Storia e storie del terzo cd della Bar Boon Band
"Storie di strada, canzoni d'amore"

di Maurizio Rotaris dicembre 2007

Alla fine del 2005, dopo la pubblicazione del secondo cd della BBB "Fiori di strada", iniziammo a lavorare al terzo.
Nei nostri cd precedenti avevamo descritto il disagio, la realtà di essere in strada, situazioni vissute descritte nella loro fase compiuta. Ci venne l'idea di raccontare le situazioni che vengono prima, raccontare delle separazioni, degli abbandoni, delle rotture, dei rapporti difficili, delle storie d'amore finite bene e di quelle distrutte. Gli autori si sono dedicati quindi al racconto di quelle relazioni difficili (fra uomo e donna, fra genitori e figli, fra persone) che sono spesso alla radice di passaggi esistenziali che portano alla vita di strada. Oppure semplici storie d'amore di chi vive in difficoltà. Oppure semplicemente "relazioni difficili".
Abbiamo intitolato il cd "Storie di strada, canzoni d'amore".
Al cd hanno collaborato molti autori Elisa Ceglia, Marco Rossi, Diego Raiteri, Stefania Bassani, Gigi Geviti, Cesare Pedrotti, Massimo Fistetto, Pablo Coniglio, Victor Terminè, Mauro X, Ina Velleca.
Un centinaio le ore di sala di registrazione al Lorien Studio di Milano con il supporto di Luciano Chiarenza, fonico e tecnico audio, con una media di 5 ore per brano, molti brani non sono poi stati conclusi e alcuni sono stati per il momento archiviati.
Il risultato del terzo cd ha perfettamente rispettato le aspettative iniziali ed il tema che era stato proposto, snodandosi fra storie d'amore complesse, delusioni, abbandoni, rotture, rapporti difficili con i figli e relazioni affettive di chi vive in strada.
Musicalmente siamo cresciuti molto, non solo perchè abbiamo migliorato sotto l'aspetto tecnologico (dotando ad esempio tutte le chitarre di pickup esafonici collegati a sintetizzatori) ma anche per l'aspetto vocale ad esempio per i molti brani cantati da Elisa Ceglia e anche dagli altri autori, Marco Rossi, Gigi Geviti e Cesare Pedrotti e Diego Raiteri. Il finanziamento ottenuto dalla Fondazione Johnson & Johnson ha poi consentito di dedicare più tempo a registrazione e mixaggio oltre a migliorare la strumentazione. Nel frattempo siamo stati in RAI, su TV locali e sulla stampa, abbiamo pubblicato un libro sulla BBB, ci siamo esibiti in piazze vuote e teatri gremiti, a gratis e a pagamento, in centri commerciali e in dormitori, in stazioni e scuole e questa "macchina" difficile che è la Bar Boon Band è andata avanti, ma quello che è più importante è che alcuni degli autori in difficoltà, da questa esperienza hanno trovato soddisfazione e giovamento, la forza di uscire, di esprimersi, di esibirisi, di dare. Non sto a soffermarmi sugli aspetti terapeutici derivati dal fatto che persone in situazioni critiche, ritrovando forza e fiducia per esprimersi, abbiano, forse anche grazie a questa strana band, riconquistato un po' di autostima, ma mi soffermo sul fatto che il risultato dal punto di vista musicale, poetico, creativo ed artistico mi sembra ben riuscito.
Il cd propone 19 brani, dei quali 18 inediti. realizzati fra l'estate 2005 e l'autunno 2007.
Il cd è in offerta di beneficenza a partire da 5 € e metà del ricavato va direttamente ai senza tetto che lo distribuiscono in occasioni di feste, concerti o in strada.
Lo potete trovare a SOS Stazione Centrale, per strada attraverso i nostri distributori o richiederlo via email.
Vi propongo ora una parte del libro "il rumore dei poveri" che ne faceva parte, ma che non troverete sul libro e che è una intervista di Alessandro Maggi sul mio ruolo di direttore artistico e che spiega molto su questo gruppo.

Milano 2006
Intervista di Alessandro Maggi a Maurizio Rotaris, direttore artistico della BBB
Domanda: Cosa vuol dire essere l’art director della BBB ?

