerato.
La notte il latrare dei cani da guardia nelle intercinte di alti murie filo spinato, pareva un vagito di bimbi, accompagnato dalla tenue ninna nanna di un autoblindo in assetto di guerra, armato di mitragliatrici,che senza sosta compiva, sferragliando lento, il perimetro del campo.
E io pensavo: pensavo se ne era valsa la pena, se c'era un prezzo umano per buttare via la vita lì dentro, o se non si fosse invece trattato di una tragica allucinazione collettiva, di un errore, quella svolta storica e politica, che aveva attraversato una generazione come una scheggia e dilaniato un paese, lasciato a sanguinare.
Ricominciai a suonare.
A volte il solo suono del respiro pareva amplificarsi, altre sembravache le mandate delle chiavi nella serratura della prima porta blindata fossero come un forcipe che ti prendeva alle tempie facendoti nascere in anticipo, lo sbattere della seconda porta blindata, come se quell'attrezzodi prima, ti avesse scaraventato con un tonfo in un cassonetto d'immondizia, come un neonato buttato via può sentire picchiandoci la testa.
Come essere richiusi in un sarcofago da vivi e le chiavi siano state sotterrate nel deserto. Come era nel pronostico per le nostre esistenze.
L'odio per i muri e per l'acciaio era intollerabile
Cemento e acciaio, ferro e cemento armato: muri alti e muri ancorapiù alti, grate, sbarre, filo spinato, cinte, porte blindate, intercinte,spioncini in ferro, tavoli di marmo, doghe d'acciaio saldate a brande cementate nel pavimento.
Era dura, difficilissimo far sopravvivere una scintilla di vita non vegetale.
Fra le brecce del cemento a volte cresceva abusivamente del muschio.
Da lontano, a volte, si sentiva arrivare il profumo di un mare che da qualche parte pur ci doveva ancora essere, d'inverno venivano i geloni,d'estate non c'era acqua, con temperature da altoforno.
Gran parte della giornata le porte blindate delle celle erano chiuse,ma in alcune ore era consentita la loro apertura e restava chiuso soloil cancello a dividerci l’uno dall'altro, aprendoci l'un l'altro sui corridoi vuoti e silenziosi.
Con la mia chitarra cercavo di suonare molto delicatamente per non disturbare gli altri detenuti, ma pian piano le mie dita si sentirono più sicure e iniziai a dedicare i miei suoni agli altri.
Scoprii una tendenza musicale verso il blues, soprattutto con accordi in minore, che non avevo mai conosciuto.
Mi mettevo col piede appoggiato sulle sbarre del cancello e provavo qualche nota e qualche accordo sul grande corridoio silenzioso.
Gli altri detenuti non sembravano rifiutare la mia musica e così proseguii per sere e lunghi giorni. Quelle note davano un po' di calore, anche se mi rendevo conto che usavo ancora sempre gli stessi accordi e producevo suoni certamente più complessi degli anni 60, ma in fondo sempre uguali.
D'altra parte l'ossessiva monotonia della vita in un carcere, non lasciava molto spazio alla fantasia e i molti ergastoli degli inquilini di quella sezione, erano difficili da interpretare in musica.
Regnava un silenzio sbigottito, una certezza apparente che quelle mura ci avrebbero avvolto per sempre.
Interiormente ognuno di noi faceva costanti esercizi per trovare qualcosa di vivo dentro di se ed io esternavo accordi e producevo suoni.
Nella mia tranquillità meditabonda, cercavo quelli che mi risuonavano dentro, perché ci sono note diverse per ognuno di noi che ci suonano diversamente nella pancia, in testa, nel cuore.