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  Monday 20 June 2005 14:06:50  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Gad Lerner e l'ebraismo

 
To:
Ebraismo   Ebraismo
 
Su Gad Lerner: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=363&biografia=Gad+Lerner.



Fonte: http://www.shalom.it/modules.php?name=News&file=article&sid=459

Il mensile: Gad Lerner ci parla del suo ebraismo
Pubblicato Domenica, 19 giugno 2005 @ 18:32:44 CEST
di Jonathan Della Rocca 
“La mia identità è un connotato da cui non ho mai pensato di fuggire”
L'ex direttore del Tg1, il conduttore attuale de "l'Infedele" svela il suo ebraismo. Il suo volto ci accompagna da molti anni in approfondimenti che soddisfano chi ne vuole saper di più, qualunque sia l'argomento in oggetto. Incontriamo Gad Lerner in un noto albergo romano e abbiamo con lui una piacevole chiacchierata su alcuni temi che, solitamente, non sono pubblicizzati sugli organi di stampa. In più occasioni, oltre ad esternare la sua identità ebraica, non ha mai mancato di dare il suo contributo intellettuale al dibattito comunitario e a lanciare, con successo, operazioni di solidarietà. Come l'invito rivolto all'opinione pubblica, dopo gli attentati alle sinagoghe di Istanbul nel novembre 2003, di partecipare alla preghiera sabbatica in sinagoga.
Come vive l'identità ebraica?
Ciascun ebreo, come si sa, la vive a modo suo. È un connotato originario da cui neanche lontanamente ho mai pensato di sfuggire, nemmeno negli anni di gioventù in cui mi immergevo con grande entusiasmo nella dimensione collettiva dei movimenti di rivolta.

Ha frequentato le scuole ebraiche?
No. Ogni volta all'aeroporto di Ben Gurion, quando esibisco il passaporto, ridono, non ci credono che non sono nato lì. Parlo l'ebraico, ma l'ho imparato in famiglia e infatti, da analfabeta, lo leggo e lo scrivo a stento.
I miei genitori sono sabra. Anche i miei nonni materni sono sabra. La nonna è nata da pionieri della seconda alià avvenuta alla fine dell'Ottocento, provenienti da Vilna; i genitori di mio padre sono nati a Borislav, un villaggio della regione di Leopoli.
Ho anche origini sefardite, mio nonno materno, che si chiama Taragan, era originario di Smirne. Sua madre, mia bisnonna, la ricordo bene quando parlava il ladino oltre all'ebraico che è rimasto la lingua di casa mia, dell'infanzia.
La mia famiglia venne in Italia da Beirut per motivi di lavoro, di commercio. Il bar mitzvà l'ho fatto nella sinagoga di via Jommelli, dov'era all'epoca la casa di riposo milanese. Ci si andava qualche volta al sabato, sempre nelle feste importanti. Invece al tempio centrale di via Guastalla ho già avuto la gioia di festeggiare la maggiorità religiosa di due dei miei tre figli. Le figlie della mia compagna hanno fatto il bat mitzva alla sinagoga di Torino. Così siamo al completo!

Durante gli anni post liceali ha avuto rapporti con correligionari?
Non ho frequentato movimenti giovanili ebraici. Dentro al movimento studentesco, a Lotta Continua, capitava sempre di ritrovarsi tra i pochi ebrei che eravamo. Non si sfugge all'identità ebraica neanche quando vorresti prescinderne.
Ricordo un breve periodo di nostra rivolta contro tutto e tutti: io ed un mio carissimo amico ebreo ci davamo l'appuntamento fisso per mangiare durante Kippur, passando magari poi da via Guastalla.
Sarà durato tre, quattro anni. Non si digiunava e addirittura c'era un bisogno di dircelo: non stiamo facendo Kippur. Ben presto io ed il mio amico riprendemmo a digiunare.