Tutto: conoscere gli artisti, ascoltare le loro storie, incentivarli a scrivere e a cantare, leggere i loro testi, selezionarli, discuterli, riflettere, ascoltarli dentro di me, metterli in musica, provare, registrare, organizzare gli eventi, promuoverli, tenere le pubbliche relazioni, fare le scalette degli spettacoli, litigare, tenere insieme il gruppo, contenere gli individualismi e le megalomanie, compresa la mia, gestire il palco, evitare che qualcuno ci si denudi sopra, mediare con i tecnici dei service esterni e dei backliner di palco che si incazzano quando dodici cantanti diversi vogliono fare tutti la prova audio, smontare gli strumenti e tutte le cose che fanno i musicisti poveri.

Domanda: Maurizio il progetto BBB è molto interessante, ma quali sono le difficoltà incontrate in questi anni nella conduzione artistica del progetto ? Non deve essere facile lavorare con persone che hanno problematiche gravi.

Innanzitutto posso dire che il complimento più bello che ho ricevuto in questi anni è stato quello di un giornalista che quando siamo scesi dal palco di Piazza Duomo a Milano, mi ha detto: “bravo Maurizio ce l’hai fatta a portare la BBB fin qui, deve essere stata dura, complimenti”. Per una volta gli ultimi erano stati i primi.
Le soddisfazioni sono certamente superiori alle frustrazioni che derivano dall’organizzare e dirigere un gruppo di persone in difficoltà, complesse e difficili.
Certo le difficoltà pesano moltissimo anche perché i protagonisti del BB sono spesso gli stessi frequentatori dell’SOS Stazione Centrale, che io dirigo. Servizio con il quale hanno o hanno avuto un rapporto quotidiano di aiuto e assistenza. Quindi non è solo un rapporto musicale, ma anche una relazione d’aiuto. Non è un rapporto saltuario, ma spesso costante e quotidiano che mette in gioco i rapporti fra l’art director, che è anche il responsabile del centro di aiuto e gli artisti che sono anche gli stessi clienti del servizio.
Le difficoltà non sono quindi relative solo alla sfera del gruppo musicale, ma sono relative anche e soprattutto alla sfera complessiva dei problemi delle persone che a SOS chiedono aiuto e assistenza per le loro difficoltà e i loro disagi. Non si tratta solo di un rapporto fra me, l’art director musicale, che riceve i lavori, legge i testi, prova i pezzi, compone e arrangia le canzoni, ma di una sfera più complessiva dove quelle stesse persone che scrivono, compongono, cantano e suonano, si rivolgono a me per tutti i loro bisogni: l’ascolto, il counseling, l’orientamento, l’ideazione di percorsi per migliorare la loro vita, il sostegno nel realizzare obiettivi di riabilitazione con tutte le difficoltà e non sempre i successi e i finali positivi di questo lavoro.

Domanda: ci puoi fare qualche esempio concreto nell’esperienza del gruppo ?

