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  Wednesday 31 January 2007 14:14:54  
From:
Robert Landon   Robert Landon
 
Subject:

3 giorni a Parigi

 
To:
Viaggi e Turismo   Viaggi e Turismo
 
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Rivelazioni   Rivelazioni
 
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Il resoconto dei nostri 3 giorni parigini.
Lo invio in più conf perché mi pare contenga riferimenti interessanti per tutte.
In allegato invece le foto che altrimenti pesavano troppo, ognuna ha un nome e non dovrebbe essere difficile seguire la narrazione.
***
Parigi val bene una messa.
Città vera Parigi, offre cultura, spettacolo, divertimento e bellezza ad ogni angolo e in ogni momento. Solo Londra può competere in Europa. E lasciamo perdere commenti su Milano (detta, da miei amici bolognesi, “il mortorio”) che altrimenti qualcuno s’offende.
Arriviamo al De Gaulle alle 8, in perfetto orario, e vado diritto in albergo a depositare la valigia, mentre Carla va senza pesi e ingombri alla fiera a Villepinte (una sola fermata di trenino). Il Sofitel di Bercy è il solito albergone 5 stelle standard, dove sai esattamente quello che troverai – al massimo cambia il colore della moquette e della carta da parati.
Parto a piedi con lo zainetto rigido in spalla – macchina fotografica, cartina della città con linee metrò (praticamente inutile), cartine e tabacco, mole-skin per gli appunti, e cioccolata fondente per fornire energia. Ci sono 8°C sottozero, i rivoli d’acqua e le pozzanghere sono lastre di ghiaccio duro, nonostante l’abbondante vestiario la brezzolina penetra fin dentro le ossa, ma la giornata è splendida. Scendo rapidamente al lungoSenna – io amo i lungo-fiume, tutti, Tevere, Arno, Tamigi, danno alle città senso e direzione.
Ho deciso di andare a Notre Dame, dove so che alla messa delle undici il magnifico organo sarà suonato da un frate virtuoso con alle spalle anni di conservatorio e di orchestre sinfoniche.
Nella foto, dal Pont Neuf – a destra le chiatte e i barconi, al centro-sinistra sullo sfondo le torri di Notre Dame.
Qui passo alla Rive Gauche ma quando sono ormai a un kilometro circa le strade sono sbarrate da transenne, centinaia di poliziotti, e decine e decine di furgoni della Gendarmerie, della Police Nationale, ambulanze e vigili del fuoco. ‘Azzo pé! Che accidenti è? Non c’è verso di passare, anzi, quando mi vedono tentare di scattare una foto mi minacciano col manganello e mi obbligano a voltare a sinistra, verso St. Germain, mi avvio mogio mogio e con i piedi già stanchi, ma non riesco a riprendere a destra verso la Senna perché anche le prime traverse sono presidiate. Alla fine riesco a imboccare Boulevard St. Germain e da lì a raggiungere di nuovo la Senna all’altezza del ponte di Notre Dame, transennato e presidiato anche quello, dove mi rendo conto che dev’esserci in ballo qualcosa di grosso. Anche a quella distanza si vede sul sagrato una folla enorme e un gigantesco schermo che trasmette una messa funebre (il cardinale officiante ha i paramenti viola) e la navata è gremita. Cribbio! Vuoi vedere che è morto Chirac, o Sarkozy, o la Segoléne? Rinuncio, compro Liberation e Le Monde, mi rinchiudo in un café e finalmente scopro l’arcano … è il funerale dell’abbé Pier (quello di Emmaus) una via di mezzo tra Muccioli e i City Angels. Accidenti a lui! E pensare che ci sono tanti fratacchioni che mi sono simpatici, da S. Francesco all’abate Faria, a Quasimodò, il multilingue del Nome della Rosa, che ho sempre sentito come un fratello, da Fratel Ettore della Stazione Centrale di Milano, ai miei amici del monte Soratte.