Il rapporto individuale con Israele, oltre al legame familiare?
Ricordo un viaggio di formazione, con mio padre, nell'agosto del 1967, pochi mesi dopo la guerra dei sei giorni. Grande emozione e partecipazione alla vittoria che ci appariva miracolosa, i racconti dei parenti che avevano combattuto. Ma mio padre mi portò anche a vedere lo stretto di Tiran, le case di fango dei profughi palestinesi in Cisgiordania. Rammento le canzoni di sfottò a Nasser. Per un tredicenne, fu un viaggio importante di iniziazione, cominciai a prestare attenzione a tutte le problematiche mediorientali.

Negli anni '70 come prosegue il suo rapporto con Israele?
Negli anni '70 ho trovato una persona che mi ha capito dentro Lotta Continua. Ha compreso il mio dilemma di far parte del movimento di rivolta e nello stesso tempo di sentirmi vicino allo Stato di Israele. Fu Alexander Langer, di cui il prossimo luglio ricorderemo dieci anni dalla scomparsa.
Alex seguiva il settore esteri del giornale e mi incoraggiò ad andare più volte in Israele. Poco più che ventenne, parlai addirittura ad un congresso delle "Pantere Nere" israeliane a Beer Sheva, in rappresentanza di Lotta Continua. Nella disattenzione e nel frastuono dei più, leggevo un testo che per sicurezza mi ero scritto in ebraico traslitterato. Molti componenti di quel gruppo poi passarono con Begin.
Io mi sentivo importante organizzando a Roma i loro primi incontri con esponenti della resistenza palestinese. Incontri prima semiclandestini e poi pubblici con il Fronte democratico di Hawatmeh.

Ha comportato dei cambiamenti la nascita dei figli, la costruzione della famiglia, nel rapporto con il mondo delle mitzvot?
Sia Giovanna, la madre dei miei primi due figli, sia Umberta, la mia compagna, madre del più piccolo, sono gentili. Questo mi ha sollecitato a pormi il problema della trasmissione dell'identità nella famiglia, con maggiore consapevolezza negli anni della maturità. Da questo punto di vista è risultato provvidenziale il fatto che Umberta, non ebrea, quando ci siamo innamorati venisse da un matrimonio con un altro ebreo. Lei quindi aveva già fatto una scelta di educazione ebraica delle sue figlie, con sapienza e rigore superiori ai miei.
Questo mi ha molto incoraggiato su questa strada. Abbiamo una famiglia allargata di cinque figli, già quattro di questi hanno fatto il bar o il bat mizvà (la maggiorità religiosa) ed il piccolo ha compiuto il ghiur (la conversione).
Racconto questa vicenda personale pensando che forse dica qualcosa anche sul futuro della nostra comunità italiana. Non pensate che la comunità laica, quella ai margini, quella che è definita la comunità dell'ebreo del Kippur, sia gente per forza destinata alla dispersione, all'assimilazione. Non abbiate questo incubo, perché le strade, poi, come vedete, sono imprevedibili; i ritorni, gli incontri.
Tuttavia, è vero che io sono un pessimo ebreo nei confronti dell'osservanza dell'halakhà. Ho un rabbino di riferimento che è Rav Roberto Colombo, verso il quale sento un forte senso di gratitudine per la sua capacità di comunicare ai giovani. Sento un affetto speciale per Elio Toaff e Giuseppe Laras. Ma ho trovato anche rabbini meno accoglienti.
Penso che per l'attività pastorale rabbinica, credo che si debba usare questo termine anche nella nostra religione, sia decisiva la capacità inclusiva, la disponibilità all'ascolto e all'accoglienza. Un rabbino capo di una comunità deve sviluppare queste virtù.
Altro conto è un rabbino che faccia prevalentemente la scelta dello studio, dedicandosi alla Torà e magari essendo meno interessato ai problemi delle persone. Scelta degnissima, ma non facciano i rabbini capo.

