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  Thursday 23 July 2009 21:03:33  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Parashā Dvarėm (25 luglio 2009)

 
To:
Ebraismo   Ebraismo
 
4 Av 5769 - 25 luglio 2009
Parashà Dvarìm
Deuteronomio, 1:1 - 3:22.

Haftarà: Isaia, 1:1-27.

Questa Haftarà è molto particolare ed è detta anche "della visione di Isaia". Viene letta prima della ricorrenza di Tishà Be-Av (9 di Av che quest'anno cadrà il 30 luglio con inizio al tramonto del giorno precedente) e segna il periodo delle tribolazioni per il popolo ebraico.

A seguire due commenti alla Parashà che introduce il libro omonimo (Queste sono le parole):



Tratto da www.torah.it
http://digilander.libero.it/parasha/discorsi/RP41.htm

RAV RICCARDO PACIFICI - DISCORSI SULLA TORÀ
XLIV
DEVARIM
(Deuteronomio I - III, 22)
..................................................................................

Questo Shabbath nel quale abbiamo impreso a leggete il V° e ultimo libro della Torà, è un sabato segnalato, uno dei sabati tristemente segnalati, perché è il sabato che precede la giornata del 9 di Av, la giornata che segna la data più luttuosa del calendario ebraico. Di solito questo sabato è dedicato a discorsi meditativi sul dolore di questo giorno così nefasto negli annali d'Israele, tanto che in esso segue la caduta, a distanza di secoli, dei due Santuari di Gerusalemme e il tramonto dello Stato ebraico. Così è conosciuta questa data in Israele e ben si comprende come per essa Israele faccia lutto e digiuno, piangendo la rovina delle cose sacre e della Terra Santa, piangendo per il ricordo di quella terra che vide i suoi figli andare in esilio e il Santuario demolito. Da allora, da quel giorno cominciò il lungo esilio d'Israele, cominciò per lui il cammino per le vie del mondo, da allora non solo la vita materiale fu distrutta, ma anche quella dello spirito fu sminuita, da allora fu come se il sole si oscurasse e la luna non risplendesse più nei cieli, fu come se la Shekhinà, cioè l'immanenza di Dio nel mondo, si allontanasse e andasse in esilio, fu come se fossero spezzati i rapporti tra cielo e terra, tra Dio e gli uomini.
Dice il Midrash: "dal giorno in cui è distrutto il Santuario, non c'è più sorriso dinanzi al trono del Santo Benedetto Sia".
È come se non solo Israele, non solo la terra, ma anche il cielo facesse cordoglio per la grande catastrofe che si è abbattuta sul mondo. Questo spiega anche ai lontani il significato permanente di questo pianto: non è soltanto quella caduta, non è soltanto quell'esilio, quel dolore; ma è il dolore d'Israele, l'esilio, la caduta d'Israele che continua. Se si trattasse di una semplice data nefasta, forse ormai, dopo duemila anni, essa sarebbe andata dimenticata dall'animo di Israele, ma invece si tratta di piangere la causa di quella caduta, l'allontanamento dell'idea di Israele da Israele e dal mondo, quella causa che tuttora permane e che attende ancora di essere rimossa perché la riconciliazione avvenga tra Dio e Israele, tra Dio e gli uomini.
Il dolore e il pianto di Israele si condensa, sì in questa giornata, si accentua, sì, sul Santuario, ma non è che un potenziamento di un dolore che è diffuso su tutti i giorni, è un pianto di tutte le ore, perché è il dolore di Israele che ha smarrito la sua anima, è il pianto del popolo che ha perduto il suo Dio. C'è un Tishà Beav del popolo e un Tishà Beav dell'individuo. E per questo motivo che Israele ricorda il Tempio non una sola volta l'anno, ma tutti i giorni nelle sue preghiere è espresso il palpito e la nostalgia per la terra abbandonata, per il Santuario che non è più, per l'idea e per la gloria di Dio che si è involata di mezzo al popolo. E così dinanzi allo spirito di ogni generazione d'Israele, non è il dolore fisico o la rievocazione dei mali di allora che si rinnova, ma e lo scoramento per l'ideale inattuato, per la Torà profanata prima che dagli uomini da Israele stesso.
Nessun giorno quanto il 9 di Av è capace di evocare tanti ricordi e di suscitare tante speranze; in nessun giorno forse si esprime così pienamente il palpito dolorante della gente di Israele: sono le colpe di tutto il popolo che vengono rievocate, quelle colpe che hanno condotto, nonostante gli ammonimenti severi dei profeti, all'inevitabile catastrofe. Israele evoca il suo passato doloroso, ripercorre quasi i suoi duemila anni di mali e di dolori, riesamina tutto il cammino delle generazioni; risale il monte del Tempio e si china riverente e commosso sulle sue rovine, ma l'anima d'Israele anche così dolorante ha ancora posto per una speranza, è la speranza che ogni giorno si ripete, ma che in questo giorno diventa più grande e luminosa; dalle ceneri del Tempio distrutto, dai fuochi dell'altare abbattuto, gli Angeli di Dio hanno salvato una scintilla, l'hanno salvata e l'hanno custodita perché il mondo non fosse addirittura condannato alla perdizione; è questa face che si può riaccendere nell'animo d'Israele, purché si sappia dissuggellarla dai luoghi ove essa è custodita, è questa face che attende di essere ridonata agli uomini per mezzo d'Israele che anela e sogna di farla risplendere ancora su quel monte che è il monte della gloria di Dio.