L’esperienza con Marco Faggionato, per esempio, fu un’esperienza bellissima, con un coinvolgimento reciproco che poteva sfociare in una bellissima e duratura amicizia, come è stato per anni nel rapporto che SOS ha svolto per Marco quando si trovava in condizioni di profondo disagio. Il sostegno che gli è stato dato per riuscire a tirarsi fuori dalla sua condizione di emarginazione estrema, il lavoro d’insieme che era stato fatto nei primi anni della BBB. Ma è “pazzo” e purtroppo successivamente sono emersi tutta una serie di problemi relativi innanzitutto alle diverse condizioni materiali ed economiche che vivevamo. Io avevo un lavoro e uno stipendio, una casa, una famiglia e in fondo l’esperienza della BBB seppur con molta passione, è un’attività che svolgo gratuitamente nel totale spirito di volontarismo perché credo nel progetto. Diversamente per Marco,  che pur con il suo entusiasmo e la passione con la quale partecipava al BBB, alle spalle aveva ancora una vita di strada e certo non poteva risolvere i suoi problemi  e i suoi disagi materiali scrivendo poesie per il gruppo. Lo capisco benissimo. Da qui nasceva per esempio l’esigenza per Marco di monetizzare, avere un utile dall’attività che svolgeva con noi, di riuscire a recuperare dei soldi per le sue performance e per la cessione dei suoi testi. D’altra parte con altre organizzazioni d’aiuto, riviste e giornali, riusciva a raggranellare qualcosa in cambio delle poesie che cedeva. Diversamente la BBB non aveva nessun budget ed era nata su puro spirito volontaristico, non poteva permettersi di pagare gli autori e chiedeva ai collaboratori indigenti un contributo con lo stesso spirito. Questa mancanza di incentivi dal punto di vista di un minimo ritorno remunerativo, ovviamente ha pesato e pesa molto sulla continuità della collaborazione di molti artisti che hanno bisogni materiali primari da soddisfare in primo luogo. Con Marco questa condizione è diventata stridente e la sua pur giusta ma non soddisfabile rivendicazione, creò un clima relazionale insopportabile. Quei pochi soldi che si riusciva a recuperare in beneficenze o vendite di materiali di SOS, d’altra parte servivano a mantenere l’organizzazione dello spettacolo nel suo insieme, dalla strumentazione ai costi vivi che non potevano nemmeno ricadere sui volontari stessi.
D’altra parte la mia scelta di continuare a suonare con e per i clochard, nei loro luoghi, nelle stazioni, nei dormitori, non mi faceva prevedere che avremmo potuto avere un pubblico pagante o offerte di beneficenza che andassero a ricompensare gli artisti per gli spettacoli.
Così piano piano la relazione fra me e Marco si andò ad incrinare in un quotidiano battibecco che diventava logorante e insostenibile, sia per lo stress che causava a Marco, sia per la stanchezza che provocava a me.
Ci siamo lasciati comunque, e siamo andati ognuno per la propria strada, con un buon rapporto di collaborazione: spesso lo invito agli spettacoli della BBB e devo dire che da quando Marco si è staccato da noi ci ha guadagnato in forza e autonomia, riuscendo a realizzare da solo numerose cose interessanti: dagli spettacoli che organizza con l’accompagnamento di Diego e dai quali riesce a recuperare ogni volta dei soldi, alle sue collaborazioni musicali e ai libri che ha pubblicato.
Penso che in questi anni abbiamo fatto molte cose per lui, dandogli una grossa mano per affrontare e risolvere molti dei problemi della sua vita e certo quindici anni del suo rapporto con SOS non sono pochi. Inoltre anche rispetto alle sue attività artistiche l’abbiamo sempre sostenuto, sia promuovendolo su tutti i canali di comunicazione, sia dandogli sempre una mano quando aveva bisogno. Quindi credo che l’esito finale sia più che positivo ora che lui ha preso una strada da solo, che porta avanti in completa autonomia per realizzare i suoi progetti e le sue aspettative. Anzi credo che il suo distacco dalla BBB gli abbia dato forza e l’abbia rinsaldato nelle sue capacità.

Un altro esempio di relazione difficile e problematica nella BBB è sicuramente quello che si è verificato con Marco Rossi, una persona che ancora purtroppo, a volte eccede nel bere e con il quale a volte è stato difficile mantenere una relazione equilibrata. In alcune occasioni e spettacoli per esempio la situazione è stata davvero difficile quando lui con un tasso alcolico eccessivo, pretendeva a tutti i costi di suonare, senza riuscire a fare gli accordi, di esibirsi nonostante che già dalle prime strofe di canto ci eravamo resi conto che non era in grado neanche di stare in piedi e di concludere i suoi pezzi. L’applauso finale del pubblico, a quei suoi pezzi deturpati, mi sembrava nella sua ironia consolatoria, peggiore di uno schiaffo in faccia, più dannoso dei prolungati fischi che si sarebbe meritato e che, quelli si, gli sarebbero serviti di più. Una volta vedendolo arrivare già barcollante gli dissi: “il pezzo te lo suono io, tu vedi se riesci solo a cantarlo”. Non ci riuscì perché era così sbronzo che aveva impregnato di odore di alcol persino le membrane del microfono di sambuca e Tavernello. Presi la decisione estrema: smisi di suonare di colpo dopo la prima strofa e lo invitai a scendere dal palco. Non avrei sopportato quegli applausi melensi e quegli occhi di chi compiange un disgraziato: mi sembravano un insulto peggiore verso di lui. Se ne andò urlandomi “Bastardo stavo cantando bene”. E lo spettacolo andò avanti “The show must goes on”. Non lo vidi per tre giorni.
Quando tornò non ci rappacificammo, anche perché quell’episodio era l’ultimo di una serie di molti altri accaduti in precedenza, che mi facevano fortemente dubitare sull’interesse di Marco per la band. In una occasione aveva venduto per pochi soldi le chitarre che ci servivano per provare. Strumenti da pochi soldi e rivenduti per ancor meno, ma era il gesto che contava. Non era solo il fatto che le chitarre erano mie, ma mi sembrava che il suo comportamento mettesse fortemente in dubbio la sua appartenenza al gruppo, oltre al rompersi di un rapporto di fiducia personale. Decisi di tenere un comportamento duro e gli dissi che in quelle condizioni non avrebbe più suonato in pubblico con noi, fino a che non si fosse staccato dall’alcol, che induceva questi suoi comportamenti squilibrati. Lui dapprima mi rispose a muso duro, poi dopo un’esplosione di disperazione, piano piano, anche grazie a Stefania che gli stava sempre vicino, diminuì col bere, ritrovò una dimensione di equilibrio e fece molte cose buone anche per se stesso. Si rimise in gioco e lavorò molto per rifarsi. Lo misi allo prova più volte e quando meno se lo aspettava gli ridiedi una figura e responsabilità di primo piano per la band, come quella di rappresentarci in numerosi spettacoli televisivi. Ritrovammo equilibrio e accordo e spero che quel periodo negativo sia superato.