C'è stato un cambiamento nella gestione delle conversioni?
L'irrigidimento c'è stato. Ciò provoca spaccatura: lo possiamo vedere a Milano dove è sorta la comunità riformista. Non è una tragedia, è un fenomeno presente in tutto il mondo. Mi preoccupa piuttosto il diffondersi di una visione sfiduciata sul futuro dell'ebraismo. In alcuni giovani rabbini, non tutti per fortuna, si riscontra pessimismo, sembra quasi che non traggano fiducia dagli insegnamenti della nostra storia.
Noi per migliaia di anni siamo sopravvissuti e ci siamo perpetuati in condizioni ben peggiori rispetto a quelle attuali. E loro sembrano avere nostalgia del ghetto, di quando eravamo costretti a restare separati dagli altri. Quella ignobile discriminazione che ci costringeva a stare solo fra di noi, invece, per fortuna è stata superata. Talora invece appare quasi che il ghetto fosse l'unica garanzia per la perpetuazione dell'ebraismo.
Io sono convinto che chi crede, chi ha fede ed ha un forte legame con le tradizioni ma sa anche imparare le lezioni della storia ebraica, possa avere fiducia in questa apertura che viviamo da poco più di un secolo: in una comunità dinamica vi sono più osservanti, meno osservanti e anche matrimoni misti. Questo perpetuerà l'ebraismo, non il ghetto.

C'è una peculiarità dell'ebraismo italiano?

Innanzitutto siamo quattro gatti, e non possiamo frazionarci troppo. In più abbiamo avuto nel dopoguerra delle figure notevoli, alcune direi addirittura straordinarie, di rabbini e di capi comunità accoglienti, capaci di tenerci insieme.
Io penso che non dovremmo mai smettere di ringraziare una persona come Elio Toaff. Ma anche a Laras, di una generazione successiva, a Milano, dobbiamo essere grati per motivi analoghi. Anche se non ha il carisma e il fascino della storia dell'ultranovantenne Toaff, Laras infonde cultura e saggezza. Anche tra i presidenti delle comunità vanno ricordate le persone che hanno teso ad unire e ad accogliere. Perché hanno contribuito a preservare questa caratteristica peculiare della comunità italiana.

E' d'accordo con Sharon che i prossimi anni saranno contraddistinti dall'alià e dalla fine dell'identità diasporica?
Posso essere d'accordo rovesciando i termini della questione. Penso che sia finita l'epoca classica della diaspora: sarà sempre più difficile distinguere tra un ebreo israeliano ed uno diasporico. Io come devo essere qualificato?
Conosco tante persone, che vivono qui ma hanno vissuto per lunghi anni in Israele, oppure hanno lì più di metà della loro famiglia, e lì trascorrono lunghi periodi. La novità è che prima facevamo discussioni di ore sul rapporto tra il baricentro israeliano ed il ruolo delle comunità nella diaspora. Sui limiti che dovevamo osservare nella critica politica al governo israeliano. Litigavamo perché c'era chi stava in prima linea, e che diritto aveva di criticare chi non viveva laggiù?
Oggi non è più così. Viviamo più o meno la stessa condizione. Andiamo e torniamo da Israele in continuazione. Io, non solo ho zii e cugini in Israele. Adesso c'è anche Rebecca, la prima dei nostri figli, per un anno con lo Hashomer Hatzair. Se io sono contro le idee di Netanyau mica mi debbo sentire un traditore della causa di Israele. Facciamo parte della società israeliana.

Oltre al diritto al ritorno riconoscerebbe agli ebrei anche il diritto al voto nelle elezioni israeliane?
Per carità, daremmo un ulteriore motivo agli antisemiti con gli argomenti insidiosi sulla doppia lealtà.

Prima di dimettersi dalla direzione del Tg1 prese una pausa di riflessione perché era Rosh Hashanà, e non mancò di esternarlo, poi l'impegno per l'Israel Day, perché?
Lì l'ho fatto proprio apposta. Credo che sia sano per noi tutti abituarci a ricordare sempre, a noi stessi e agli altri, che anche in mezzo alle tempeste contingenti ci sono sempre cose più importanti. Ci aiuta anche a riflettere. Io già avevo deciso di dimettermi dal Tg1. Mi ricordo che in quel Rosh Hashana, venni al Tempio Maggiore e Toaff mi chiese quale fosse la mia decisione e glielo anticipai e mi fece piacere dirlo per primo a lui. Poi quel giorno al Tempio ebbi un incontro molto inaspettato e piacevole con una persona di cui non voglio rivelare l'identità.
Prima dell'Israele Day, mi ha fatto molto piacere accompagnare in Sinagoga l'amico Giuliano Ferrara, che non era mai stato all'interno di essa.

