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  Wednesday 8 November 2006 21:02:52  
From:
Robert Landon   Robert Landon
 
Subject:

Breve viaggio in Inghilterra

 
To:
Viaggi e Turismo   Viaggi e Turismo
 
Cc:
Anglofilia   Anglofilia
 
Inghilterra – -ottobre-novembre 2006

Forse sarebbe più preciso dire “Londra, Gloucester e Inghilterra del Sud” spero comunque di fornire qualche utile dritta a chi volesse fare una vacanzina invernale. A noi è andata, come sempre, benissimo dal punto di vista climatico. Così come andò bene in Camargue per il ponte di S. Ambrogio 3 anni fa, o in Salento per il Natale-Capodanno del 2000.
Siamo stati una settimana (dal 26/10 al 2/11), 3 giorni a Londra, 1 di trasferimento a Gloucester (si pronuncia “gloster”), 2 lì – dove abita mio padre che non reggo più di un tot – e 1 altro giorno di ritorno all’aeroporto di Gatwick.
Se siete interessati consiglio di salvarlo e leggerlo con calma … è lunghino! M’accorgo anche di averlo condito di riferimenti linguistici quindi posto anche in Anglofilia, sperando di aiutare piccioncini viaggiatori e amanti della lingua (non quella in salmì!).

Londra:
L’arrivo è stato disastroso, ma si dice che se ti liberi della jella subito, poi non avrai da preoccuparti. In effetti così è stato. Siamo arrivati a Gatwick verso le 18.30 (ora locale) e i security checks (controlli) ci hanno rovesciato come pedalini. La macchina in affitto (categoria A – la più piccola, tipo Matiz) non si trovava, alla fine ci hanno dato una magnifica Volkswagen Golf (è la terza volta che mi capita di avere macchine più grosse di quelle prenotate). Si parte per casa di mio fratello al buio, io sono tesissimo – impiego sempre alcune ore per fare l’abitudine a guidare dalla parte sbagliata della strada, e di notte è anche peggio – abbiamo fame e seppure puntando su un qualche grill sull’autostrada non troviamo niente. Quando siamo ormai vicini a Londra esco dall’autostrada (motorway – senza pedaggio in tutta l’Inghilterra) e ci fermiamo in un paesino a un “kebab house”, dove su tavoli di formìca-nuda ci servono del curry, del bhaji di funghi e verdure, e del riso pilau senza pretese e senza svenarci col conto.
Puntiamo dritti su Londra, che fortunatamente conosco come le mie tasche, peccato che un paio di lavori in corso ci portano fuori strada, e prima di vedere la sagoma familiare di Wormwood Scrubs (il Ferrandi, povero, sussulterà – è una delle più tristemente note galere d’Inghilterra – un lugubre edificio del ‘500 a pochi km. da casa di mia nonna, dove passavo un paio di mesi l’estate) passa più di un’ora. Poi diventa più facile, ma sono stupito dal gran traffico e dalla quantità di gente che c’è per strada – ormai è quasi la mezzanotte di giovedì, e gli inglesi sono noti per i venerdì e i sabati al pub a ubriacarsi!
Finalmente arriviamo alla stazione del “tube” di Archway e alla Holloway Road, dalla quale imbocco subito la via che conduce al cul-de-sac dove c’è l’appartamento di Gio. Ma trovo una sbarra di ferro inchiavardata. “Oh cribbio! E questa?”. Io so che siamo arrivati, faccio il giro ma sbaglio a svoltare e torniamo sulla Holloway dove siamo costretti a un lungo allontanamento prima di poter fare conversione. Riprendo la strada giusta e trovo di nuovo la sbarra. Stavolta scendo e vado a piedi. La viuzza è lì. Molliamo la macchina davanti al “local” (il pub di zona) in divieto di sosta, prendiamo le valigie con rotelle, e ci incamminiamo per i 300 metri mancanti. Le chiavi sono sotto il bidone della monnezza (il romanesco del fratellino è rimasto intatto). Sono quasi le due di notte e crolliamo tutti e tre sul futon e nel sacco a pelo.
***
Venerdì: Sarah dorme fino a mezzogiorno, così Carla e io andiamo a piedi a fare un po’ di spesa da Sainsbury’s (i migliori supermercati per prezzi e assortimento sono Tesco’s e Sainsbury’s). Mangiamo una rapida insalata di avocado e una cotolettina d’agnello con salsina di mele. Dopo pranzo prendiamo un double-decker (bus a due piani – li consiglio al posto del tube, costano meno e dal piano superiore offrono una vista della città “panoramica”) e scendiamo in Tottenham Court Road, dove gironzoliamo facendo window-shopping (guardando le vetrine) e facciamo una puntatina da Foyle’s, in Charing Cross, uno dei miei santuari londinesi, che vantano essere la più grande libreria del mondo (5 piani, compreso il sotterraneo – ma a me pare di ricordarne una simile, se non più grande, a New York). Acquisto la mia brava mappa di “South England” della AA (Automobile Association – l’ACI inglese – sono le più aggiornate e accurate), quindi andiamo a farci una mezza pinta di Best Bitter nel pub dirimpetto, quello accanto al teatro dove, da quando io ero un bambino – quindi quasi 50 anni – continuano a fare “The Mousetrap” (la trappola per topi). Tornati a casa Sarah si diverte a guardare alla TV gli stessi telefilm che vede qualche volta qui (CSI, Starsky and Hutch, Midsummer Mysteries  - l’Ispettore Barnaby da noi, e altri), e sono molto soddisfatto del fatto che capisce tutto e trova ridicolo l’accento USA). Dopo la “news at ten” (il TG BBC delle 22.00) dormiamo … Carla e io abbiamo meno di 4 ore di sonno alle spalle, e siamo davvero stanchi.