Un’altra condizione di difficoltà più generale che ho trovato nel lavoro di gestione della BBB è la frequente situazione di instabilità degli appartenenti al gruppo. Un’instabilità derivata dalle loro condizioni oggettive di vita, ma anche soprattutto dal loro stato di salute a volte compromesso da malattie gravi rispetto alle quali è difficile prevedere con regolarità la loro partecipazione ai vari appuntamenti del gruppo: una volta uno è ricoverato in ospedale, l’altra è in terapia, l’altra ancora è in un brutto periodo. La variabilità delle loro vite è inoltre un fattore di indeterminazione  molto alto: per uno il carcere, per un altro lo spostamento da Milano, magari anche in chiave positiva perché ha trovato un lavoro altrove, per un altro ancora il ritorno in strutture riabilitative.
In questo contesto la band ha sempre una forma e una composizione fluttuante e variabile, potendo contare su un piccolo nucleo di persone intorno al quale ruotano via persone varie.
Un esempio limite in questo senso è l’avvicinamento alla band di Giovanni Redaelli, batterista senza tetto che viveva in un garage vicino a Piazzale Loreto. Dopo mesi di prove e un suo grosso coinvolgimento finisce travolto in un incidente sotto una macchina con mesi e mesi di ospedale con entrambe le gambe rotte. Dopo aver ottenuto in mesi di prove un buon affiatamento, questo evento fu per lui e per il gruppo una vera disgrazia.
A volte invece sono semplici momenti di ebbrezza derivati da abuso alcolico a compromettere le loro esibizioni e a creare problemi negli spettacoli. Il tasso alcolico porta ad improvvisazioni non sempre azzeccate sul palco e che sono difficili da contenere.

Domanda: sono stato a molti spettacoli della BBB e mi sono chiesto: come fate a suonare in quelle situazioni di confusione ?

Gli aspetti difficili nella gestione di un gruppo così complesso ovviamente si sono manifestati con molte persone e nella stragrande maggioranza degli spettacoli della BBB, dove c’è sempre un gran casino.
Gli spettacoli sono innanzitutto difficili da gestire poiché in ambienti piccoli, spesso senza un palco, in un alcune occasioni ci siamo trovati di fronte a situazioni di persone completamente alterate dall’uso di alcolici o stupefacenti che volevano a tutti i costi cantare e intervenire nello spettacolo. Nonostante gli sforzi dei volontari e del servizio di cortesia spesso messo a disposizione dai City Angels, queste situazioni di confusione non consentivano agli artisti di esibirsi con la necessaria concentrazione. Ho provato a suonare e cantare avendo a mezzo metro davanti a me un ubriaco che per tre pezzi consecutivi mi urlava che voleva cantare una canzone di Vasco Rossi.
Ma sono spesso anche gli stessi artisti che si esibiscono a creare confusione, muovendosi nello spazio ove si suona, parlando, urlando, agitandosi, voltando le spalle al pubblico, improvvisando pezzi fuori dalla scaletta che pure preparo meticolosamente ogni volta, scegliendo i brani e i tempi a seconda anche del luogo e dall’ambiente nel quale ci esibiamo. Non siamo animali da palcoscenico e la presenza scenica non è programmata, così se già nella sala c’è confusione e nello spazio ove ci si esibisce si crea confusione, va tutto in tilt. Il nostro repertorio richiede in alcuni spazi molta concentrazione sui testi e sull’interpretazione, a volte se non c’è la concentrazione necessaria, anche brani belli sono da buttare nel cesso.