Perché si è candidato all'ultimo Congresso Ucei?
Mi ha spinto l'allarme che vivevo ed in parte vivo ancora oggi, anche se mi sembra un po' rientrato. Con la guerra ed il terrorismo in Medio Oriente c'era il timore che noi, come comunità italiana, ci chiudessimo a riccio. Che prevalesse in noi l'idea dei soli contro tutti, questo continente ci ha tradito, l'abbandono, che è stato anche il titolo di un libro. E non tolleravo il luogo comune che prendeva piede in certi ambienti che la sinistra fosse diventata antisemita.

Secondo lei il grido d'allarme è stato eccessivo?
Non eccessivo. Dico che è stato proprio sbagliato.

E' servito a qualcosa?

Ha fatto solo danno. Lo dico sinceramente. E' stato negativo spingere gli ebrei a pensare di non avere amici qui. Pensare di potere contare solo su stessi. Limitare le occasioni di dialogo. Credo che questo non abbia aiutato lo Stato d'Israele. Inoltre penso che sia stato mandato un ambasciatore, e lo dico con tutto il rispetto sul piano personale, che non è stato efficace come i suoi predecessori nel rafforzare i legami tra quel Paese che ci è tanto caro e l'Italia. C'è stata un'illusione, tattica, di pensare che siccome nella congiuntura politica stava vincendo la destra in Italia, ci convenisse legarci con chi contava in quel momento. Tagliando legami antichi che avevano ragioni profonde, cresciute nella storia e nei valori condivisi. Ma era un calcolo di breve periodo. Per fortuna, non è un errore irrimediabile. Siamo tutti protesi nello sforzo di rimediare.

Il prossimo anno c'è il congresso dell'Ucei. Si candiderebbe alla presidenza?
E' l'anno prossimo? No, non sarei la persona giusta. Il presidente deve avere la capacità di rappresentare tutti e di ricomporre, di ricondurre all'unità. Mi preme dire questo. Io con alcune delle persone che dentro lo scorso Congresso e nelle diverse Comunità rappresentano un punto di vista distante dal mio od opposto al mio, penso a Riccardo Pacifici, al quale davvero voglio bene, penso che possa e debba esserci un'autentica complicità di fondo. Non solo riconoscere la buona fede degli uni e degli altri, ma salvaguardare l'obiettivo comune: favorire la crescita di una presenza ebraica integrata in questo paese, senza rischi di separazione e di contrapposizione.

Si parla spesso di ebraismo e di ebrei nei mass media, perché?

E' lungo e complesso il tema. Si può dire che se ne parla perché la vicenda ebraica ha anticipato dilemmi esistenziali come i temi dello sradicamento, sentirsi qui ed altrove, la provvisorietà della propria condizione ed il problema della propria identità. Quando gli ebrei hanno potuto esprimere certe situazioni, una volta usciti dai ghetti dopo secoli e secoli di privazioni, lo hanno fatto. Oggi è la condizione di tante persone al mondo. Per cui la tematica ebraica interpreta bisogni comuni. Non credo pertanto che parlare dell'ebraismo sia né una moda né dettato da altri fattori. La domanda su cui gira tutto intorno è come sia potuto accadere lo sterminio. Nessuno ha dato una risposta convincente e tutti continuano ad interrogarsi. Anche la nascita dello Stato ebraico stupisce e non rientra negli schemi. E queste sono ragioni più che sufficienti per cui godiamo di un'attenzione sproporzionata rispetto alla nostra entità numerica.

Un passo biblico che l'appassiona?

Sono molto banale ma penso che l'episodio con il punto interrogativo sul quale ci spaccheremo sempre la testa è quello del sacrificio di Isacco.



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