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  Friday 1 May 2009 11:39:09  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Parashą Aharč moth-Kedoshim (2 maggio 2009)

 
To:
Ebraismo   Ebraismo
 
8  Iyar 5769 - 2 maggio 2009
Parashà Aharè moth- Kedoshim
Come la volta precedente, si tratta di due Parashot lette nel corso della medesima settimana:
la Parashà Aharè moth è tratta dal
Levitico, 16:01-18:30.
la Parashà Kedoshim è tratta dal
Levitico, 19:1-20:27.

Haftarà di Aharè moth:
Ezechiele, 22:1-16
Haftarà di Kedoshim:
rito italiano e spagnolo: Ezechiele, 20:1-20.
rito tedesco: Amos, 9:7-15.




Tratto da www.torah.it


http://digilander.libero.it/parasha/discorsi/RP28.htm

RAV RICCARDO PACIFICI - DISCORSI SULLA TORÀ
XXIX
ACHARÈ MOTH
(Levitico XVI - XVIII)
..................................................................................
La lezione sabbatica odierna si occupa, tra l'altro, di un complesso di norme che hanno un unico e ben definito carattere e che si potrebbero chiamare leggi della castità e della purezza morale. Sono disposizioni a carattere negativo e costituiscono uno dei lati delle leggi di santità, quello che impone l'assoluta proibizione ad imitare le pratiche impure ed oscene dei popoli stranieri, sia di quelli che Israele aveva imparato a conoscere in Egitto, sia degli altri a contatto dei quali si sarebbe fra breve trovato dopo la conquista della terra di Canaan. Dice infatti la Parashà:
"Atti simili a quelli della terra di Egitto che voi abitaste o a quelli della terra di Canaan ove andrete, non compirete mai e non andrete dietro i loro usi. Le mie leggi eseguirete, i miei principi osserverete, Io sono il Signore Dio vostro. Osserverete dunque i miei principi e le mie leggi, attraverso le quali l'uomo si acquista la vita. Io sono il Signore" (Levitico XVIII, 3 e seg.).
Uno sguardo a queste norme in uso fra i popoli Cananei ci persuade subito di questo solenne linguaggio della Torà, di questo salutare ammonimento; sono queste per la maggior parte norme che violano la purezza del costume e dei rapporti della famiglia, sono norme che favoriscono l'incesto e le relazioni illecite, sono pratiche oscene e usi innominabili assai diffusi in tutta la società antica. È ben naturale, quindi, che la Torà insorga solennemente contro questi usi immondi e li specifichi singolarmente per mettere in guardia l'ebreo dal contaminarsi con essi; non abbiamo detto infatti che tutta la vita d'Israele, secondo le leggi contenute nelle ultime Parashoth deve essere improntata a un modello di purezza e di santità? È chiaro quindi che con questo modello di vita non potrebbero conciliarsi affatto le pratiche impure dei popoli pagani. Questo spiegherà anche come altrove la Torà proibisca in modo perentorio anche l'unione matrimoniale con gli appartenenti a detti popoli, non più per l'affermazione di un principio di superiorità e di privilegio ebraico, ma unicamente allo scopo di preservare Israele dal contaminarsi con usi immorali.
La purezza della famiglia e la santità del costume di vita sono i pilastri della vita d'Israele ed è alla luce di questa idea che noi dobbiamo spiegare e intendere molte di queste norme che penetrano nella condotta dell'individuo e che tendono ad educare i suoi istinti ed i suoi sensi, anche quelli che per il loro carattere sembrerebbero sottratti alla comune legislazione. Anche qui infatti balza evidente il carattere inconfondibile della Torà: non troverete nessuna legislazione né antica, né moderna che come la Torà si occupi con tanta diffusione di particolari delle norme di vita matrimoniale e di educazione del sesso; questo è un campo che di solito viene lasciato all'arbitrio ed ad libitum dell'individuo ed è forse per questo conformarsi alla mentalità corrente e superficiale, che spesso molti dei nostri ebrei, uomini e donne, che si trovano per caso a leggere certi brani della Torà, se ne fanno le più grandi meraviglie, come se la Torà avesse reso impure le sue pagine parlando di un soggetto che alla mentalità comune non sembra adatto per una pubblica trattazione. Ma costoro debbono sapere che la Torà parla sempre il linguaggio della verità, anche quando, anzi soprattutto quando questo linguaggio torna scomodo agli uomini.
La Torà affronta direttamente e in pieno tutti i problemi della vita morale, sia di quella individuale che di quella collettiva, secondo i principi di vita che Dio ha stabilito nell'uomo, non disdegnando di parlare proprio di quegli argomenti, che, per la loro delicatezza e per la facilità con cui, a proposito di essi, gli uomini si lasciano trascinare al peccato, sono proprio quelli che più richiedono attenzione e avvedutezza. La Torà e' la legge della vita, è la legge dell'equilibrio di vita: essa disdegna egualmente gli estremi opposti nella condotta degli uomini; come condanna la brutalità e l'oscenità esagerata dei godimenti corporei, così condanna egualmente il distacco dalla vita, l'ascetismo, l'isolamento, l'astinenza dalle gioie pure ed oneste; essa è contro il paganesimo che per sopravvalutare la vita corporea nega quella spirituale, ma è anche contro quelle ideologie che guardando solo all'al di là, negano la vita e i valori di essa che Dio ha concesso agli uomini; la Torà guarda al cielo, ma non abbandona la terra, la Torà non vuole la morte dell'individuo, non vuole la negazione né della vita dello spirito né di quella dei sensi, egualmente santi, vuole l'armonica fusione di tutte le forze, di tutte le energie in un principio di santità: "Ed eseguirete queste leggi, osservando le quali l'uomo si acquista la vita, - la vera vita vissuta in faccia all'assoluto - Io sono il Signore ".