La dimensione più problematica nella conduzione artistica del gruppo è relativa alle prove perché per tanti motivi quelle che facciamo in sala sono poche: molti dei nostri artisti ad esempio rientrano molto presto la sera nei dormitori che li accolgono, altri farebbero fatica a gestire un piatto di minestra in una mensa serale e un cartone in terra come piumone la notte, con un’allegra serata di prove in studio. Ecco quindi che lo spazio più frequente che utilizziamo per provare è lo stesso centro SOS o le scalinate della stazione. Nel centro SOS ci è capitato di provare in un ambiente molto ristretto di quaranta metri quadri dove contemporaneamente si assiepavano altre decine di persone venute al centro per tutt’altri motivi. Ciononostante, pur nella dimensione caotica e confusa di uno spazio inadatto a concentrarsi seriamente nel suonare e nel canto, si sono creati spesso momenti bellissimi d’insieme, dove il più spesso delle volte tutti vengono coinvolti a cantare. Nonostante queste difficoltà si può dire che i membri del gruppo acquisiscono nel tempo un maggiore affiatamento e riescono a costruire i testi, gli arrangiamenti, a trovare le ritmiche, amalgamare le voci, aggiustare i brani e questo è forse anche il bello di questo contesto.

Domanda: ma cosa sognavi all’inizio dell’esperienza della BBB ?

In fondo quando ho iniziato questo progetto pensavo a una specie di sottofondo musicale che facesse parte e servisse e si adattasse alle condizioni di vita delle persone che si incontravano nel centro SOS, come se la musica fosse una colonna sonora integrata al centro, rispecchiasse le situazioni che c’erano dentro, si adattasse al vissuto delle persone presenti, esprimesse o stimolasse i loro sentimenti e le loro sensazioni.
Mi era capitato in altre circostanze, per esempio facendo blues attraverso il cancello di una porta di una cella che si affacciava sul corridoio di una sezione di sicurezza. Ogni ospite di quelle celle singole aveva molto rispetto dell’altro, si tendeva sempre a non disturbarsi a vicenda, i volumi delle televisioni erano sempre bassi per non disturbare il vicino e quindi anch’io suonavo sempre molto piano. Ma una sera decidendo di suonare anche per gli altri, senza che me lo avessero chiesto, mi posi innanzitutto il problema di trovare dei suoni che non li intristissero, o viceversa che non cozzassero per tonalità e ritmi allegri con quella dimensione che era comunque molto dura e sofferta. Fu una bella esperienza e seppure non ricevetti mai un grazie, nemmeno nessuno mi disse mai di smetterla. Forse semplicemente mi sopportavano, ma non credo sia stato così perché poi nelle poche ore di socialità insieme organizzammo un corso di chitarra e vennero in molti.
Ci fu poi l’esperienza di Exodus, suonando e cantando insieme ai ragazzi e alle ragazze ospiti delle comunità di don Mazzi. Non era un semplice suonare la sera per trascorrere la serata intrattenendoli con la musica, ma era la ricerca di quelle canzoni che meglio si adattavano alla loro situazione di giovani alla ricerca di una dimensione fuori dalla droga.
Per SOS sognavo e continuo a sognare di riuscire ad ottenere una musicalità e dei testi che si adattino a quell’ambiente ed alle situazioni delle persone. Questo a volte è molto semplice poiché sono loro stessi a comporre testi e musica, a volte semplici sonorità; più spesso la dimensione sonora è di un continuo urlo e di un dialogare a voce altissima che è caratteristico delle persone che si vogliono fare sentire forte. Tentare di introdurre in questi contesti elementi sonori dolci e rilassanti non ha effetto poiché quei suoni non rispecchiano lo stato d’animo dei presenti, a volte agitato, a volte disperato, a volte urlato. L’introduzione di musiche che hanno tendenzialmente una funzione di relax non ha esito, poiché quasi immediatamente, forse in base alla reazione allo stimolo di rilassamento i toni delle voci e del vociare si alzano. Mi sembrano reazioni normali in persone che a causa delle loro condizioni di vita di rado si rilassano … certo non nel precario sonno di un dormitorio o di una panchina.
Pensavo di riuscire a costruire delle basi musicali che rispecchiassero l’ambiente della vita di strada, non solo per i contenuti dei testi ma anche nella costruzione del suono giusto per questa dimensione: per mia esperienza l’unione del testo cantato forte e graffiante con una dimensione melodica a volte dura ma capace di stimolare i sentimenti di dolcezza e di nostalgia e il ricordo, mi sono sembrati i più adatti. Il deelay tirato all’infinito mi ha sempre dato poi quella sensazione di ripetizione ossessiva che assomiglia alle situazioni compulsive della dipendenza

Domanda: molte delle vostre composizioni hanno una vena molto triste e sembra non trasmettano segnali positivi.