Ripresi i sensi e la circolazione del sangue, passo davanti a Shakespeare & Co. e m’infilo in rue du Chat qui Péche diretto a St. Michel, dove rendo omaggio alla libreria Gallimard – il primo editore dei libri di Henry Miller – poi entro nel bailamme multietnico di ristoranti greci, turchi, cinesi, thai, e qualche francese, e ne esco per rendere omaggio al Hotel Esmeralda – il primo albergo che pagai con i miei soldi nel lontano ‘71. Una delizia, con stanze arredate con vecchi mobili rococò e soffitti con travi a vista, e un abbaino con vista sulla cattedrale.
A questo punto m’è venuta fame, e ho di nuovo bisogno di far riposare piedi e polpacci. A Parigi si mangia generalmente bene, ma mi fa sempre sorridere il modo in cui descrivono i piatti, e li presentano con grande effetto scenico – più una mise-en-scéne che una mise-en-place. E i vari restò etnici si adeguano presentando un qualsiasi souvlaki con tzatziki, o un banale panino con gyrò e foglia di lattuga, come fossero “haute cuisine”. Un po’ come se parlassi delle condizioni dei miei piedi (in quel momento) come di “pieds flambées dans leur sauce de chaussettes grise avec souliers bien pouléee” (piedi flambè con salsa di calzini grigi e scarpe ben arrostite)! Però sai sempre esattamente quanto pagherai, mentre in Italia anche in quella che sembra una trattoriola da niente rischi di beccare mazzate.
Entrò in una brasserie qualsiasi e ordino un “pavé de foie de canard avec ses croutons et la salade garnì” (fetta di fegato di anatra con toast e insalata condita) e “un pichet de Beaujolais Nouveau” da 25 cc. Buono e riposante, tanto che rimango un paio d’ore leggendo i giornali da cima a fondo.
Fa sempre un freddo boia (e sono le 15.00), un cartello luminoso avvisa la cittadinanza che c’è il rischio di ipotermia – camminare, massaggiarsi mani e braccia, e rivolgersi alle ambulanze in caso di giramenti di testa … Io decido di tornare in albergo a mettere le gambe in orizzontale e guardare un po’ di TV e magari anche fare una pennichella. Mi colpisce la pubblicità – metà dei prodotti sono gli stessi che vengono pubblicizzati qui, e con gli stessi attori e gli stessi shorts – e anche i vari “serial” sono gli stessi, da REX (il cane lupo tedesco), a STAR TREK, a CSNY, etc. La globalizzazione impazza e impera ….
La sera, dopo che anche Carla ha riposato un po’, torniamo al centro, e scendiamo a Chatelet, dove suona e canta un gruppo di musicisti russi, bravi e intonati – Oci Ciornie, ma anche l’Internazionale, vendono il loro CD a €23, mi pare eccessivo. Dopo una breve passeggiata vorremmo andare da Roget la Grenouille ma apre solo alle 8 e noi non vogliamo fare tardi, così andiamo a mangiare in uno dei Chez Clement (a Place St. Michel), dove a Carla torna il sorriso malgrado i piedi gonfi e la stanchezza davanti ad un piattone delle sue amate ostriche.
Lei prosegue con un mezzo granchio grigliato, mentre io mi accontento di un antipasto di “crevettes grise” (ma stavolta sono gamberoni non calzini!) e di un tris di carni (manzo, maiale e pollo) con “pommes de terre persillé” (patate bollite con prezzemolo).
Poi si torna in albergo. L’indomani è una giornatina pesante per entrambi.Andiamo insieme a Chatelet, dove lei cambia e va alla fiera, mentre io esco e vado a piedi al Marais dove ho appuntamento con Moshe (Maurice) per la manif. In realtà, dopo la cerimonia in sinagoga (dove ho indossato la mia kippah (zuccotto) di cotone blu – che in realtà fu comprata in Kuwait, tanto per sottolineare una certa somiglianza tra le due culture), i ragazzi (tutti tra i 40 e i 60 anni) mi hanno portato in giro per vinerie – io so che esiste anche un vino kosher, ma loro sembravano più attenti al Cote du Rhone e al Beaujolais Village … misteri dell’essere ebrei liberali? – e quando finalmente abbiamo sfilato eravamo tutti abbastanza ciucchi e quindi abbiamo fatto poche centinaia di metri, fortunatamente in discesa.

