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  Monday 30 May 2005 19:22:45  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

L’ORO DI DONGO? FU USATO BENE

 
To:
anpi-News   anpi-News
 
L’ORO DI DONGO? FU USATO BENE
di FIAMMETTA AUCIELLO dal settimanale DIARIO del 22 aprile 2005

dall'Osservatorio Democratico

gerarchi fascisti, il 27 aprile 1945, i partigiani avrebbero sottratto ai fuggitivi un’ingente quantità di oro e denaro che sarebbe poi finita nelle casse del Partito Comunista Italiano, con danno dello Stato Italiano e dei suoi cittadini. La vicenda ebbe in seguito numerosi risvolti giudiziari e periodici lanci e rilanci giornalistici che giungono ai nostri giorni con una espressione ormai consacrata: l’oro di Dongo.
Una decisione del Tribunale Militare di Milano, emessa pochi mesi dopo quella vicenda, ne dava invece una lettura diversa e qui ne pubblichiamo ampi stralci.

Il 2 settembre 1946, la Sezione Istruttoria presso la Corte d’Appello di Milano emette una sentenza contro Michele Moretti, commissario politico della 52esima Brigata Garibaldi, e Carlo Maderna “per essersi, il 2 maggio, in Domaso, in concorso tra loro e con altri, appropriati di due pacchi di documenti, di 30 milioni di lire italiane e di oggetti d’oro del complessivo peso di Kg. 35,880, costituenti preda bellica, cagionando all’amministrazione dello Stato un danno patrimoniale di rilevante gravità”. La Corte, conformandosi alla richiesta del Procuratore Generale, ordina la trasmissione degli atti processuali al Procuratore Militare del Tribunale Militare di Milano, competente a giudicare il reato ascritto.

Nel fascicolo aperto dal Tribunale Militare contro Michele Moretti, Angelo Mentasti, Carlo Maderna, Pietro Terzi e altri, ora conservato nell’Archivio di Stato di Milano, non ci sono i sette volumi che costituiscono gli atti del procedimento. Vi si trovano solo, oltre ad alcune note di ufficio, la relazione del Pubblico Ministero, la risoluzione del Giudice Istruttore del Tribunale Militare e la sentenza della Suprema Corte di Cassazione in merito al conflitto di giurisdizione che si è venuto a creare tra la magistratura ordinaria e quella militare. I documenti forniscono comunque un quadro piuttosto chiaro e consonante sugli avvenimenti; qui riportiamo ampi stralci della lunga e circostanziata decisione del giudice istruttore militare, magg. Bruni, che risulta particolarmente interessante per le conclusioni alle quali perviene.

“In data 10 novembre 1945 il CLN di Como sottoponeva all’Autorità Giudiziaria, Procura di Como, i risultati di una inchiesta relativa alla dispersione di automezzi e materiale automobilistico in genere, abbandonato dalle forze nazi-fasciste nei giorni dell’insurrezione e requisito da Comandi delle forze partigiane per le necessità della lotta”

“ In relazione a quanto sopra la Procura di Como iniziava procedimento penale; tuttavia l’istruttoria, proseguita a rito formale, veniva in principalità estesa e diretta all’accertamento di responsabilità in ordine alla scomparsa di valori e incartamenti che erano stati pure recuperati nei giorni dell’insurrezione presso fascisti e tedeschi in fuga. Risultava infatti da un carteggio del CLN di Como con comandi militari della zona – carteggio allegato in atti – che il 27 aprile 1945 in Domaso due ufficiali tedeschi, appartenenti all’autocolonna nazi-fascista fermata in Dongo, avevano consegnato L. 33.020.000, in biglietti di banca al Sig. Hoffman Alois, cittadino svizzero messosi a disposizione dei partigiani quale interprete, promettendo allo stesso un terzo della somma in regalo, nel caso avesse posto in salvo il rimanente; che detta somma era stata, però consegnata, dall’Hoffman ai partigiani in persona del Comandante la 52 ^ Brigata Garibaldi Pedro (Pier Luigi Bellini Delle Stelle) e del Vice Comandante di guerra della stessa Brigata, Bill (Lazzaro Urbano), che i predetti avevano pure ricevuto in consegna nello stesso periodo di tempo Kg. 35,880 di rottami d’oro recuperati da tale Santi Rino, pescatore di Sorico, nel fiume Mera, e che avevano provveduto poi al deposito di detti rottami d’oro e della somma sopra precisata presso la Cassa di Risparmio di Domaso.