Non è vero abbiamo fatto molti testi e canzoni che parlano di sentimenti positivi, di speranze, di sogni di vita migliore, ma certo, essendo tutti i giorni calati in una realtà a contatto con la vita di strada, del disagio e della sofferenza è inevitabile che le nostre composizioni abbiano una profonda vena di tristezza e amarezza. Molte volte scendendo dal palco ci siamo sentiti dire da giornalisti o spettatori “certo che la vostra musica è veramente triste”. Io non credo sia così e le nostre canzoni parlano da sole, ma mi è sempre venuto da rispondere “certo che noi non esprimiamo vite felici e non possiamo rispecchiare una realtà diversa da quella che viviamo tutti i giorni.” C’è poco da stare allegri: se vogliamo rappresentare la mortalità per overdose da droga o da cirrosi epatica, se siamo straziati perché ci è morto un amico di Aids, certo non possiamo farlo con la disco dance e ci viene difficile costruirci sopra una musicalità ballabile.
Ci sono cose a contatto con questa realtà che ti entrano dentro e cercare di esprimerle in musica è un modo per tirarle fuori. Ce ne sono alcune molto forti che è difficile gestire interiormente: la malattia mortale, il lutto, il suicidio, il degrado estremo, la perdita dell’identità e della ragione.
Purtroppo musicalmente al giorno d’oggi questi fenomeni avvengono: ho ascoltato una versione della “Sedia di lillà” di Alberto Fortis, che è una canzone bellissima e toccante, fatta in modo disco dance. L’effetto che mi ha prodotto è stato ancor più tragico dello stesso testo di Alberto.
La ricerca del leit motiv che rispecchi e rappresenti un luogo come l’SOS non l’ho ancora conclusa, ma penso che con il tempo, il lavoro calato dentro questa realtà e il contributo diretto dei nostri amici riusciremo a trovare il vero sound, “il rumore dei poveri” (come l’ha chiamato il nostro amico regista Fabrizio Parenti che ringrazio per il titolo di questo libro) di questo pezzo di Milano.

Domanda: ascoltando i vostri concerti e i cd si ha l’impressione che ci siano stili e anime molto diverse nella BBB. Come la vedi tu e quanto conta il lavoro di gruppo ?

Sempre più la BBB assomiglia a un festival di autori e stili diversi. E’ giusto sia così. Non è possibile omogeneizzare e amalgamare con un unico sound i vari autori della BBB. La mia anima musicale è decisamente orientata al rock progressivo con il quale ad esempio mi sono espresso in molte basi del primo cd, con la Fender Stratocaster e il deelay tirato a manetta, ma soprattutto mi piace la ritmica del rock. Le mie canzoni sono in gran parte quelle di denuncia sociale. Diego è un cantautore acustico dolce e sottile e, soprattutto dal vivo, la sua inconfondibile armonica dà un tocco eccezionale alle ballate. Accompagnarlo con la mia chitarra solista mi provoca una grande gioia perché le sue composizioni sono aperte, fluide e lasciano un grande spazio espressivo. Emanuele costruisce delle composizioni musicali complesse e ricche, sui testi di Barbara Rosenberg, e hanno entrambi una sensibilità eccezionale.
Marco Rossi ha l’impronta tipica della musica leggera melodica italiana anni 60/70 ed è difficile modificare il giro semplice, ma efficace, che ha scritto. Cesare Pedrotti è un grande artista eclettico ed estroso, ha una vocalità con toni altissimi e irraggiungibili. Nelle esibizioni live interpreta sempre i suoi pezzi in modo diverso e per noi che gli stiamo dietro con la musica, è sempre un po’ difficile, ma quando riusciamo a trovare un accordo sulle battute è bellissimo accompagnarlo.
Gigi Geviti è certamente la persona con la quale maggiormente ho lavorato nella parte musicale dopo che lui aveva buttato giù i testi e insieme li avevamo elaborati. La semplicità, mi sembra sia la cosa che contraddistingue tutti i nostri lavori. Anche se stiamo raccontando cose molto complesse e difficili cerchiamo di tradurle in un linguaggio comprensibile, non sempre direi troppo immediato, perché ci piace l’idea che i testi siano occasione di riflessione sui contenuti dei messaggi che contengono, piuttosto che produrre testi con linguaggi immediati o a sensazioni che hanno certo maggior presa, ma dei quali ti chiederesti “che senso hanno” ?
Gli autori comunque in gran parte costruiscono ed elaborano da soli le composizioni e quindi è poi difficile modificarle per come sono state pensate e per come devono essere eseguite e interpretate.
Certo i lavori prodotti a più mani nel lavoro di gruppo fra più autori, sono quelli che danno maggiore soddisfazione.
Ma una delle vere difficoltà sotto il profilo musicale per la band è il fatto che nella situazione di instabilità che abbiamo sopra descritto, non siamo ancora riusciti a consolidare una base minima ritmica di strumentisti che possano sostenere del tutto le esibizioni live. Potremmo optare di porre al centro la voce e accompagnarla solo con uno due strumenti (ho appena preso anche un sintetizzatore da chitarra che ha grosse potenzialità) o fare musica solo acustica, ma questo va bene in ambienti ristretti dove c’è concentrazione, non su palchi in piazza con persone casuali che vogliono il ritmo. Per questo motivo abbiamo dovuto a volte utilizzare una base di batteria elettronica, più persone si sono alternate al basso e per alcuni brani abbiamo dovuto ricorrere al playback della parte strumentale.
E’ pur vero che la musica della BBB potrebbe essere eseguita dal vivo con il semplice ausilio di due chitarre e le voci, ma se questo può andare bene in ambienti ristretti con i gruppi di ascoltatori affezionati che ci seguono, nel concerto live all’aperto, nella grande piazza, con un pubblico eterogeneo è necessario a mio avviso un impianto ritmico più coinvolgente.
La mia visione musicale della ritmica non vede molto più di due chitarre, un basso, la batteria e le voci. Fa parte di quella cultura musicale semplice che mi è derivata dagli anni 60, dalla semplicità di quell’impianto ritmico che vedeva coniugare il minimo di strumentisti sul palco con il massimo della resa strumentale ed interpretativa … ed Hendrix da questo punto di vista era il massimo con una band di tre elementi, lui compreso.

