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  Sunday 25 November 2001 08:39:56  
From:
Donatella Massara   Donatella Massara
 
Subject:

M.Luisa Boccia: La costola di Eva

 
To:
DonnaPensieroScrittura   DonnaPensieroScrittura
 

22 Novembre 2001        

        
La costola di Eva
MARIA LUISA BOCCIA
Per la mia generazione gli anni '70 segnano il passaggio alla maturità, ridisegnando i rapporti privati e pubblici tra donne e uomini, e sopratutto tra donne, lungo linee inedite. La prospettiva con la quale vorrei guardare agli anni '70 è quella che considera i movimenti non in quanto espressione di figure sociali, vecchie o nuove, ma come portatori di una differenza politica, di un inedito punto di vista sulla storia e la società italiana. In questo senso, giovani e donne non rappresentano due gruppi, due tipologie di identità e aggregazioni collettive, tra molte altre, nella sempre più frastagliata galassia sociale. Sesso e generazione non sono qui considerati come segmenti di un'analisi socio-politica basata sul paradigma del pluralismo sociologico, quanto come soggetti politici che hanno interagito entro un comune contesto e tra i quali si è posto un problema di alleanza, o possibile convergenza, per motivi non contingenti.
I movimenti degli anni '70 esprimono domande di modernità maturate nelle pieghe profonde della società, nei suoi costumi e stili di vita, e che premono su di un abito istituzionale troppo stretto? O, viceversa, danno voce a una critica della modernità contrassegnata da paradossi e contraddizioni, e si mobilitano non per adattare un sistema istituzionale arretrato a una nuova realtà sociale, ma per inciderla con un proprio autonomo segno?
Trovo pregnante la chiave di lettura proposta da Nicola Gallerano per il '68 (in I giovani prima della rivolta, manifestolibri, '98), ma che può essere adottata per l'intera stagione dei movimenti. Secondo Gallerano per comprendere appieno l'evento-movimento in tutta la sua rilevanza non dobbiamo ridurlo alle sue cause, cioè all'insieme di condizioni, economiche, culturali e politiche che lo hanno generato. Lo svolgersi dei movimenti - il chi, il come e il dove, le azioni e reazioni che ne scandiscono le vicende - sopravanza le caratteristiche del contesto storico in cui si collocano, e nelle quali, dunque, non può essere racchiusa la natura dell'evento. Viceversa comprendere il presente del movimento è la prima condizione per valutare se e come quella stagione ha inciso sui rapporti tra passato e futuro. Se ha contribuito a fare la storia della Repubblica e non ne è stata solo una manifestazione.
Donne e giovani sono stati protagonisti di movimenti tra loro prossimi, pur nella distinzione, e perfino nel conflitto, perché l'uno e l'altro hanno operato un taglio rispetto alle forme di soggettività, alle culture e alle pratiche politiche della storia da cui pure provengono, e che appassionatamente rivisitano. E tuttavia su questo taglio giovani e donne, conflitti di sesso e conflitti generazionali, anche divergono o si giustappongono. E' questo doppio movimento, "della contaminazione e della differenziazione" che ha caratterizzato il decennio, risolvendosi a vantaggio della differenziazione; ed è questa anche la traccia più pregnante per rileggere oggi la rottura che allora si produsse (Ida Dominijanni in 1977, manifestolibri '97). Per capire cioè perché è stato mancato il piano di un'alleanza durevole tra la donna e il giovane, proprio in un contesto che vede a un tempo un'estesa critica delle forme politiche tradizionali e una forte visibilità politica del soggetto femminile.
In realtà poco o nulla quel doppio movimento è presente nelle letture dei movimenti, caratterizzate invece da due pregiudizi entrambi fuorvianti. Il primo è quello "della costola di Adamo" che considera il movimento delle donne una parte del tutto, una specificità derivata e dipendente dai movimenti collettivi, primo tra tutti il '68; l'altro è quello "dell'affiancamento" che attribuisce pari dignità e rilevanza a tutte le diversità, presenti e future, attive o latenti, riconducendole a un unico e omogeneizzante modello politico. L'uno e l'altro comportano un depotenziamento della differenza politica e impostano in modo sbagliato il problema delle relazioni di sesso e di generazione: tra uomini e donne all'interno della stessa generazione, e tra generazioni diverse di donne e di uomini riguardo ai rapporti tra l'uno e l'altro movimento.
L'ipotesi dell'alleanza poggia al contrario sulla disparità tra la donna e il giovane, rispetto alla politica, e in particolare ai conflitti tra libertà e autorità. Disparità che ha una precisa causa, poiché la differenza femminile, esclusa storicamente dalla politica, quando vi accede ne mostra paradossi, limiti e contraddizioni. E dunque la rivolta del giovane non potrebbe che trarre vantaggio dal riconoscere la posizione asimmetrica della donna e del conflitto di sesso.