Sabato: Altro bus per Camden Town Market (lo consiglio a tutti, molto meglio della ormai sputtanatissima Portobello Road, è un vero spasso, anche se non si compra nulla – Sarah lo ha giustamente definito un “super-Senigallia”). Giriamo tra le bancarelle, scattando foto e osservando l’incredibile fauna umana – punk, dark, metallari, vecchi figli dei fiori sopravvissuti, mods, winos (ubriachi), giocolieri, fakir indiani che parlano Cockney (l’accento dell’East End, una volta il quartiere proletario di Londra per eccellenza, oggi trasformato in lussuosi residence) e varia compagnia danzante – Sarah decide di farsi stampare una maglietta nera con un logo dei Led Zeppelin “ … che in Italia non può avere nessuno, papi!!”. Altro motivo di grande soddisfazione per me, i suoi gruppi preferiti sono i Led, i Jethro Tull, i Pink Floyd, i Who, con condimento di Beatles e Stones, e Frank Zappa (soprattutto acustico). I miei di 40-35 anni fa. Non sopporta Ramazzotti, la Mannoia, Gianni Morandi e Lucio Dalla, ma apprezza molto Paolo Conte anche se dice che i testi sono da adulti. Ha ragione, ma diventerà grande anche lei … lentamente spero.
Per pranzo abbiamo appuntamento con nostra nipote Elena e il piccolo Geremy, suo figlio di quasi 5 anni, a casa loro a Clapham Common – dove da ragazzino andavo a far volare i miei alianti di legno di balsa dalla collinetta – Elena è una giovane donna, 32 anni, che oltre ad essere una gran bella ragazza ha i controco … (che vela c’è che inizia per controco …?) controfiocchi. Oltre a lavorare 9-10 ore al giorno come manager delle risorse umane della filiale londinese della banca d’affari francese per la quale lavora, si sta prendendo un master in legge del lavoro britannico. Andiamo in un pub poco lontano dove mi godo un misto di arrosti (beef-manzo, lamb-agnello, e turkey-tacchino) con buffet di verdure cotte e crude e salsine varie. Geremy si rivela uno spasso – mischia insieme Francese (normalmente abitano a Parigi), Italiano con accento romano, e adesso anche inglese, in un’unica frase, che se non si è poliglotti si potrebbe pensare che il bimbo è un po’ tonto. Quando la mamma gli dice “… ma Geremy, non si parla così, usa una sola lingua alla volta!” lui ride a crepapelle e tira fuori quel mezzo metro di lingua semi-Koreana (lo è il papà) come per dire “Ce l’ho e la uso tutta!”.
La sera ci accontentiamo di una Caesar’s Salad (insalatona mista con cruditès, prosciutto, acciughe e vinaigrette) al local dietro l’angolo, condito da un’ottima birra scura gallese. Sarah, acqua del rubinetto (“ … and a jug of tap-water please!” AVVERTENZA! L’acqua minerale costa molto più della birra).