Domanda: le vostre canzoni sono molto semplici, sia nei testi, come nelle basi musicali e mi hai già risposto, ma esiste una, diciamo, linea editoriale nella selezione e nella produzione dei vostri brani ?

Crediamo che al di là delle sofisticazioni tecnologiche che vanno per la maggiore nella musica odierna, esista una dimensione più importante che riguarda il contenuto dei testi.
Certo le nostre basi musicali e le composizioni sono spesso molto semplici: in fondo nessuno dei componenti della BBB è un professionista, ma siamo orgogliosi di fare e di aver fatto musica in totale povertà, anche se non credo di essere presuntuoso nel credere che molti dei nostri brani potrebbero adattarsi ad arrangiamenti più complessi e concertistici.
D’altra parte ripeto, la semplicità è un ideale da seguire soprattutto oggi quando troviamo molto tecnicismo e poco contenuto. Dalla musica d’avanguardia alla musica leggera, troviamo il massimo dell’espressione tecnologica e dell’arrangiamento sofisticato, unito alla scarsità dei contenuti.
Onestamente preferiamo fare musica semplice, riproducibile con facilità e con qualche contenuto.
La critica che ci può arrivare come è successo di essere musicalmente poveri, non può che farci piacere e va certamente bene così. Se poi non siamo d’avanguardia e ci si può definire retrò, o al limite arretrati, va sempre bene così. Ci basta produrre testi fortemente densi e pregnanti di contenuto, appoggiandoli a delle composizioni musicali degne.
Questo ci basta.
Circa le scelte editoriali e la selezione che opero dei testi che mi arrivano dalle molte persone che scrivono, direi che è vero: opero delle scelte. La BBB vuole essere una realtà musicale che se produce testi che rispecchiano realtà difficili, vuole mantenere, oltre all’aspetto della denuncia sociale, oltre al racconto di mondi molto particolari, uno sguardo positivo sull’esistenza. Un messaggio di speranza e di vita. Se volessimo fare i cantori dell’inferno credo che potremmo essere fra i più bravi a raccontare e a mettere in musica il peggio del pulp, dell’estrema nefandezza del mondo, degli abissi dell’anima e dei fondi di barile della vita. Esperienze di anni a contatto con grandi disperazioni umane, o l’averle vissute in prima persona ci potrebbero certamente candidare all’Oscar dei cantori e maestri dell’orrido e ci riusciremmo benissimo. Ma tutti i nostri sforzi, i miei nella selezione, degli artisti, pur spesso nella loro condizione, sono quelli di produrre speranza, sentimenti e valori positivi. Nonostante tutto.
Mi sono trovato davanti testi scritti negativi ad esempio con una forte pulsione suicidiaria, così come altri pregni del desiderio di morte, oppure più semplicemente inneggianti al consumo di sostanze nocive e non li ho ritenuti adatti al messaggio ed al repertorio della BBB.
Quel bicchiere mezzo vuoto, non è solo mezzo pieno, ma è soprattutto nella testimonianza diretta di chi si trova in condizioni di grave disagio che si afferma la possibilità di uscire e di credere in forze positive che nascono e crescono, pulsioni di speranze e di sentimenti.
Se avessimo voluto perseguire un’immagine e un messaggio che descrivesse e spettacolarizzasse il peggio del mondo saremmo riusciti a fare un teatro dell’orrido meraviglioso e senza concorrenti. Forse sarebbe piaciuto di questi tempi decisamente pulp. Ma era troppo facile.
Più difficile invece è conoscere e descrivere gli aspetti del bene e del buono, le scintille di vita e di voglia di vivere che sopravvivono e indicano la strada della risalita, nell’uscita dall’incubo, nel recupero delle forze, nella fiducia e nella speranza. Nonostante tutto.

