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  Saturday 17 May 2003 13:42:56  
From:
Guido Tortorella   Guido Tortorella
 
Subject:

A porte chiuse

 
To:
Teatro   Teatro
 
Cc:
Oliverio Gentile   Oliverio Gentile
 
Venerdì 23 Maggio e Sabato 24 maggio alle ore 21.00, all'interno della rassegna "senza fissa dimora", dedicata a tutte quelle compagnie che non hanno un teatro dove provare ed esibirsi, ci saranno le prime due repliche dello spettacolo "A porte chiuse" di J.P.Sartre per il quale io ho curato la regia.

Il Teatro che ci ospita è il "Teatro della Memoria", via Cucchiari 4, Milano (zona Cenisio\Macmahon) e per prenotare sono disponiili il numero di tel. 02313663 e il comodissimo sito internet www.teatrodellamemoria.com.

Per stimolare la vostra curiosità allego qui sotto il commento critico che troverete sul programma di sala.
Venite copiosi!

IL DRAMMA DEGLI SPECCHI

Tra il 1940 e il 1941 Jean Paul Sartre fu prigioniero dei tedeschi, e di inferni ebbe modo di vederne molti.
Scritto durante la seconda guerra mondiale, "A porte chiuse" (Huis clos, 1944) tocca un tema che riguarda l’uomo da sempre: la paura di ciò che, per razza, credo o cultura è diverso, lontano dal suo privatissimo "io".
Garcin, Inès, Estelle (interpretati rispettivamente da Riccardo Vino, Lavinia Longhi e Valentina Fiondini) si ritrovano in un inferno che hanno costruito da soli, perché l'umanità che insieme rappresentano non è fatta per convivere nel medesimo "salotto".
Per rendere sulla scena il loro perpetuo straniamento ho pensato ad uno spazio angusto, claustrofobico, dove nessuno sembra trovare una propria dimensione. L'idea me l’ha suggerita il meraviglioso “Jüdisches Museum” di Berlino: i visitatori errano in un edificio distorto, pieno di zone spigolose, di angoli bui, di pavimenti in discesa o salita, di corridoi mai dritti. La nausea che uno spazio anticonvenzionale genera è metafora del difficile ingresso in una cultura diversa dalla nostra.
Ma se lo scontro fra tre diversi modi di pensare è sufficiente di per sé a generare il caos, sulla coscienza dei personaggi di "A porte chiuse" grava in più il peso del tormento e della morte che hanno seminato durante la vita. Dal fondo delle scene di Chiara Rosi (liberamente ispirate alla “Porte de l’enfer” di Auguste Rodin)  emergono le tracce del passato: volti umani, maschere che spiano e  giudicano senza tregua.
"Huis clos" è dunque anche la tragedia del voyeurismo: in un inferno privo di specchi  il giudizio su noi stessi deve essere necessariamente filtrato dagli occhi e dal gusto di coloro che abbiamo intorno; non possiamo più contare sull’immagine addomesticata che il vetro ci rimanda.
In una sorta di contrappasso dantesco ho scelto di costellare la scena di frammenti di specchio che i dannati non possono vedere nonostante il disperato e continuo bisogno di riflettersi.
Conformemente alla credenza delle antiche tribù africane secondo le quali ogni riproduzione di un corpo umano, come per esempio una foto, ruba qualcosa all’essenza dell’originale, Garcin, Inès, Estelle si ritrovano in un luogo che mentre li amplifica, li moltiplica e li rende ingombranti all’occhio del pubblico, nello stesso tempo li priva della loro unicità.
In questo modo assume una valore pregnante la battuta di Garcin: “Ah! Siete due sole? Vi credevo molte di più”.

Sul palcoscenico noi crediamo di vedere persone, ma è una delle infinite illusioni del teatro: davanti a noi c’è solo quello che di loro rimane dopo la morte.
L’eternità è gelida come un corpo senza cuore, la pena è non trovare più se stessi.

Guido Tortorella
Teatro dei frammenti



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