Domenica: Sempre in bus a Tottenham Court Road e a piedi in Russel Square al British Museum (altro appuntamento per me immancabile) rigorosamente gratuito l’ingresso fin dall’inaugurazione a metà novecento … se non è civiltà questa?
Oltre ai reperti permanenti ci sono sempre grandi mostre periodiche molto interessanti e ben documentate. Stavolta erano Arte e Miti della Polinesia e Arte e Cultura dell’Antica Mesopotamia. A proposito di “naif” (insultato a sproposito in altra conf) l’arte polinesiana ricorda molto quello che noi definiamo naif. Sarà un caso che alcuni tra i maggiori esponenti dell’impressionismo cercarono lì ispirazione?
Nel pomeriggio andiamo da Harrods (grande magazzino di lusso da me odiato, dove Sarah deve comprare un paio di cose per una compagna di classe). Mi aggiro nel reparto cibi e mi scompiscio davanti alle salamelle di cinghiale umbro a ben £60 la libbra, un kilo, quindi, sarebbe circa 200 euro). Si avvicina un cortese ammiraglio (i commessi sono vestiti così) e mi chiede se ho bisogno di aiuto … gli spiego che sono abituato ad altri prezzi dato che vivo in Italia … “Lucky man!” risponde lui.
La sera, l’ultima a Londra, ci regaliamo una cena dall’indiano a due passi da casa di Gio. Ottimo il cibo, ottimo servizio, e ottima la Murphy’s alla spina. Prezzo più che accettabile. Valigie pronte, news at ten, beddy byes (nanna).