 Tratto da: http://www.giuntina.it/parasha.asp

Devarim (commento di Elia Kopciowski)

(Deuteronomio 1,1 - 3,22) Prima di accingersi a conquistare la Terra, Mosè rivolge un lungo discorso al popolo. In esso ricorda alcuni punti salienti della loro permanenza nel deserto: quando scelse dei capi perché lo aiutassero ad amministrare la giustizia, e il deludente e doloroso episodio dei dodici esploratori che mise in luce la sfiducia del popolo in Dio. Esorta il popolo, nel momento in cui entrerà nella Terra, a rispettare i territori che appartengono agli Idumei, discendenti di Esaù “nostro fratello”, e quelli degli Ammoniti e dei Moabiti, discendenti di Lot. Fa un breve accenno alla conquista dei territori di Sichon, re di Cheshbon, e di Og, re di Bashan, e la loro divisione fra le tribù di Ruben, di Gad e parte di quella di Manasse.
Il Deuteronomio potrebbe essere considerato il testamento morale di Mosè: un riepilogo e una riflessione su una vita trascorsa a formare e a educare un popolo per condurlo dalla schiavitù alla civiltà, dal deserto a una terra in cui “scorre latte e miele”.
Non ci fa meraviglia che il primo episodio che Mosè ricorda al popolo sia quello dell'istituzione, che egli fece nel deserto, di capi scelti fra gli anziani saggi del popolo, con il duplice scopo di alleviare il peso e la responsabilità dell'intero popolo, che fino ad allora aveva gravato tutta sulle sue spalle, dando nel contempo un luminoso esempio di democrazia, e di assicurare al popolo tribunali equi e giusti.
“Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le loro questioni con il fratello, o con lo straniero che sta da lui. Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali; darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, perché il giudizio appartiene a Dio” (1,16-17), ripete al popolo che si accinge a entrare in Canaan.
Immediatamente dopo ricorda l'episodio dei dodici esploratori. Un episodio inciso profondamente nel cuore di Mosè, in quanto è soprattutto a causa della sfiducia del suo popolo nel Signore e alla conseguente condanna a dimorare per quaranta anni nel deserto che egli perde il diritto di entrare nella Terra promessa.
Sono trascorsi quasi quaranta anni da quando i figli di Israele, atterriti dalla descrizione fatta dagli esploratori delle città inespugnabili della terra di Canaan e della gigantesca statura di coloro che vi dimoravano, avevano dimostrato la propria debolezza e la propria sfiducia nell'aiuto divino, rifiutandosi di muovere verso la sua conquista.
Essi si erano trovati allora nella condizione del debole di fronte al potente, dello schiavo appena liberato e non ancora in grado di padroneggiare e di guidare se stesso, di fronte a popolazioni forti, agguerrite e sicure della propria forza.
Ci troviamo ora dinanzi una situazione totalmente diversa.
La fama del coraggio e della determinatezza del popolo di Israele si è diffusa in tutti i paesi vicini: non son più i figli di Israele, quindi, ad aver paura dei popoli con cui devono combattere, bensì i popoli a temere i figli di Israele, come chiaramente riconosce Balak, re di Moab, quando manda a chiamare il mago Bil'am: “Ecco, un popolo è uscito dall'Egitto: esso ricopre la faccia della terra!” (Num. 22,5).
Parole che dimostrano come la paura faccia apparire agli occhi dei Cananei moltiplicato a dismisura il numero dei figli d'Israele, al punto da affermare, infatti, che questo strano popolo “ricopre la faccia della terra”, così come, all'epoca degli esploratori, la paura aveva moltiplicato agli occhi del popolo di Israele le forze e la statura dei Cananei: “Vi abbiamo visti giganti figli di 'Anak dinanzi ai quali ci pareva di essere locuste...” (Num. 13,33).
Che cosa dunque è accaduto durante i quaranta anni che il popolo ha trascorso nel deserto, per trasformarlo così totalmente?
La vecchia generazione, quella di coloro che al momento della liberazione dalla schiavitù egiziana avevano più di venti anni e che avrebbe dovuto affrontare in guerra i popoli cananei con la mentalità dello “schiavo”, nato e cresciuto con il terrore del “padrone”, è ormai scomparsa, così come aveva decretato il Signore: “Tutti quegli uomini che hanno veduto la Mia gloria e i miracoli che ho fatto in Egitto e nel deserto, e ciò nonostante mi hanno tentato... e non hanno ubbidito alla Mia voce, certo non vedranno il paese che avevo giurato di dare ai loro padri” (Num. 14,22-23).