A fornirci le coordinate di una possibile alleanza è Carla Lonzi, in Sputiamo su Hegel, il suo scritto più celebre, del 1970; e nel farlo traccia anche un discrimine significativo tra due diverse modalità di rivolta giovanile. "La donna che rifiuta la famiglia, il giovane che rifiuta la guerra", scrive Lonzi, costituiscono "due colossali smentite" dell'autorità e dell'ordine patriarcale. Il giovane intuisce il riproporsi nella guerra "dell'antico diritto di vita e di morte del padre sui figli" e manifesta nelle istanze anarchiche, in un "no globale, senza alternative" il conflitto con il modello patriarcale. "La virilità rifiuta di essere paternalistica, ricattatoria", ma la rivolta resta velleitaria se non si rivolge alla donna, il suo alleato storico. (...)
Lonzi individua nei movimenti hippy degli anni '60 una "comparsa inattesa e imprevista", il cui pregio è proprio "nell'abbandono della cultura della presa del potere e dei modelli politici a partecipazione maschile". Ai comportamenti aggressivi e alle ideologie che li razionalizzano come mezzi necessari per modificare il mondo, giovani e ragazze hanno contrapposto modi di esistenza che non scindono privato e pubblico, e fanno della vita una sorta di "impasto di femminile e maschile". Ben vedendo che queste esperienze rappresentano una sorta di "emarginazione volontaria della gioventù", Lonzi è interessata a rilevare la posizione che occupano nel panorama più complessivo dei movimenti politici. Se da un lato è la presenza della donna a rendere possibile forme di lotta che hanno per scopo una "società immune da paternalismo" - ed è significativo che sia indicata come antecedente storico la lotta partigiana nella quale giovane e ragazze combattevano per se stessi - dall'altra parte la fragilità degli hippy è dovuta anche al discredito politico di cui sono oggetto da parte dei giovani che "cedono al richiamo della lotta organizzata di massa", della ribellione che appare costruttiva in quanto finalizzata a un diverso sistema di potere. Individuando nel proletariato il protagonista storico al quale affiancarsi contro il nemico comune, il giovane "abbandona il terreno suo proprio di lotta al sistema patriarcale".
Sorprendentemente Lonzi riporta a sostegno di questa tesi le parole di Gramsci: "i giovani della classe dirigente (nel senso più largo) si ribellano e passano alla classe progressiva che è diventata storicamente capace di prendere il potere: ma in questo caso si tratta di giovani che dalla direzione degli anziani di una classe passano alla direzione degli anziani di un'altra classe; in ogni caso rimane la subordinazione reale dei giovani agli anziani come generazione". E' bene eliminare un equivoco. A Lonzi non interessa in alcun modo confutare il conflitto fondato sui rapporti di classe; al contrario afferma che il proletariato è rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del patriarcato. Quello che Lonzi vuole argomentare è che il conflitto generazionale ha origine nel sistema patriarcale, ed è questo che fa della donna, e non della classe operaia, lo storico alleato della ribellione del giovane. La materiale posizione che genera nel giovane critica e rifiuto del sistema sociale e la ricerca di alternative è quella che lo vede costretto a perpetuare identità e ruoli, e che subordina bisogni e desideri al principio di autorità, in quanto generazione, ovvero trasversalmente alla gerarchia delle classi sociali.
I movimenti di studenti, e i gruppi politici a cui danno vita, per Lonzi, sono quelli che, adottando le forme politiche tradizionali, riproducono la logica patriarcale, agiscono cioè nel segno della ripetizione e non del mutamento. Innanzitutto ribadendo quella che è premessa comune a tutti i collettivi maschili che, in tutti i tempi, li ha portati a considerare un loro campo d'azione la politica, intesa come soluzione dei problemi, governo e gestione della convivenza. Ma "la globalità dei problemi è una finzione finché gli uomini manterranno il monopolio non solo della cultura borghese ma anche di quella rivoluzionaria e socialista". Questa matrice comune a progetti tra loro alternativi è la causa, per lo più ignorata, di molti fallimenti, in particolare dei tentativi di porre un vero limite, se non di eliminarlo, al ricorso alla violenza. Il nocciolo, infatti, della politica dominata dagli uomini è nel nesso tra virilità e guerra. La guerra è originariamente connessa per l'uomo "alla possibilità di identificare ed essere identificato come sesso, superando così, mediante una prova esterna, l'ansia interiore per il fallimento della propria virilità. Ma noi ci chiediamo cosa è questa angoscia dell'uomo che percorre luttuosamente tutta la storia del genere umano e riconduce sempre a un punto di insolubilità ogni sforzo per uscire dall'aut-aut della violenza". E' superfluo ribadire l'attualità bruciante di questa previsione.