Lunedì: Partiamo verso le 7.30, la meta è Gloucester (a propòs, il suffisso “cester” o “chester” di moltissime cittadine inglesi, deriva dal Latino “castrum”) ma con molta calma. Passiamo verso nord, per Oxford, dove ci fermiamo una mezz’ora girando per la cittadella universitaria – moltissime cittadine inglesi hanno dei posteggi in periferia, solitamente ben segnalati, “Park&Ride” (parcheggia e gira), dove a un costo fisso (accettabile) si ha il posteggio per X ore, e biglietto d’autobus andata-ritorno per il centro cittadino. Anche a Oxford c’è la “congestion tax”  - te credo, col freddo che faceva – (quella tanto discussa a Milano), ben £5 (7.5 euro, a Londra sono 12 euro, ma chi decide di girare per Londinium in macchina è da manicomio). Seguendo la stessa direzione generale si possono visitare Worcester, Bath (con bagni termali romani talmente ben tenuti e restaurati che finalmente si capisce l’incredibile arte idraulica che, per esempio, alle Terme di Caracalla a Roma, sono irriconoscibili – a Bath invece, sono ben visibili le tubazioni per i calidarium, tepidarium e frigidarium (avrò ricordato bene?), e le varie piscine di acque diverse – Swindon, Salisbury, Bristol e altre cittadine molto carine.
Si prosegue attraverso una campagna splendida, costellata da paesini deliziosi – con case del 3-400, chiesette nel tipico Gotico Inglese, ma anche Romaniche – credo che solo la Francia offra tanta ricchezza di bellezze nelle sue campagne, anche l’Italia beninteso, ma c’è da tenere conto che appena un quinto della popolazione inglese abita in campagna o piccole cittadine, mentre più di un quinto abita a Londra (12 milioni circa), e altri 25 milioni in città grandi come Birmingham, Manchester, Southampton, Plymouth, o medie come Gloucester stessa e Bristol, Swindon, Norwich, Ipswich e varie altre.
Infatti, la sorpresa arriva, e giusta giusta verso l’ora di pranzo. Dall’alto di un paesino di una ventina di case, Binbury, vediamo un bellissimo maniero con un parco di grandi alberi e prati verdissimi. Decidiamo di dare un’occhiata da vicino e troviamo il Binbury Park Hotel & Restaurant, un maniero del 1633 (si vede in una delle foto allegate) e un parco che toglie il fiato. Lì per lì, il posto sembra davvero esageratamente lussuoso (e quindi caro), ma scendendo vedo appeso un menu e trovo un pranzo fisso di tre portate (appetizer-antipasto, main course-portata principale e dessert) a £ 12.50 (circa 18 euro). Ci fiondiamo. Mamma mia! Dapprima ci fanno accomodare in un grande salone con poltrone e divani e anziane cariatidi che fumano pipe e sigari e leggono il Times, e due camini giganteschi nei quali bruciano tronchi di quercia, dove ci offrono un aperitivo con gin e frutta. Dopo qualche minuto una gentile signorina ci viene a chiamare e ci fa accomodare in una sala interamente a vetri, ma ben scaldata, con una mise-en-place impeccabile. M’accorgo che il personale, tutto giovanissimo, è francese anche se parlano un inglese ottimo, e del resto lo è in larga misura anche l’impostazione del menu. Mangiamo con grande piacere, annaffiando con del Cornwall Riesling secco da 11° che non ha nulla da invidiare ai cugini francesi o italiani – ricordo di aver letto recentemente (sul Guardian on-line) che se il “global warming” (riscaldamento globale) va avanti così, tra una ventina d’anni berremo Chianti Scozzese o Pinot delle Orkney. Hah! Sarà da ridere – alla fine il conto è meno di £50 (75 euro) ma ben spese.
Quando arriviamo da mio padre siamo ancora in piena fase digestiva e finiamo per fare poco onore al sughetto di pomodori freschi e biologici della sua serra che ha preparato apposta per noi “italiani”, e persino una bottiglia di rosso cileno, abbastanza stucchevole. Una cosa mi ha colpito nei supermercati in zona, ci sono una gran varietà di vini cileni, peruviani, californiani, australiani, neozelandesi, sudafricani, e naturalmente francesi, ma di italiano solo un Barolo di marchio sconosciuto e un Chianti Gallo Nero, entrambi piuttosto cari. Ma è possibile mai che l’Italia non sappia fare un po’ di marketing decente?
In vecchiaia il paparino sembra essersi ammorbidito, il suo consueto egocentrismo ipocondriaco ha ceduto il posto ad un filino di generosità. Infatti ci ha ceduto la sua stanza con il letto matrimoniale, e un materasso per Sarah (sempre nel sacco a pelo), per dormire lui nella stanza singola. Aveva persino fatto venire la donna delle pulizie a mettere ordine nel gran caos elettronico che caratterizza da sempre la sua vita – nel soggiorno, ai lati di un televisore stereo 30” (inches-pollici) a schermo piatto, dominano due enormi altoparlanti a 4 vie (2 tweeter-alti e 2 midrange-medi), con sotto due woofer e sub-woofer (bassi e molto bassi) collegati a lettore CD e DVD (non fatto da lui), e piatto di precisione per LP auto-costruito. Accanto una enorme pila di dischi, quasi tutti di musica classica e lirica, con qualche digressione nel folk britannico e la canzone napoletana.

