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  Friday 25 September 2009 09:21:35  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Parasha Ha'azinu (26 settembre 2009)

 
To:
Ebraismo   Ebraismo
 
8 Tishrì 5770 - 26 settembre 2009
Parashà Ha'azinu
Deuteronomio, 32:1-52

Haftarà: Ezechiele, 17:22 -18:32.




Tratto da: http://digilander.libero.it/parasha/discorsi/RP50.htm.

RAV RICCARDO PACIFICI - DISCORSI SULLA TORÀ
LIII
HAAZÌNU
(Deuteronomio XXXII)
..................................................................................

Dopo queste solenni giornate di purificazione morale e religiosa, rileggere questa grandiosa cantica finale di Mosè è sommamente edificante. Qui Mosè ha raggiunto le vette di quello che lingua umana può esprimere nel campo della religiosità e dell'insegnamento morale, qui il profeta si unisce al poeta e in una visione sublimamente alta della vita e dei destini di Israele esprime ancora una volta, l'ultima volta, il suo supremo ammonimento. È un ammonimento che si adorna della veste poetica, è l'ultimo insegnamento ove l'affermazione dei principi religiosi, la rievocazione storica, la visione profetica, si fondono in una sintesi armoniosa, che fa di questa cantica un modello di perfezione tale da conchiudere degnamente e da coronare tutto l'insegnamento profetico del grande Maestro.
Mosè ha scelto la forma della cantica per questo suo supremo annuncio ed ha avuto i suoi motivi: egli ha voluto, come si legge alla fine della precedente Parashà, che questa cantica fosse mandata a memoria dalle varie generazioni di Israele, sicché, quando sopravverranno al popolo molte e gravi sciagure questa cantica si leverà a testimonianza contro di lui, perché non sarà dimenticata dalla sua discendenza; la cantica, dunque, sarà un richiamo alla retta via, un appello poetico che ricorderà ad Israele il suo dovere. Ed è tale la solennità di quanto Mosè sta per proclamare, è tale la potenza di quello che egli sta per dire al popolo, che egli chiama cielo e terra a testimoni delle sue parole, affinché in qualsiasi tempo, in qualsiasi generazione, quasi il cielo e la terra possano rispondere e proclamare quelle verità che Mosè oggi annuncia e che sono eterne come il mondo che Dio ha creato. Sarebbe impossibile scorrere sia pure fugacemente questa mirabile pagina, ove ogni parola, ogni verso è una verità scolpita e destinata ad avere un valore di permanente attualità.
Attraverso questa superba sintesi di poesia, balza evidente uno dei motivi e forse il motivo dominante, quasi l'anima centrale di tutto il canto: la colpa d'Israele, la colpa del popolo è la causa, sarà la causa del suo male futuro. Mosè abbraccia già collo sguardo lungimirante la futura storia d'Israele. Vede già il popolo stabilito nella sua terra, lo vede già prosperare e fiorire, ma lo vede anche traviare presto e uscire da quella via maestra che egli aveva tracciato. Vede Mosè l'abbandono del popolo, la dimenticanza del popolo: "ma Jeshurun si è fatto grasso ed ha recalcitrato - ti sei fatto grasso e pingue - ha abbandonato Iddio che l'ha creato ed ha sprezzato la Rocca della sua salvezza." (Deut. XXXII, 15). Quale grande verità racchiusa in questo verso, quale verità così spesso ripetutasi nella storia d'Israele. Allorquando Israele prospera ed è felice, materialmente parlando, allorquando i figli di Israele hanno raggiunto il benessere di questa vita, dimenticano, sì, troppo dimenticano i beni superiori, le più alte verità, i principali doveri verso Dio. Occorre purtroppo che Dio punisca e severamente punisca, perché gli uomini e gli ebrei tornino sulla via del bene, sulla via del ritorno a Dio. "Oh, se comprendessero invece, se ponessero mente alla loro fine." (Deut. XXXII, 29).
Se comprendessero, vuol dire il profeta, quanto è caduca la sorte dell'uomo, quanto transitorie le sue ricchezze e il suo benessere, se ponessero mente alla loro vera natura, allora comprenderebbero e ritornerebbero a Dio! E ben questo uno dei motivi che io ho dovuto toccare nei discorsi delle passate solennità, ed è un motivo che ritorna spesso nella storia d'Israele, perché quasi incorreggibile appare questa ribellione del popolo, questa sua ostinatezza ad allontanarsi da Dio.
Oh, voglia il Signore tener lontano il Suo castigo da noi e dai nostri figli, ma se esso, vuol dire Mosè, dovesse scendere inesorabile, sappiate che vostra è la colpa, vostra è la responsabilità, voi non siete più suoi figli, voi siete una generazione ribelle e perversa. Sappiate che se il castigo scende è castigo giusto, perché questo Dio è perfetto; la Sua opera, tutte le Sue vie sono giustizia, retto e giusto Egli è! Non ribellatevi a Lui! Sappiate accettare la sentenza, anche quando essa vi appare ingiusta, sappiate invece che la sentenza discende a voi per vie insondabili e inconoscibili; sappiate soprattutto essere fedeli a Lui, che è il vostro Padre, il vostro Creatore, Egli vi ha formato, Egli vi ha stabilito.


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