Detti valori erano stati, però, il I° Maggio 1945, ad opera degli stessi depositanti, ritirati dalla Banca per ragioni di prudenza e trasportati in casa di tale Gianfranco Venini; ed infine il giorno successivo, per nuovo consiglio tenuto dai capi partigiani., con intervento di Pietro Terzi (Francesco), dedotta la somma di L. 3.020.000 per far fronte ai bisogni urgenti della Brigata, la rimanente somma e l’oro erano stati affidati al Commissario di Guerra della 52^ Brigata, Michele Moretti (Pietro Gatti), perché li consegnasse al CVL in Milano. I valori, trasportati dal Moretti a Como a bordo di una automobile guidata da Maderna Carlo, non erano in realtà pervenuti al Comando Piazza di Como né al CVL di Milano ed ignoravasi la sorte ad essi toccata per essersi il Moretti reso irreperibile al momento in cui avrebbe dovuto chiarire e provare a quale comando e in persona di chi aveva effettuato la consegna.

Risultava altresì poco chiara la destinazione data a documenti rinvenuti in una borsa detenuta da Mussolini; documenti che, consegnati al Comando Piazza di Como, sarebbero stati da detto Comando affidati all’ufficiale dipendente Glauco Spera perché ne effettuasse la consegna al Gen. Cadorna e che tuttavia pareva fossero venuti in possesso del giornale “l’Unità”, avendo tale quotidiano iniziato la pubblicazione di alcuni fra detti documenti. Nel corso della formale istruzione i fatti come sopra risultavano confermati dalle prove assunte. Si accertava altresì che in Dongo, e precisamente nei locali del Municipio, erano stati ammassati i bagagli dei gerarchi fascisti e delle persone al seguito; che era stato fatto un inventario degli effetti e valori recuperati, controfirmato dai partigiani Pedro, Bill, Francesco, Neri (Canali Luigi), Gianna (Tuissi Giuseppina); questi due ultimi in seguito misteriosamente scomparsi e ritenuti uccisi.

Anche in riguardo, però, a tali valori ed effetti non riuscivasi a stabilire se ed a quali Comandi fossero stati consegnati, essendosi limitati i nominati Pedro e Bill ad affermare che ne era stato deciso all’affidamento al Comando Comunista e non essendo stato possibile ottenere da altra fonte maggiori chiarimenti”. …

“Questa Procura Militare [ricevuti gli atti dalla Corte d’Appello] riteneva opportuno approfondire l’istruzione, iniziata dalla Magistratura Ordinaria, al fine di meglio chiarire i fatti e la natura dei reati”. .….
“In base alle prove raccolte, i fatti possono oggi così ricostruirsi: Il 27 aprile 1945, nelle prime ore del mattino, una auto-colonna tedesca, assieme alla quale viaggiavano alcuni automezzi e un’autoblindo con a bordo gerarchi fascisti e persone del seguito, da Menaggio, dove aveva pernottato, proseguiva verso Gravedona. Nell’abitato di Musso alcuni gerarchi, tra cui Bombacci e Romano, si consegnavano ai partigiani del luogo mentre, due o tre macchine con a bordo funzionari e personale dei Ministeri della RSI, tentavano di allontanarsi dalla colonna per raggiungere la Svizzera. Per aver imboccato una falsa strada, le predette macchine venivano però fermate in frazione Campagnano e quivi depredate dalla popolazione. In Dongo tutta la colonna veniva fermata dai partigiani e da elementi locali e, dopo accordi presi con i Comandi partigiani della zona, veniva dato passo libero ai Tedeschi, mentre venivano fermati gli automezzi dei gerarchi fascisti, tra cui la vettura di Marcello Petacci. Nulla fu asportato dagli automezzi tedeschi, i quali vennero solo sottoposti ad una visita di controllo che fruttò la cattura di Mussolini. Solo l’autoblindo, a bordo della quale erano alcuni gerarchi, oppose resistenza. Inchiodata al suolo con lancio di bomba a mano, detta autoblindo, dopo la resa dei gerarchi, venne saccheggiata dalla popolazione, e solo una parte degli oggetti che in essa si trovavano venne depositata nel Municipio. Nel Municipio, come dianzi è stato detto, vennero depositati tutti i bagagli dei gerarchi e inventariati tutti i valori e gli effetti contenuti nei bagagli stessi o rinvenuti addosso ai gerarchi. All’inventario attesero in particolare la Gianna e il Neri e tal Bianca Bosisio, impiegata del Comune di Dongo in qualità di dattilografa.