Le mormorazioni del popolo, che, dopo l'episodio degli esploratori favorirono la rivolta di Korach, sono state clamorosamente messe a tacere, inghiottite dalla terra insieme a Korach e ai suoi seguaci, un evento prodigioso, questo, che certamente non aveva lasciato indifferenti gli animi dei giovani, e aveva infuso in loro fiducia in Dio e di conseguenza il coraggio necessario per le future battaglie.
Né è da sottovalutare il fatto che il popolo, durante la lunga peregrinazione nel deserto, è stato circondato da un'aura di miracolo e di mistero che ha suscitato nei popoli circostanti stupore, paura e rispetto.
I racconti dei miracoli da Dio compiuti in Egitto, presso il mar Rosso e nel deserto, inoltre, non sono passati inosservati: il deserto è attraversato continuamente da carovane che certo hanno diffuso molte notizie su questo strano popolo, protetto da un Dio invisibile, che si muove dietro una colonna di fuoco o una nuvola di fumo, e che porta nel suo centro, nel cuore dell'accampamento, un meraviglioso Tabernacolo ricco di colori, di tende, di ricami, e totalmente privo di immagini!
E durante questi quaranta anni di peregrinazione la nuova generazione, nomade e con una vita precaria sì, ma perfettamente libera e illuminata dalla guida e dall'insegnamento di Mosè che la sta foggiando perché sia pronta ad affrontare nel giusto modo la vita nella terra da Dio promessa, ha acquistato forza e dignità.
Le difficoltà superate con il costante aiuto del Signore, la comprensibile ansia di raggiungere al più presto la Terra promessa in cui avrebbero finalmente trovato la sistemazione definitiva e avrebbero potuto seguire concretamente i dettami della Legge che il Signore aveva rivelato, avevano temprato il loro carattere e li avevano messi in condizione di affrontare senza complessi di inferiorità, qualsiasi nemico.
Ma, ci insegna la Torà, ora che hanno raggiunto la sicurezza in se stessi, i figli di Israele devono affrontare e superare una nuova, e forse più difficile, prova.
Se è vero che la debolezza suscita pusillanimità, è anche vero che l'eccesso di fiducia in se stessi e nella propria forza troppo spesso corre il rischio di suscitare prepotenza.
E se un tempo era stato chiesto al popolo di dimostrare coraggio nell'affrontare il nemico, oggi gli viene chiesto qualcosa di ben differente ma estremamente importante: di saper resistere alla tentazione di approfittare della fama che lo circonda, di non approfittare della propria forza, del proprio senso di superiorità, per sopraffare il più debole.
Ed ecco, particolarmente educativo, l'ordine che Dio impartisce a Mosè: “Comanda al popolo e digli: `Voi passerete per il territorio dei vostri fratelli, figli di Esaù, che abitano in Se'ir. Essi avranno paura di voi: ma voi state molto attenti, non fate loro guerra perché Io non vi darò del loro territorio neppure quanto copre la pianta di un piede, poiché Io detti il monte di Se'ir come possesso ereditario ad Esaù. Comprerete da loro il pane con il denaro e mangerete; e anche l'acqua comprerete da loro con il denaro, e berrete...’” (2,4-6).
Dio, con queste parole, insegna al Suo popolo che anche la conquista deve essere regolata da una legge che ne limita e ne circoscrive l'entità. Perché è Dio che assegna i territori ai popoli della terra, come è detto in Deut. 32,8: “Quando l'Altissimo diede alle nazioni la loro eredità; quando separò i figli di Adamo, fissò i confini dei popoli...”.
A questo proposito lo Hirsch fa un'interessante osservazione: “La Torà ci insegna che la volontà divina ha assegnato a tutti i popoli i territori in cui stanziarsi: è però specificato soltanto per le tribù che discendono da Giacobbe, o da Esaù o da Lot, che i loro paesi costituiscono un `retaggio divino'” (2,5-19).
Il fatto, quindi, che Dio lo ricordi nel momento in cui Israele si accinge a conquistare il proprio territorio, ha un particolare valore. Egli invita il popolo a rendersi conto che, al di là dell'atmosfera di protezione divina che lo circonda, deve considerare con rispetto la proprietà delle nazioni, e non sentirsi in ogni caso un popolo di conquistatori. Deve quindi rendersi conto che la sua azione e la sua gloria di popolo guerriero si riduce alla presa di possesso dell'unico paese che gli è assegnato dalla Provvidenza: la Terra di Israele.