Ci sono due cose che mi colpiscono sempre di Parigi, come di Londra, il “metissage”, il meticciato, e la totale integrazione nella società di queste persone. A Parigi ci sono neri, mezzi-neri, un quarto neri, asiatici, mezzi-asiatici, arabi, mezzi-arabi, indiani, ebrei, e bianchi. Ma parlano tutti con l’accento parigino, e tutti sono a casa loro.
L’altra cosa è la capacità dei parigini di accostare al loro amore per la città vecchia (le palazzine liberty, i grandi magazzini di una volta, i parchi e i musei) a grandi opere modernissime, come il Beaubourg (il grande museo d’arte, che ho scoperto essere secondo solo al Metropolitan di NY per numero di opere) o Les Halles (l’antico mercato ortofrutticolo, raso al suolo per far posto ad una struttura “quasì” avveniristica).
Sopra Les Halles con sullo sfondo St. Severin in puro stile gotico francese e a destra edifici residenziali moderni in stile anni ‘30, sotto il Beaubourg:
Comunque sia, la sera ci rivediamo in albergo, entrambi stanchissimi, sebbene per motivi diversi, e decidiamo di optare per una cena nel Village de Bercy, anche questo un esempio di ristrutturazione moderna mantenendo l’antico. Fino all’inizio del secolo scorso (anni ‘20) erano locali nei quali venivano stipate le botti di vino per l’invecchiamento, ora una parte è piena di locali – ristoranti, vinerie, cocktail bar, pasticcerie, di ogni nazionalità – un’altra dominata da negozi d’antiquariato e modernariato, cari ammazzati, dove solo gli americani sono convinti di fare affari.
Troviamo una vineria cum brasserie e mentre Carla mangia ancora frutti di mare io mi dedico a un’insalata mista con paté campagne, lingua di manzo, formaggi e julienne di carote e cavolo nero. Il tutto innaffiato da una fillette (a Roma si dice foglietta – mezzo litro) di bianco, e io concludo con un misto di cioccolata (gelato bianco e nero, madeleneitte, sfoglia di amaro, mezza pera caramellata e fondente) il tutto ad un prezzo accettabile.
Sopra, i locali vari.
Sotto gli antiquari.
Oggi, domenica, Carla ha il pranzo ufficiale in fiera e poi la navetta per il De Gaulle da dove parte alle 4, mentre io parto la sera alle 11. La mattina andiamo insieme a N.D. dove ammiriamo l’organo e ascoltiamo la messa cantata.
(So che non si vede quasi niente, ma era lontano e il flash non arrivava fin lì. Comunque si vedono le torri delle canne più grandi sullo sfondo del rosone e l’effetto mosso rende l’idea del suono).
Poi accompagno Carla a Chatelet dove prende il treno per Villepinte, mentre io proseguo il mio girovagare. Torno verso il Beaubourg dove finalmente riesco ad entrare senza fare troppa fila e vado a vedere la mostra di Hergé, il creatore di TinTin – l’eroe ragazzino dei fumetti. Oltre ai pannelli originali del fumetto, molto divertenti e che illustrano l’evoluzione del personaggio, ci sono disegni, dipinti e sculture dell’artista. Dopo vado a vedere una parte delle collezioni permanenti che sono un’infinità.
Dal Beaubourg torno verso la Senna molto lentamente, guardando vetrine e divertendomi ad ascoltare la musica e gli spettacoli di vari artisti di strada, sempre numerosissimi a Parigi. All’angolo di un giardino pieno di belle piante regalo qualche moneta ad un sassofonista veramente bravo che suona sulla base di una batteria registrata e amplificata da un minuscolo generatore elettrico.
Scendo sull’argine del grande fiume dove passano chiatte cariche di legname o di carbone, kayak e barche a vela, oltre ai classici “bateaux mouche” con pochi coraggiosi sul ponte superiore all’aperto a godersi il panorama della città dal fiume mentre la voce amplificata delle guide rimbomba lungo i muraglioni.