Martedì: Un lento risveglio delle ragazze mi permette di andare dietro l’angolo a comprare il Guardian e sfogliarlo sorseggiando una brodaglia di caffè bollente (almeno mio padre ha un’autentica moka d’acciaio – comprata qui – e caffè Lavazza), mentre osservo i miei compatrioti ingurgitare sausages, French fries, 2 eggs and bacon conditi con abbondante ketchup e salsa Worcester, con le patatine fritte inzuppate in una pallida simil-mayonnaise che fa orrore anche da lontano. Mah!
Quando la signora e la signorina sono finalmente pronte prendiamo un bus per il centro, dove ci dirigiamo verso la cattedrale. Gloucester è molto bella, una cittadina medievale (circa 80-90 mila abitanti) con impianto circolare e strade a raggiera (probabilmente di origine romana), e divertenti casette un po’ sbilenche di grosse travi nere, intonaco bianco, e “thatched roofs” (tetti di paglia intrecciata – l’antico mestiere della famiglia di Maggie Thatcher). L’ingresso nella cattedrale viene ritardato a causa di un funerale “grandioso” (pompous, l’ho definito), con 600 ospiti in chiesa, carro funebre trainato da due cavalloni nerissimi, una dozzina di limousine extra-long (molto USA), e una banda che ha infine condotto la processione suonando dixieland jazz lungo la High Street. Il morto era evidentemente straricco (dirty rich) e decisamente anche un pochino eccentrico. Finalmente entriamo nella cattedrale, molto bella, e visitiamo lo splendido chiostro con giardino. Sarah ci porta in giro indicando i siti dove sono state girate alcune scene di uno dei film di Harry Potter, che tempo fa era una sua passione (adesso è passata a Tabucchi, Isabel Allende, e Pennac).
Per pranzo scendiamo agli antichi docks (moli), in uso fino al 1920 circa, quando la discesa e risalita dei barges (chiatte) carichi di carbone-coal, legname-timber, maiali-pigs da vivi, pork da macellati, capre-goats e lana-wool dallo Yorkshire e dal Galles, o di merci varie dal mare e da Oriente, fu soppiantata dai grandi mercantili che si fermavano a Liverpool o Bristol, e dal trasporto su gomma o binari dall’interno. Tira un venticello gelido e il pub con vista sul fiume è caldo e accogliente – arriviamo appena in tempo, il servizio termina alle 14.00 e gli inglesi in queste cose sono rigidissimi e irremovibili, peggio dei Coldstream Guards di Buckingham Palace (quelli “co’ la cazzeruola ‘n testa” come i Corazzieri del Quirinale) che non sorridono nemmeno se gli fai il solletico. Ci prendiamo le solite due mezze pinte di Best Bitter con buffet di verdure e arrosti misti, mentre Sarah opta per un smoked haddock salad (un pesce affumicato molto comune in UK, ma che non sapevo tradurre, adesso ho capito perché – dicesi “scorpena bastarda norvegica” sic! Ma non sarà mica il banalissimo “scorfano”?).
Tornati a casa troviamo il camino acceso e scoppiettante e il solito “understatement” (eufemismo) di mio padre, “… not quite warm enough, is it?” (non è proprio caldo, vero?). No cazzarola, fa un freddo becco! Mi godo un po’ di “wrestling” (lotta libera) in TV – è tutta roba truccatissima, finta, con questi bestioni che si sbattono a terra, si saltano addosso e si picchiano ferocemente – io mi ci diverto da matti, fin da ragazzino.

Mercoledì: Andiamo a far visita a mia zia Dinah, vedova del fratello di mio padre, e a mio cugino Adrian (che è andato ad abitare con lei da poco più di un anno) che non vedevo da circa 40 anni (lui ne ha 46 adesso). E’ piccolo (dev’essere l’unico Landon a non arrivare al metro e settanta), e paffutello, ma grandemente simpatico, e decisamente di sinistra (lavora per i servizi sociali, occupandosi dell’inserimento nel mondo del lavoro di persone “difficili"”(Down, handicappati fisici, mentalmente disturbate, etc.). La loro casa è moderna e grande, con un parco sul retro pieno di alberi da frutta – meli, peri, prugni, e persino un po’ di vite di uva rossa da tavola  – con in fondo una lunga discesa che finisce in un torrente dove nuotano trote, piccoli salmoni e persici d’acqua dolce.
A pranzo ci invitano nell’unico pub del villaggio dove, oltre ai camini ardenti, all’ottima birra cruda alla spina di produzione locale, il servizio è curato da ragazze asiatiche (Cina, Thailandia, Korea, Vietnam, India, e altro) che rimangono 3-6 mesi per imparare bene la lingua tramite un programma di scambio internazionale. Bella cosa, mi chiedo se in Italia esiste qualcosa di simile? Mangiamo benissimo e fortunatamente riesco surrettiziamente a pagare tutte le bevande (gin&tonic di mio padre, della zia e di Adrian compresi, oltre alle nostre birre e alle due Coca-Cola di Sarah. Quando tento di affrontare anche il conto il “publican” (padrone o gestore del pub) mi risponde che “The Landons took care of that, sir!”, “Well I’m a Landon too!”. “I mean our Landons, sir!”. (C’hanno pensato i Landon; Ma sono anch’io un Landon; Io intendo i nostri Landon!). E vabbeh, la solita storia dello straniero in patria.
Finito il pranzo torniamo a casa e dopo un ottimo whisky di dodici anni, facciamo una passeggiata digestiva in giardino, prima di riavviarci a Gloucester. Per cena preparo una pasta ai 4 formaggi con del Blue Stilton (tipo gorgonzola, o meglio al St. Augur francese), del Mature Cheddar (il cheddar invecchiato), del Welsh Goat (caprino gallese) e una schifezza di “Parmissimo” che sapeva di tutto tranne che di grana.
La sera studio con attenzione la cartina e mi segno le varie A e B roads che intendo seguire l’indomani fino a Gatwick.