Rispetto ai movimenti giovanili, quelli delle donne hanno due secoli di vantaggio, avendo posto il proprio punto di vista già nella Rivoluzione francese e poi nei movimenti politici del '900. E' in forza di questa tradizione politica che le donne pongono, nel momento presente, una differente prospettiva: per la prima volta nella storia fanno sentire la propria voce per contrastare "qualsiasi tipo di società progettata dall'uomo come protagonista". E' qui che si profila il ben noto spostamento della politica femminista dal piano dell'uguaglianza a quello della differenza, dalle lotte per emanciparsi dalla subordinazione alla scelta di portare nel mondo il punto di vista differente di un soggetto imprevisto. In questa diversa prospettiva Lonzi ipotizza che si apra uno spazio praticabile per l'alleanza tra la donna e il giovane. Proprio colei che inaugura la forma più scandalosa di autonomia e differenziazione, il separatismo, enunciando, a chiusura del Manifesto di Rivolta femminile, il secco proposito "comunichiamo solo con donne", si dimostra tutt'altro che indifferente ai rapporti politici con l'altro sesso.
Al contrario delineando uno scenario, abitato da tre figure, la donna, il patriarca e il giovane, Lonzi scompagina le linee dei rapporti tra i sessi e tra le generazioni, troppo rigidamente condotte, anche nelle vicende che dagli anni '70 si dipanano, a due distinti ordini: da un lato quello frontale tra donne e uomini, uniti o divisi, dall'altro quello verticale delle genealogie paterne e materne. Mantenendo fisso il fuoco dell'analisi, e della politica, sull'autorità, e la figura simbolica del patriarca, ordinante per uomini e donne, Lonzi evita di riprodurre una logica dualistica, sfuggendo a una duplice insidia. Quella di racchiudere il pensiero e l'azione della differenza femminile in uno spazio totalmente altro - una scorciatoia che una parte, neppure piccola, del femminismo ha imboccato. E quella di ritrovarsi in posizione mimetica del maschile, proprio sull'essenziale, mettendo al centro del discorso della differenza l'alternativa tra due figure di autorità, quella del padre e quella della madre, senza riconoscere che entrambe si manifestano, agli albori della civiltà, come effetto di "un corso psichico già alterato": non sono cioè "due entità primarie, ma il prodotto di una prevaricazione dei sessi che ha trovato il suo assestamento nella famiglia".
Mentre l'assenza della donna dalla scena pubblica favorisce la ripetitività dei comportamenti maschili e rafforza quelli più aberranti, tramite l'intervento delle donne si rende possibile la corrosione della civiltà dominata dagli uomini e strutturata nell'attribuzione di valori contrapposti al femminile e al maschile. E però la presenza femminile deve esplicitamente mettere in questione le forme dell'agire politico. Mentre il movimento delle donne si è reso visibile nelle mobilitazioni di massa, ed è stata questa forma a renderlo leggibile secondo i paradigmi classici della dialettica movimenti-sistema politico (Dominijanni), viceversa Lonzi ritiene l'emergere di queste modalità di azione politica, il segno di un ritorno delle donne alla complementarietà, un ripiegare sulla ricerca di inserimento nella società patriarcale. Nel tempo della cittadinanza democratica si rende possibile l'uguaglianza come "il diritto della donna a partecipare alla gestione del potere nella società". Ovvero a far parte di un mondo dove la varietà e la molteplicità sono regolate e disposte in modo da confermare il principio sovraordinato dell'unidimensionale e dove le differenze possono godere dei diritti che si offrono ai "colonizzati". In questa epoca il vero gesto politico per il soggetto femminile è quello di "approfittare della differenza", avvalendosi dell'intervallo, prima che l'inserimento della donna riesca. L'opportunità di ricoprire gli stessi ruoli, ed esercitare gli stessi poteri, lungi dal rappresentare una vittoria del movimento delle donne è un'alternativa offerta, profittando "dell'entusiasmo neofita" di molte donne, per uscire dalla crisi della società maschile. Viceversa l'autonomia del movimento - quella che io chiamo la differenza politica - muove dalla constatazione che "non possiamo cedere ad altri la funzione di sommuovere l'ordinamento della struttura patriarcale". A fronte dell'uguaglianza politica oggi disponibile, si pone la domanda: "ci piace, dopo millenni, inserirci a questo titolo nel mondo progettato da altri? Ci pare gratificante partecipare alla grande sconfitta dell'uomo?"