Non è stato possibile recuperare l’originale o copia di detto inventario, e i testi hanno potuto solo genericamente dire che era stato raccolto un notevole quantitativo di moneta cartacea ed aurea, italiana e straniera, e un buon numero di oggetti di pregio: anelli, orologi, ecc. e tra questi, gioie della Petacci. Gli oggetti preziosi, secondo chiarimenti successivamente avuti, sarebbero stati racchiusi in un cofanetto all’uopo fornito da una famiglia del luogo, che fu detto dal colore della stoffa che lo rivestiva. Furono pure rinvenuti in una borsa, che con se portava Mussolini, documenti vari che in un primo tempo furono custoditi da Pedro e Bill.

Successivamente da costoro furono affidati al Brigadiere Scappin perché li portasse al Gen. Cadorna, e dallo Scappin, dietro insistenze di Moretti, furono recapitati al Comando Piazza di Como. Qui i documenti furono di notte fotografati e di essi presero visione, e probabilmente ebbero copia fotografica, redattori del quotidiano (Arcuno). Una copia fotografica è tuttora in possesso dell’ANPI di Como. I documenti furono poi fatti pervenire al Gen. Cadorna, che ne dispose l’invio al Ministro Casati. In mancanza di un preciso inventario non è possibile stabilire se tutti i documenti giunsero al Gen. Cadorna, o se vi fu qualche sottrazione come le risultanze istruttorie lasciano sospettare. Altri documenti erano stati recuperati su un camioncino contenente effetti di corredo della famiglia Mussolini. Detto camioncino erasi distaccato dalla colonna nei pressi di Garbagnate in seguito a guasto ed era stato pure depredato. Gli oggetti di pregio che fu possibile recuperare furono mandati al Prefetto di Como, avv. Bertinelli, che ne dispose il deposito alla Banca d’Italia; i documenti furono consegnati dai Fratelli Allievi all’Avv. Meda, all’epoca Presidente del CLNAI che a mezzo del conte Annoni ne curò la trasmissione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dottor Scaglioni).

I Tedeschi che trovavansi a bordo dell’autocolonna, furono poi disarmati ed accompagnati al confine svizzero. Non risulta che a bordo degli automezzi tedeschi siano stati rinvenuti valori; si vuole anzi, che moneta cartacea bancaria sia stata bruciata dai Tedeschi stessi durante la notte. In definitiva oltre quelli di Dongo, altri valori e beni non furono recuperati se non la somma di L. 33.020.000 in biglietti di banca versata da due ufficiali tedeschi all’Hoffman in Domaso e i Kg. 35,880 di rottami di oro ripescati nel fiume Mera.

Altri valori di pertinenza della famiglia Mussolini, tra cui il medagliere di Mussolini, furono rinvenuti a Villa Mantero e consegnati al Prefetto di Como avv. Bertinelli e da questo depositato alla Banca d’Italia, succursale di Como, mentre casse contenenti vestiario e corredo personale della stessa famiglia Mussolini ed una contenente documenti furono trasportate da Villa Mantero alla Caserma dei Pompieri di Como, dove, dopo diverso tempo, sarebbero state ritirate da militari alleati.

Per quanto riguarda i Kg. 35,880 di spezzati d’oro ed i 30 milioni di biglietti di banca, di cui ignoravasi l’uso fattone dal Moretti, l’Ufficio Stralcio del Comando Brigate Garibaldi, in persona dell’On. Cavallotti, con lettera 17 aprile 1947, ha informato che tali valori furono a suo tempo consegnati al Comando delle Brigate d’Assalto Garibaldine della Lombardia, della Valsesia e dell’Ossola, di cui era a capo il Fabio (Pietro Vergani) e che furono impiegati per far fronte ai bisogni delle Brigate stesse (mantenimento, smobilitazione, assistenza). Lo stesso Vergani, attuale dirigente della Federazione Comunista Milanese, ha confermato quanto sopra riservandosi di dare prova dell’uso fatto, ed analoga conferma ha dato in merito a quanto espresso in successiva lettera 25.5.1947 dell’Ufficio Stralcio citato, nella quale precisavasi che erano stati altresì consegnati ai Comandi Garibaldini della zona di Como insediati nella Casa del Popolo di Como i seguenti valori di pertinenza dei gerarchi fascisti e di persone del seguito fermati in Dongo: lire it. 1.300.000, franchi svizzeri 75.000, pesetas 10.000, sterline 90, due orologi d’oro, una matita d’argento, una sveglia da viaggio. Anche per questi valori ha precisato il Vergani che furono impiegati per far fronte ai bisogni delle Brigate Garibaldine (mantenimento, smobilitazione, assistenza), ed ha chiarito che indumenti contenuti in sei o sette valigie e borse comuni furono distribuiti agli indigenti.

