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  Thursday 23 February 2006 14:54:37  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

Quando l'Africa aveva il «mal» d'Italia

 
To:
ANPI   ANPI
anpi-LD   anpi-LD
 
23 Febbraio 2006


Quando l'Africa
aveva il «mal» d'Italia


di Marco Maugeri


U
na lampante verità è che se il nazismo durò 10 anni e lasciò un
segno indelebile nel secolo passato, il fascismo si visse la
bellezza di 21 anni, e non lasciò certo un segno minore. L'aveva
notato Borgese nel suo Golia - e l'avrebbe pagato - e già allora
aveva azzardato un paragone Hitler-Mussolini non da poco. Insinuava
in sostanza che c'era poco da considerare il secondo minore al
primo. Hitler aveva modellato il suo cupo dominio dietro semplice e
puntuale riproposizione di gesti e bravate mussoliniane: il saluto
romano, ma anche la remunerata strategia di incendiare qualcosa e
chiederne conto al nemico. Certo poi i tedeschi facevano le cose in
grande: se i fascisti davano alle fiamme un cinema, o un teatro come
il Diana, arrostivano direttamente il parlamento e tutto ciò che
rappresentava. Per non dire che se Hitler sbarazzatosi delle SA
aveva dovuto convivere con le non piccole presenze di gente come
Goering, Himmler, e via di seguito, Mussolini non aveva mai esitato
a sbarazzarsi di chiunque lo mettesse in ombra. Né si può dire che
Mussolini si risparmiò in altre efferatezze che senza imbarazzo
rimproveriamo a Hitler. E se Mussolini in fretta e in furia
inzeppava la sua borsa di carte e documenti nei suoi ultimi giorni
di vita non era certo per la triste prospettiva di finire
prigioniero fra tanti, ma chissà forse gli balenò l'idea che ce
n'era abbastanza per passare un brutto quarto d'ora, finire alla
sbarra, e pure per un poco raccomandabile processo per crimini di
guerra: e allora ecco le leggi razziali, la risiera di San Sabba
dove, e incessante, schiumava l'unico forno crematorio operante nel
territorio italiano, ma poi e soprattutto la lontana, ma
sanguinosissima campagna d'Africa.
Che poi la memoria di quei lontani fatti non abbia toccato quasi in
nessuna piega la coscienza italiana è assodato, e poco negli anni
gli italiani stessi si saranno spiegati le repentine e furiose
cacciate dalla Libia o dall'Egitto, poco fino a oggi possiamo
spiegarci dell'odio feroce che verso il nostro paese ancora alligna
nel corno d'Africa. La continua autoassoluzione che il fascismo
rinnova a sé con risultati costanti, ad esempio, è potuta passare
sopra una delle più colossali carneficine della storia: la campagna
d'Africa. E dire che la buona sostanza di questa assoluzione forse
non la potremmo trovare in forma migliore che nella piccola chiosa
dell'allora aviatore Bottai. «Le rovine del paese - scrive Bottai -
non fanno nessuna pena. Non stringono il cuore. Troppo le rovine
sono simili all'aspetto normale di questi paesi, perché ne risulti
la tragica angoscia della vita spezzata, del focolare spento.
Quattro case del Friuli e del Veneto assumevano, nella catastrofe,
un'aria grandiosa. Erano "case", cioè: una civiltà, un'idea, una
tradizione, travolte».
E infatti visto che c'era carne e carne, rovine e rovine, Mussolini
era atterrato sopra le pietre bruciate di Cirenaica e Tripolitania
con tutto l'armamentario di cui era capace. Basti pensare che nel
disperato tentativo di acciuffare l'imprendibile al Muktar, capo
carismatico delle tribù cirenaiche, si arrivò perfino allo sgombero
di un intero altopiano. Bombe su bombe, all'occasione gas (iprite,
fosgene), e infine i campi di concentramento. L'allora ministro
delle Colonie Pietro Lanza di Scalea li assimilava a alberghi, e di
quelli buoni, peccato però che all'interno non mancavano nemmeno
espliciti inviti al suicidio, e perché si capisse glieli scrivevano
pure in arabo. Le popolazioni sfollate del resto morivano ancora
prima nelle estenuanti marce, per non dire del bestiame che,
abituato agli altipiani, non trovava pascolo nelle pianure piene di
sabbia e pietre: 21.117 fra Abeidat e Marmarici, 20.123 a Soluch,
10.000 ad Agedabia e così via per una ventina di lager che alla fine
accolsero la bellezza di 100.000 deportati, dei quali quasi 60.000
non videro più la via di casa. Tutto questo per catturare un solo
uomo.