http://digilander.libero.it/parasha/discorsi/RP29.htm

RAV RICCARDO PACIFICI - DISCORSI SULLA TORÀ
XXX
KEDOSHIM
(Levitico XIX - XX)
..................................................................................
Ai precetti negativi delle leggi di santità seguono quelle di carattere positivo di cui tratterò brevemente oggi. L'allontanarsi dalle pratiche e dalle norme di vita coi pagani, il guardarsi dallo stringere con loro relazioni, sono, direi, condizioni preliminari per avvicinarsi a quella vita di purezza che la Torà traccia come il modello di esistenza per l'ebreo su questa terra. Questo modello consiste nell'adeguarsi sempre più all'ideale di perfezione morale che culmina in Dio. Dio è santo e realizza il bene assoluto: noi dobbiamo aspirare ad avvicinarci a Lui e a realizzare quindi quanto più bene è possibile sulla terra. Questa è la luminosa mèta proposta, per raggiungere la quale la Torà traccia un complesso di leggi che costituiscono insieme un aureo tesoro di moralità quale possiamo dire non esista in altra legislazione o religione. In nessuna altra pagina della Torà troviamo, come qui, tanta densità di concetti e di insegnamenti, che gli uni agli altri si susseguono secondo un piano armonico, e che basterebbero da soli a costituire il più alto modello di vita morale. La pagina è una delle più sublimi per altezza di contenuto della Torà, ma anche delle più dense e delle più difficili ad essere brevemente illustrate: ogni affermazione, ogni principio richiederebbe una spiegazione a parte. Noi invece dobbiamo dare uno sguardo d'insieme. Ebbene anche a questo sguardo superficiale non sfugge certo che la Torà ha voluto qui tracciare come una scala di valori e di ascese morali, che in più punti richiama da vicino il Decalogo, inserendo però tra un detto e l'altro nuovi insegnamenti atti forse, più che a completarli, a facilitarne il compimento da parte dell'uomo.
Dalla venerazione e dal rispetto per i genitori, il più naturale dei sentimenti che domina l'animo umano, al riaffermato principio dell'unità di Dio, dalla condanna dell'idolatria all'esatto e scrupoloso adempimento degli atti di culto, da questi primi elementi di vita morale religiosa prende le mosse la Torà per salire gradatamente a tracciare i più alti e i più difficili dettami di vita morale. Ed ecco sempre secondo la linea di più facile attuazione, ecco il comando relativo all'aiuto e all'assistenza del povero, eretto a principio di legge e sottratto all'arbitrio dell'individuo, ecco il rispetto delle proprietà altrui e l'omaggio dovuto alla verità e alla sincerità nei rapporti fra gli uomini, ecco la condanna dello spergiuro equiparato alla profanazione del nome di Dio, ecco la lealtà nei riguardi dei sottoposti, il rispetto per i minorati, l'adempimento della perfetta giustizia e l'appello all'incorruttibilità dei giudici che debbono amministrarla, ecco la condanna della maldicenza e della calunnia e il dovere di aiutare il prossimo in pericolo di vita; ed ecco la Torà che parla non più agli atti, ma ai sentimenti dell'uomo: "Non odiare il tuo fratello in cuor tuo, riprendilo, riprendi il tuo prossimo e non portarne tu la colpa, non vendicartene, non serbargli rancore, ma ama il tuo compagno come te stesso. Io sono il Signore" (Levitico XIX, 18).
Qui il meraviglioso crescendo di imperativi morali ha culminato in uno di quei passi e di quei detti che noi sentiamo discendono dal cielo e non sono di questa terra: qui è il perdono proclamato come legge, qui è il comando di dimenticare l'offesa e l'offensore, il comando di non serbare l'odio per chi ci ha odiato e tanto più di prenderne vendetta, qui finalmente il più sublime, il più celeste dei comandi: l'amare il prossimo come noi stessi che è come la conclusione e l'apice di tutto questo processo ascensionale dei valori. È in questa pagina racchiusa tutta la morale ebraica, compendiata in quel principio che Israele anche attraverso altre fedi e altro verbo ha dato all'umanità, quel principio che la morale dei Vangeli ripeterà più tardi come il dono più alto per gli uomini, ma che Israele aveva tre mila anni fa proclamato, e allora, come oggi, sempre additandolo all'umanità come la più alta vetta del vero progresso e della vera pace.




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