Giovedì: Alas, it’s nearly over. Ahimé è quasi finita. Ma non del tutto – il decollo è previsto alle 18.50, anche se tra check-in e security c’è da arrivare con 3 ore buone di anticipo. Da Gloucester scendiamo quasi in verticale attraverso Chippenham, Bevizes, la Salisbury Plain (piana di Salisbury) deserticamente verde, con un fascino antico, quasi che il primo scimmione si fosse eretto qui a guardare oltre l’alta erba selvaggia, e quindi fino a Shrewton e Stonehenge. Sarah è colta da immenso stupore, non immaginava che un luogo tanto importante nella storiografia delle isole britanniche potesse ergersi in un luogo tanto isolato e lontano molte miglia da qualsiasi abitato. Giriamo per tutto il sito, e lei rimane affascinata dai miei racconti e dalle spiegazioni di come in quell’epoca tanto poco tecnologica, dei uomini semi-primitivi fossero riusciti a trasportare dal Galles (circa 400 km. di distanza) fin lì quei massi enormi, e quindi sollevarli fino a 7-8 metri e porli di traverso con una precisione che dura ancora, dopo quasi 5000 anni. Rimaniamo un paio d’ore, osservando tutto, compresi i “toloi” (tombe, parola greca se non ricordo male) lontani circa un km., ma Carla dopo un po’ ha freddo, e ha ragione, nonostante un sole splendido tira una brezzolina traditrice e gelida che sembra arrivare direttamente dall’Artico, e si rifugia nel piccolo posto di ristoro a bere il solito indecoroso “cup of coffee” … è mai possibile che ‘sti discendenti di Boadicea, di Merlino e di Robert Fitzhooth (Robin Hood, per chi ignora) abbiano imparato a cucinare ma non a fare un caffè decente?
Si riparte spediti verso Gatwick lungo la A303, e la A30, e a pochi km. (ma forse dovrei dire “miles” miglia = 1.68 km., così potete fare i conti con i cartelli delle distanze, solitamente frequenti e precisi), uscendo da un paesino di nome Hook – non sto a dirvi il divertimento di Sarah ricordando Peter Pan e il Capitan Uncino (hook, appunto) – vediamo un pub che annuncia “good food and home-made ales since 1254” (cibo buono e birra fatta in casa fin dal 1254). Abbiamo fame e faccio una conversione molto alla romana trovando posteggio davanti alle finestre del pub. E’ un’altra delizia, travi e pietre nude appena squadrate, due camini accesi alla grande, e finalmente del buon cibo tipicamente British – steak&kidney pie-timballo di manzo e rognone, con carote, patate e marrow (una zucchina lasciata crescere troppo) – per me, roast duck with roast spuds and buttered peas-anatra arrosto con patate e pisellini al burro - per Carla e Sarah, e un’ottima birra quasi nera come la Guinness, ma con un saporino di luppolo fresco e mela acerba che incanta.
A quel punto entriamo sulla M3 e quindi la M23 e M25 e in meno di un’ora siamo a Gatwick, dove m’addormento soddisfatto su una poltroncina dura e scomoda.
Arriviamo a casa da Malpensa che è quasi mezzanotte e piombiamo tutti sui letti. Ora è davvero “over and out” … passo e chiudo!


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