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  Thursday 26 March 2009 18:45:57  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Parashą Va-Ikrą (28 marzo 2009)

 
To:
Ebraismo   Ebraismo
 
3 Nissan 5769 - 28 marzo 2009
Parashà Va-Ikrà
Levitico, 1:1-5:26

Haftarà: da Isaia, 43:21-44:23.

Con questa Parashà ha inizio il libro del Levitico (in ebraico Va-Ikrà, ossia E disse, perché le prime parole del testo dicono:
1 Il Signore chiamò Mosè e dalla tenda del convegno gli disse: 2 «Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando uno di voi vorrà fare un'offerta al Signore, offrirete bestiame grosso o minuto. [...]
RAV RICCARDO PACIFICI - DISCORSI SULLA TORÀ
XXIV
VAJKRÀ
(Levitico I - V)
Con la Parashà di oggi si inizia il libro della Torà che ha per nome Vajkrà, ma che nel linguaggio rabbinico si chiama Torath Cohanim. Esso segue logicamente agli altri due: dopo aver infatti parlato delle origini del popolo, della sua liberazione, della promulgazione della Torà, della Costruzione del Santuario, simbolo e centro della vita religiosa di Israele, è naturale che la Torà parli delle leggi che presiedono alla vita di questo Santuario e dei sacerdoti che vi sono preposti. Si tratta in altri termini delle leggi del cerimoniale religioso su cui doveva imperniarsi la vita religiosa di Israele: queste leggi, le leggi del Santuario, le leggi dei sacerdoti, rappresentano il modo con cui allora si dovevano manifestare esteriormente i rapporti tra l'uomo e Dio: sono leggi che concernono i vari modi, le varie condizioni in cui l'uomo, l'individuo e il popolo possono venire a trovarsi nei confronti di Dio; sia l'individuo che la Comunità o i rappresentanti di essa, cioè i capi, i principi delle tribù e gli stessi sacerdoti. Si tratta di contemplare le varie condizioni della vita religiosa, sia che un individuo venga a mancare involontariamente o volontariamente a una delle norme della Torà, sia che si renda impuro e debba ritornare allo stato suo di purezza, sia che si presenti un'offerta di omaggio e di gradimento al Signore, sia infine per tanti altri casi che troppo lungo sarebbe esporre.
In genere queste varie condizioni comportano l'esecuzione di atti e di sacrifici, le cui modalità sono minuziosamente dettate dalla Torà. A chi legga questa pagina della Torà, sembra di trovarsi lontano dal proprio sentimento religioso, sembra di leggere cose aride e che non parlano al cuore: l'impressione può essere giustificata. Ma bisogna pensare all'abisso che separa noi dalla religiosità dei nostri avi, bisogna sapere che noi quasi sempre siamo spiritualmente molto lontani dal significato della Torà, bisogna sapere che l'uomo antico o l'ebreo antico aveva tutto un altro animus religioso e che anche le leggi dei sacrifici e delle offerte vanno considerate nel quadro della forza religiosa di allora. I sacrifici erano i segni esterni di grandi linee e soprattutto di grandi volontà tutte tese verso il divino; erano soltanto modi esterni di manifestare stati d'animo interni, non erano atti cerimoniali privi di contenuto; erano atti che miravano a un fine superiore, erano elementi vitali in funzione di un'idea superiore. Come in sostanza il nostro corpo, il nostro organismo umano compie degli atti che tendono a un fine superiore, ed ogni singolo membro non è che elemento per far funzionare tutto l'organismo, così nel servizio sacro ogni elemento è subordinato a un fine superiore, che è quello di avvicinare il singolo e la comunità a Dio.
Questo è il significato della vita del Santuario in genere e dei sacrifici in ispecie: il sacrificio anzi rappresenta l'idea di dedicare lo spirito ed il corpo a Dio: il corpo è rappresentato dall'animale; se non c'è la dedizione dello spirito e la volontà di servire Dio in unità, allora il sacrificio resta svuotato. Questo spiega la lotta dei profeti contro i sacrifici divenuti pratiche senza sentimento. I profeti rivendicano il principio animatore, rivendicano la restaurazione della volontà e del principio morale: essi proclamano che Dio non ha bisogno di sacrifici e di animali, che l'offrire questi senza lo spirito, senza l'adempimento della volontà religiosa, è offesa a Dio e lottano per affermare il principio della religiosità pura contro la pratica rituale divenuta priva di sentimento: " Forse che il Signore desidera olocausti e sacrifici come Egli desidera che Gli si dia retta? Anzi ascoltare è meglio che sacrificare, obbedire meglio che offrire grasso di montoni " (I Samuele XV, 22). Oppure Amos che dice: " io odio, disprezzo le vostre feste " (Amos V, 21).
Qui è il sentimento morale che viene solennemente riaffermato: il sacrificio deve rappresentare l'unità assoluta dello sforzo religioso; quando il sacrificio materiale non è possibile, perché Israele non ha il suo Tempio, non ha il suo Santuario, resta sempre a Israele l'idea.
È quello che è accaduto da due mila anni: non ci sono stati più sacrifici, ma già un profeta aveva detto: " Prendete con voi de!le parole e tornate all’Eterno! Ditegli. "Perdona tutta l'iniquità e accetta questo bene: e noi t'offriremo invece di giovenchi, l’offerta di lode delle nostre labbra" (Osea XIV, 3).
Vi sono le nostre labbra, vi sono i nostri cuori, noi possiamo ancora raggiungere il fine supremo, noi possiamo ancora innalzarci; noi possiamo ancora elevare il nostro pensiero e le anime verso l'Assoluto; noi possiamo ancora ristabilire l'equilibrio turbato della nostra coscienza; le nostre parole, i nostri sentimenti, i sacrifici della nostra vita possono ancora farci salire dalla terra verso i cieli.




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