Molti commentatori considerano le tappe delle peregrinazioni nel deserto come un simbolico parallelo con l'itinerario che Israele sarà costretto a compiere attraverso le nazioni nel suo viaggio dall'esilio alla Terra di Israele; e allora la frase “non provocate i figli di Esaù” si riferisce, a loro giudizio, anche a tutte le nazioni del mondo.
Il compito di Israele di diffondere l'ideale monoteistico e la Legge di Dio non allude assolutamente a conquiste belliche, ma alla realizzazione dell'Era messianica. È quanto è espresso in modo inequivocabile dalla visione di Isaia: “Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa dell'Eterno si ergerà sulla vetta dei monti, sarà elevato al di sopra dei colli e tutti i popoli affluiranno ad esso... perché da Sion uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola dell'Eterno” (Isaia 2,2-3).
L'obbligo di pagare con denaro tutto quanto fosse stato consumato durante il periodo in cui Israele attraversava il territorio dei discendenti di Esaù e confermato anche riguardo ai Moabiti e agli Ammoniti è la base dell'affermazione del Rashì: “In effetti il Signore vi ha benedetto in ogni opera delle vostre mani; ha vegliato sul vostro cammino durante la traversata del deserto; per quaranta anni il Signore vi è rimasto accanto e nulla vi è mancato. E allora, non comportatevi come se foste privi di tutto ma agite come gente che Dio ha reso ricca e prospera!”.
Da tutto il passo si deduce quindi che al popolo fu concesso soltanto il permesso di conquistare il regno di Sichon, re di Cheshbon, l'Emoreo; e gli Emorei erano uno dei sette popoli cananei per i quali, a causa della corruzione e dell'immoralità estrema in cui erano sprofondati, il Signore aveva previsto la grave punizione della perdita della loro terra (cfr. Gen. 15,16).
A questo proposito la Torà ci riferisce qualcosa di sconcertante: Mosè, che aveva sempre guidato il popolo attenendosi rigorosamente alla volontà divina, si comporta ora in modo sorprendente. L'ordine divino nei riguardi di Sichon e del suo regno era stato molto chiaro: “Comincia ad occuparlo e a fargli guerra...” (2,24). Ebbene lo stesso Mosè ci riferisce: “Mandai degli ambasciatori... a Sichon... per dire parole di pace: `Lasciami passare attraverso la tua terra; soltanto sulla strada io camminerò, non devierò né a destra né a sinistra. Tu mi venderai per denaro il cibo, e io mangerò; acqua mi darai per denaro, ed io berrò; permettimi semplicemente il transito’” (2,26-28).
Il grande commentatore Abrabanel si chiede meravigliato: “Come poteva Mosè ignorare l'ordine divino e proporre un transito pacifico? Se Sichon avesse accolto la sua richiesta, Mosè non avrebbe dovuto combattere contro di lui; ciò avrebbe costituito una violazione all'ordine divino! Se, invece, Mosè, trasgredendo all'accordo da lui stesso proposto, gli avesse comunque mosso guerra, avrebbe mancato alla parola data!”.
Il Midrash Tanchumà, tuttavia, aveva già dato a questo interrogativo una risposta significativa. Basandosi sul versetto dei Salmi: “Allontanati dal male e fai il bene; cerca la pace e perseguila!” (34,15), osserva: “La Torà ci ha dato molti precetti affermativi, come `Allorché facendo la mietitura del campo vi avrai dimenticato qualche manipolo, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per lo straniero, per l'orfano, per la vedova...' (24,19); e ancora: `Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino smarrito, non mancare di ricondurglielo...' (Es. 23,4). In questi, e in molti altri casi analoghi - continua il Midrash - sei tenuto ad adempiere il precetto solo nel caso in cui se ne presenti l'occasione, come ci suggeriscono le parole `Allorché...' `se...'; non sei però tenuto a ricercare l'occasione per poterlo osservare. La possibilità di osservare il precetto di mantenere lo shalom, la pace, devi invece cercarla e perseguirla”!
Mosè e i figli di Israele, quindi, lungi dal trasgredire alla volontà divina, dimostrano di averla compresa, al di là, oseremmo dire, della stessa disposizione del Signore. E proprio nel momento in cui sono consapevoli della propria forza, dimostrano di non essere divenuti prepotenti, ma di amare e di perseguire la pace.
Hanno compreso a fondo, e hanno messo in pratica, l'insegnamento che il Signore ha impartito loro attraverso la Torà.
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