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  Monday 12 February 2007 11:54:36  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

Rosario Bentivegna

 
To:
anpi-News   anpi-News
anpi-LD   anpi-LD
 
Rosario Bentivegna
 

Nato a Roma il 22 giugno 1922, medico

Già negli anni del liceo fu un attivo antifascista. Con Leonardo
Jannaccone, Corrado Nourian e Nino Baldini costituì, infatti, nel 1939, un
gruppo detto di "unificazione marxista", che attirò presto l’attenzione
della polizia fascista. Arrestato nel 1941, dopo la scarcerazione
Bentivegna aderì nel 1943 al Partito comunista. Con l’armistizio e la
formazione dei Gruppi di azione patriottica, fu tra i più valorosi
protagonisti della Resistenza, sia a Roma (assalto a militari tedeschi in
piazza Barberini, attacco ad un corteo fascista in via Tomacelli) che
nella zona della Casilina, dove comandò formazioni partigiane.
Il 23 marzo del 1944 con Carla Capponi (che sarebbe poi stata sua moglie),
fu tra gli autori dell’attentato di via Rasella, che mise fuori
combattimento 32 soldati delle SS e che fu il pretesto per la strage delle
Fosse Ardeatine. Pochi mesi dopo la liberazione della Capitale, Bentivegna
decise di continuare la sua lotta contro i nazifascisti in Jugoslavia e in
Montenegro. Rientrato in Italia dopo la conclusione del conflitto, questo
valoroso combattente (che per un paio d’anni fu anche redattore del
giornale l’Unità, prima di riprendere gli studi e di dedicarsi alla
professione di medico), è stato sottoposto per le sue imprese di
partigiano a numerosi processi, dai quali è uscito sempre assolto per la
legittimità delle sue azioni.
 


 Carla Capponi
 

Nata a Roma il 7 dicembre 1921, deceduta a Zagarolo (Roma), il 24 novembre 2000, Medaglia d’Oro al Valor militare.

Studentessa di Legge, subito dopo l’8 settembre 1943 partecipò coraggiosamente alla Resistenza romana, divenendo presto vice comandante di una formazione operante a Roma e in provincia. Nell’ottobre del 1943 per procurarsi un’arma (i suoi compagni dei GAP gliela negavano, perché preferivano riservare alle donne funzioni di appoggio), non trova di meglio che rubare la pistola a un milite della Gnr, che si trovava vicino a lei in un autobus superaffollato.
Nella primavera del 1944 è tra gli organizzatori e gli esecutori dell’attentato di via Rasella contro un contingente dell’esercito tedesco. L’attentato fu poi preso dai nazisti a pretesto per la feroce strage delle Fosse Ardeatine. Riconosciuta partigiana combattente con il grado di capitano, è stata decorata di Medaglia d’Oro al valore militare per aver partecipato, si legge tra l’altro nella motivazione, "alle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo di avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia abitata della città di Roma".
Più volte parlamentare del PCI, membro della Commissione Giustizia nei primi anni settanta, ha fatto parte sino alla morte, del Comitato di presidenza dell’ANPI. Poco prima della scomparsa di Carla Capponi, "il Saggiatore" ha pubblicato un suo volume sull’attività dei GAP a Roma. Si intitola Cuore di donna.
 
La Resistenza dei militari italiani in Iugoslavia
  

Il territorio della Iugoslavia venne occupato nell’aprile 1941 dagli eserciti italiano e tedesco. La Wehrmacht teneva la Serbia e la Croazia, mentre gli italiani erano così dislocati: in Erzegovina le divisioni Marche e Messina, in Montenegro le Divisioni Emilia, Ferrara, Venezia e Taurinense, inquadrate nella IX armata; in Slovenia, Croazia e Dalmazia otto Divisioni (Cacciatori delle Alpi, Isonzo, Lombardia, Macerata, Murge, Bergamo, Zara, Eugenio di Savoia), inquadrate nella II armata. In totale circa duecentomila uomini che, al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, erano schierati da Fiume sino ai confini albanesi, frammentati in migliaia di piccoli presidi con modeste possibilità di movimento. Le Divisioni tedesche invece erano disposte unitariamente in blocchi consistenti, con robuste formazioni corazzate e un’aviazione potente. I loro comandi nel contempo avevano previsto, nel caso il governo Badoglio avesse abbandonato l’Asse, interventi immediati atti a neutralizzare e disarmare le forze ita
liane.
Fu così che la sera dell’8 settembre venne subito attuata l’"Operazione Achse", intesa a bloccare ogni iniziativa italiana arrestando i maggiori comandanti e disarticolando tutta la rete dei collegamenti sia con l’Italia che all’interno delle nostre unità. Il potere decisionale passò allora nelle mani dei singoli comandanti di unità, che reagirono in modo diverso alle richieste di resa dei tedeschi. Molti militari italiani scelsero di unirsi ai partigiani iugoslavi e con loro parteciparono attivamente alla difesa o riconquista di città come Spalato, Dubrovnik e Belgrado.
 
La Resistenza dei militari italiani in Montenegro
  

L’8 settembre 1943 in Montenegro era dislocato il XIV corpo d’armata composto da quattro Divisioni: Emilia, Taurinense, Venezia e Ferrara. Di queste solo la Ferrara decise di non opporsi ai tedeschi, mentre le altre tre continuarono a combattere subendo gravi perdite. La Emilia si sacrificò nelle difesa di Cattaro, dove ebbe 597 caduti e 963 feriti prima di doversi arrendere il 16 settembre. La Venezia, comandata dal generale Giovan Battista Oxilia, e i resti della Taurinense entrarono invece a far parte, già dal 10 ottobre, del II korpus dell’Epli, l’esercito popolare di liberazione iugoslavo, e per tre mesi parteciparono a diverse operazioni belliche subendo gravi perdite.
Il 2 dicembre 1943 venne quindi decisa la costituzione di una sola grande unità, la divisione italiana partigiana Garibaldi, divisa in tre brigate, che combatté sino al febbraio 1945. Il suo ciclo operativo in Iugoslavia si concluse nel marzo di quell’anno, quando i superstiti si imbarcarono a Dubrovnik per tornare in Italia.
I rimpatriati furono 3800, tutti armati; erano partiti in 20.000. Di essi 3800 erano rientrati precedentemente per ferite o malattie; 4600 tornarono dalla prigionia; 7200 furono considerati dispersi; le perdite complessive furono di circa 10.000 uomini. Le decorazioni militari furono: 13 medaglie d’oro, 88 medaglie d’argento, 1351 medaglie di bronzo, 713 croci di guerra. Gli iugoslavi decorarono la I, la II e la III brigata della Garibaldi con l’Ordine per i meriti verso il popolo, con la Stella d’oro e con l’Ordine della fratellanza ed unità con Corona d’oro. La Garibaldi aveva meritato inoltre due solenni encomi del Comando supremo di Tito.
 






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