Ma è rilevante considerare che la scelta di non prender parte comporta innanzitutto di muoversi su un altro piano rispetto a quello della mobilitazione politica di massa, delle forme di aggregazione, dell'individuazione degli obiettivi e dei mezzi per perseguirli, insomma di tutto ciò che dà vita alle identità collettive che, abitualmente, definiamo "movimenti". Possiamo ritenere che proprio l'ambivalenza delle pratiche con le quali il femminismo si presenta nella scena pubblica, agendo per un verso come movimento di massa e per altro verso creando un diverso spazio, quello dei gruppi e luoghi separatisti, abbia contribuito non poco a far fallire l'alleanza tra con i giovani.
Eppure almeno su un aspetto cruciale vi è stata convergenza, ed è stato incrinato l'ordine sociale e simbolico che fissa le identità di sesso. Per donne e uomini, infatti, la presenza del punto di vista femminile ha significato disordinare i rapporti pubblici e privati, a partire dai bisogni e desideri della persona singola, mettendo in crisi la logica bipolare su cui poggia, da sempre, la nostra civiltà. La conseguenza principale di questo disordinamento è stata quella di minare le basi del pensiero oggettivo (Manuela Fraire, "Il movimento delle donne", "Quaderni Piacentini", '86). Sono cioè saltati i presupposti dell'approccio scientifico nel sapere e dell'universalismo etico-politico nell'organizzazione della vita e dei rapporti nel mondo. Ed è per questo che la politica delle donne travalica l'emancipazione femminile, non mette a tema questioni delle e per le donne, ma introduce nel "fare politica" contenuti e forme espressive che erano stati relegati nell'ambito individuale e impolitico. Ho detto che il punto di vista femminile muove dai bisogni e dai desideri delle singolarità; preso sul serio questo comporta di radicare la politica nella dimensione esistenziale. Se è qui la sua dirompente potenzialità trasformatrice, è però anche un ostacolo a tradurre questi bisogni e desideri in un progetto politico sul quale costruire la visibilità pubblica del movimento. Come soggetto politico il femminismo si trova ad affrontare il paradosso di voler portare a coerenza vissuto e storia, tra soggettività e realtà oggettiva. Non riuscendo a risolverlo si divide nelle pratiche. Una parte del movimento punta sulla pratica diretta, come se tutti i momenti dell'esperienza potessero divenire altrettanti momenti politicamente significativi, purché siano messi in comune, in uno scambio immediato tra piano individuale e collettivo. Insomma è come se il soggetto politico operasse, solo "attraversando personalmente le situazioni" (Fraire). Speculare a questa è la tendenza a sviluppare una sorta di presenzialismo democratico e riducendo ogni bisogno in un obiettivo istituzionale, e ogni desiderio di presenza visibile in un'istanza di partecipazione organizzata.
Nei movimenti degli anni '70 questo intreccio di piani trovava una sintesi nell'affermazione che "tutto è politica", e nella fiducia in un circuito virtuoso tra socializzazione della politica e politicizzazione dell'individuale e sociale. In realtà questa rappresentazione nasconde un inganno, poiché si crea una sorta di ipertrofia dove la politica militante amputa l'esperienza, e l'ideologia sostituisce la presa di coscienza di sé. "Il fare politica - nota Luisa Muraro, ("Il desiderio dissidente" in L'Erba voglio Baldini&Castoldi '98) - prende i tratti di un fare magico", come se potesse sovvertire tutto, consentirci di essere dappertutto, e di non essere magari dove si trova il corpo. Come nel pensiero magico "l'intensità del desiderio sostituisce la considerazione dei rapporti reali tra le cose", ma dietro un apparente eccesso di soggettivismo "ciò che viene trascurato, taciuto e negato è il soggettivo trattato come effetto: di fatto e di diritto". Salvo a trattarlo come residuo irrazionale, ove non lasci tacitare, da sottoporre a interventi pedagogici e moralisti.
La scissione tra politica e vita è il tema dei movimenti degli anni '70. Come fare, perché un progetto di vita non si traduca in una vita stabilita da un progetto? (Fraire). Attorno a questo dilemma si produce la stretta (spesso drammatica, perché ha implicato la perdita di vite, in scelte distruttive e autodistruttive, dal terrorismo alla droga ai suicidi) tra l'annullamento delle singolarità nell'identità collettiva e la condanna all'isolamento. Le donne che ne hanno più di altri patito i costi, sanno che per sottrarsi è necessario lacerare il diaframma tra interno ed esterno, creando nuove mediazione tra vissuto e politica. E' la preziosa ricerca, racchiusa nell'affermazione "il personale è politico" che, lungi dall'indugiare nel biografismo, si propone di ricostruire, attraverso il confronto tra donne, identità e logica dell'oppressore, indagando sulla convivenza che ogni donna intrattiene con lui, sulle fantasie e i bisogni introiettati. E' una pratica che interroga la storia, i cui risultati non possono essere certo misurati in termini di obiettivi di riforma raggiunti.


                             



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