Domanda: quali sono i progetti della BBB per il futuro ?

Una cosa sulla quale mi sono trovato a riflettere in questi anni con altri componenti del gruppo è stata la nostra rappresentazione di realtà estreme che in fondo potevano trovare chiavi di lettura, crinali di disagi minori, attraverso altre esperienze di vita. Noi in fondo abbiamo raccontato la povertà estrema, ma quale è la linea di confine fra un uomo che vive in mezzo alla strada e un altro che pur avendo ancora quattro muri intorno è entrato in una soglia di povertà ? Abbiamo raccontato delle estreme conseguenze dell’uso di droga e di alcol, con la morte e la malattia, ma quanti ancora si trovano in mezzo al guado e su un percorso difficile ? Abbiamo rappresentato solitudini estreme e abbandoni totali, ma quanti si ritrovano, con un quadro seppur meno desolante ed estremo, a fare i conti nella loro vita quotidiana con questi problemi ? Abbiamo raccontato di un mondo ai limiti usando i nostri occhi e la nostra esperienza, ma quel mondo estremo ha radici profonde e quei disagi e quei malesseri si trovano ovunque. La cerniera di separazione andrà abbattuta. Forse una chiave di lettura, di facilitazione e di avvicinamento alla comprensione di quei mali estremi è l’avvicinare di più la nostra sensibilità a quei mali e a quei dolori dei quali purtroppo soffrono più ampi strati di popolazione vulnerabili e a rischio. Ciò renderebbe forse più riconoscibili e vicine le tragedie estreme che finora abbiamo messo in musica e poesia, anche a chi le considera rappresentazioni di un altro mondo. Un’altra cosa sulla quale ho riflettuto è che noi abbiamo sempre espresso il disagio adulto, ma forse sarebbe un bel messaggio il riuscire a fare qualche passo indietro e raccontare anche le fonti di partenza, le difficoltà dell’adolescenza, i problemi dell’infanzia, sarebbe ancor più utile anche per i giovani che mancano a mio avviso, fortemente, di punti di riferimento.
Abbiamo certo progetti concreti: un documentario sulla nostra esperienza, il terzo cd, ovviamente questo libro e il progetto di un teatro ….

Domanda: e tu Maurizio cosa ti aspetti dal tuo futuro musicale  ?

Io spero di poter continuare a fare musica con le persone che sono in difficoltà, di veder premiato il progetto BBB dandogli una stabilità economica, una continuità nel tempo e quella dignità culturale che secondo me merita.
Vorrei continuare a lavorare con la musica per costruire insieme relazioni, ascoltare e leggere le loro prose, le poesie, le canzoni e soprattutto vorrei dedicarmi solo a questo negli anni della vecchiaia che mi aspettano.
E poi, meglio di me l’ha già scritto Siro Rona in “Niente dal futuro”: “io non voglio niente, niente dal futuro, mi basta soltanto sapere che c’è qualcuno che si ricordi ancora di me, qualcuno che ti parli un po’ di me”. Vorrei certo essere riuscito in tutti questi anni ad annullare tutte quelle differenze che pure mi appartengono, ma che pure non mi differenziano, più di tanto, da un altro.
Questo è il vero bagno di folla, questa è l’appartenenza vera che ci fa sentire tutti meno soli: il riconoscerci umilmente nell’umanità: qualunque essa sia.
Io son partito dagli ultimi, certo, e vi ho raccontato la nostra esperienza musicale e umana. Una parte dove stanno tante disperazioni, ma, speriamo di esserci riusciti, anche tante speranze.
E poi vorrei un giorno suonare in una grande valle con un eco naturale, con grandi amplificatori: vicino al cielo.
Mi basterebbe anche la montagnetta di San Siro o quella del Parco Lambro. Minimo 15000 watt però li voglio.