Sopra: un bateau mouche con sullo sfondo la Senna che avvolge l’Ile St. Louis.
Sul Pont de Notre Dame mi diverto a guardare le evoluzioni di alcuni ragazzi con i pattini (quelli “monorotaia” come li chiamo io) tra bicchierini di plastica colorata, ed è di nuovo “metissage”, un bianco, un mezzo-nero e un mezzo-asiatico, tutti molto bravi e che non cercano soldi ma applausi che ricevono a profusione dai molti passanti e turisti.
Proseguendo la passeggiata, dopo una lunga sosta in un café dove ho preso un Pastis (a Carla il sapore di anice non piace, mentre io lo bevo ovunque, in Francia, in Grecia (ouzo), in Turchia (ma non ricordo come si chiama), e in Egitto (ma anche qui mi sfugge il nome), mi dedico a visitare i “bookiniste” schierati sul lungo-fiume. A me piacciono soprattutto quelli che hanno libri vecchi e antichi, quasi sempre a prezzi impossibili, ma mi divertono anche le vecchie riviste e le “affiche” (piccoli poster) pubblicitarie dei prodotti di massa dei tempi andati.
Segue qualche foto:
Di questi (sotto) ne ho comprati ben 12, ma pagandoli 1.5 euro l’uno (non i 6 euro da rapina che si vedono nella foto) in un negozietto poco lontano.
A questo punto piedi e gambe, e corpo infreddolito, sono pronti per una sosta. Inoltre inizia ad imbrunire. Mi riavvicino a Chatelet, da dove prenderò il trenino per il De Gaulle, e scelgo un café con vicino una brasserie. Mi siedo a un tavolino con vista sulla strada e ordino un caffè e un Calvà (calvados, distillato di mele marcite), leggo distrattamente Le Monde (Liberation non esce la domenica) e passo il tempo guardando la gente per strada, gli autobus a due piani per turisti (deserti), i clochard – sono quasi tutti bianchi, molti sono relativamente giovani, ed è rarissimo vederne di altre etnie – e noto nuovamente un fenomeno, che verificherò anche più tardi nella brasserie, sono tantissimi gli anziani, moltissime donne, da sole o a coppie, che frequentano i locali dove bevono qualcosa e chiacchierano in allegria. Quanta differenza con la tristezza che nasce nel vedere i “nostri” anziani costretti a rovistare tra gli avanzi dei mercati rionali a recuperare qualche frutto e qualche verdura ancora utilizzabile ma invendibile. Mi viene in mente che è un aspetto che si nota anche nei telegiornali (TF1, TF2 e una specie di CNN francese) che anziché aprire come i nostrani, sia RAI sia Mediaset, con il solito massacro, omicidio, fatto di sangue, aprono con servizi “politici” (in senso lato). Certo, era in auge la notizia dello spionaggio ordito da Sarkozy ai danni della Royal, ma dedicavano molto spazio a fatti sociali, ai giovani e agli anziani. Indubbiamente pesa anche una pensione minima attorno ai 600 euro, quando in Italia c’è chi è costretto a campare con 200 euro circa.
La mia tre-giorni parigina si conclude in brasserie con un pichet di Beaujolais Nouveau (da 46 cc.) per accompagnare “canard pouléee sur son lit de champignons nature, avec sauce de poires au vinaigre de Modena” (fettine di anatra arrosto con funghi prataioli e salsa di pere all’aceto di Modena – ma se uno non fosse italiano gli verrebbe da pensare che Modena è un luogo della Francia!). E quindi concludo con un sorriso e un altro Calvados. L’arrivo alla Malpensa, autobus, incidente all’altezza di Busto Arsizio e coda kilometrica, mi ripiombano nella realtà italiana e milanese. Tant pis pour eux (tanto peggio per loro),  o per noi? Tanto tra pochi anni me ne andrò da questa città. Alternative? L’amata Roma, ma più probabilmente il sud della Francia o un’isoletta greca.
Bon nuit! Kalinichta!

ROB


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