E si parla allora di campi quando servivano campi, gas quando gas
servivano, si arrivò perfino a congetturare un'allucinata richiesta
di armi batteriologiche con cui fare piazza pulita. Mussolini su
questo in un primo momento non sentiva ragioni. E ci volle Badoglio,
che certo con i gas non si era risparmiato, per costringere il duce
a capitolare, e convenire «concordo con quanto osserva V.E. circa
l'impiego della guerra batteriologica». Quanto ai gas, infatti, dal
dicembre '35 al marzo successivo, sul fronte Nord erano state
sganciate bombe per 300 tonnellate di iprite, a Sud invece fra bombe
caricate a iprite e quelle a fosgene se ne aggiungevano altre 44
tonnellate. Gli effetti come si può immaginare erano devastanti: i
corpi si riempivano di vesciche, i liquidi interni portati
istantaneamente a temperatura di ebollizione aprivano suppurazioni
dalle quali fuoriuscivano orribili deiezioni. Qualche volta fino
alla stessa espulsione degli organi. «Quel mattino, però, non
lanciarono bombe, ma strani fusti che si rompevano appena toccavano
il suolo o l'acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido
incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava
accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rimasti colpiti
dal misterioso liquido e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi
nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri,
che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in
un'agonia che durò ore». Così scriveva il negus Hailé Selassié
della «pioggia che brucia».
Non si può dire che la figura di Graziani a tutt'oggi sia stata
minimamente intaccata, e certo lui già allora non se ne preoccupò
affatto. L'unica volta in cui se ne aduggiò un poco fu in seguito
all'attentato che aveva subito nel suo Ghepì di Addis Abeba e che lo
aveva insolentito di quasi 300 piccole schegge. Si era diffusa la
voce che il «maresciallissimo» ci aveva rimesso la virilità,
Graziani allestì tutto il necessario e ancora convalescente posò per
il suo duce in una posa che non lasciasse dubbi a insinuazioni. L'attentato non passò invendicato. L'esplosione che infiammò per
pochi secondi il quartier generale di Addis Abeba provocò pochi
morti e feriti, ma la rappresaglia che ne conseguì non ha paragoni.
Gli osservatori di allora potevano testimoniare di furiose irruzioni
dentro tende e tucul. I cadaveri a migliaia si ammucchiavano ai lati
delle strade. Se l'attentato aveva avuto luogo il 19 di febbraio -
festeggiamenti per l'ultimo nato di casa Savoia - la rappresaglia si
poteva ritenere conclusa solo il 19 maggio successivo con la strage
di Debra Libanos dove quasi 400 fra monaci e ospiti vari, intruppati
a fretta dentro un camion, vennero giustiziati nel più macabro dei
modi: un largo telo a coprire le loro teste, i lacci stretti sul
collo, la fredda esecuzione, il lenzuolo zuppo di sangue acconciato
a coprire il gruppo successivo.
«È semmai - scrisse in seguito Graziani - titolo di giusto orgoglio
per me aver avuto la forza d'animo di applicare un provvedimento che
fece tremare le viscere di tutto il clero, dall'Abuna all'ultimo
prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di
desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se
non volevano essere radicalmente distrutti».
Si può convenire come diverso giudizio sarebbe scaturito se tutta
questa mattanza avessimo dovuta ascriverla a Hitler; e su come
dovendo imputarla a Mussolini, tutto ne viene - per così dire -
decantato, e il fascismo - che pur avendo ispirato, quando non
eguagliato, il nazismo - ne è uscito illeso. A tutti gli altri
responsabili, da Badoglio a Graziani a Maletti non verrà chiesto
nulla di questi crimini. Mussolini non poteva immaginarselo, e sulla
strada per Dongo verosimilmente avrà stropicciato e compulsato
documenti nella disperata ricerca di una via d'uscita.
E bisogna riconoscere che - se ci fu - fu una preoccupazione di
troppo: un'inimmaginabile assoluzione, benevola e incontrastabile,
attendeva in qualche modo anche lui. La morte di quasi un milione
di «selvaggi» non la doveva offuscare minimamente.

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STORIA L'«avventura» coloniale di



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