Per essere in tal modo accertato che gli imputati Moretti, Maderna, Mentasti, Terzi ebbero effettivamente a consegnare, ai Comandi da cui dipendevano quali partigiani, le somme e i beni di cui erano stati in possesso (anche per quanto riguarda i valori inventariati nel Municipio di Dongo e la cui consistenza è conosciuta solo attraverso la citata lettera dell’Ufficio Stralcio delle Brigate Garibaldi, deve escludersi, in mancanza di ogni prova contraria, qualsiasi personale appropriazione da parte di che effettuò la consegna), e per essersi i componenti di detti Comandi assunta tutta la responsabilità della destinazione data ai valori stessi e dell’uso effettivamente fattone, cessava ogni ragione di mantenere la cattura degli imputati stessi….”

Fin qui, sulla base delle prove e testimonianze raccolte, la ricostruzione dei fatti. Ma ancora più interessanti risultano alcune considerazioni, in via di diritto, alle quali giunge il Giudice Istruttore del Tribunale Militare. Tralasciando la citazione e il commento degli usi di guerra, degli accordi internazionali dell’Aja e degli articoli del Codice di Procedura Militare di Guerra, per i quali rimandiamo i lettori interessati alla lettura integrale del testo del provvedimento – conservato come si è detto nell’Archivio di Stato di Milano, fondo Tribunale Militare Territoriale di Milano, cartella 265 – riportiamo le conclusioni alle quali perviene il magistrato.

“Le considerazioni sopra svolte consentono di escludere che nei fatti, oggetto del presente procedimento, siano ravvisati gli estremi dell’abuso di preda bellica sotto forma di appropriazione o ricettazione, così come ha sostenuto il P.M [della sezione Istruttoria Corte d’Appello].”… “Ed infatti è anzitutto da rilevare che né i gerarchi fascisti e persone del seguito erano sudditi nemici, né la cosiddetta poteva essere considerato una dello Stato italiano allora cobelligerante degli Stati Alleati per l’impegno assunto dal Governo Regio. In realtà esisteva solo in una parte del territorio nazionale occupata dal nemico una organizzazione di ribelli al Governo legittimo, che pretendevano mutare l’ordinamento dello Stato Italiano imponendosi con la forza delle armi alla popolazione dissidente e anzi nella assoluta maggioranza fedele al Governo legittimo. Anche quando però si volessero considerare in linea di ipotesi, i gerarchi fascisti e quanti assieme ai predetti collaborarono con le forze armate tedesche è pur chiaro… che non possono ritenersi costituenti preda bellica i beni e le cose tutte catturate nella zona di Dongo, che ai predetti appartenevano come proprietà privata. Né possono considerarsi preda bellica i beni dello Stato Italiano che presumibilmente si trovavano in possesso dei gerarchi fascisti (pare che nell’autoblindo saccheggiata vi fossero fondi dai predetti a suo tempo sottratti dalle casse dello Stato) o che furono comunque recuperati nel territorio liberato (così in particolare i Kg. 35,880 di spezzati d’oro che per chiari indizi facevano parte dell’oro offerto dai cittadini allo Stato italiano). Ed infatti su tali beni, che non avevano mai cessato di appartenere allo Stato italiano, non poteva venire esercitato un diritto di preda e solo si verificava loro riguardo una ripresa di possesso, temporaneamente questo essendosi perduto per fatto di sudditi ribelli.

A maggior ragione deve escludersi che potessero costituire preda bellica i documenti di Mussolini, che, oltre ad avere carattere in gran parte personale e a non riguardare uno stato nemico, non avevano neppure, comunque, attinenza con le operazioni di guerra né rappresentavano utilità per le stesse. Si potrebbe, al più, discutere sulle L. 33.020.000… che furono recuperati presso i militari tedeschi…. E in mancanza di prova, e per la proposta fatta dai due ufficiali all’Hoffman, è da ritenere che trattatasi piuttosto di compendio di attività delittuose svolte dagli stessi militari ai danni di privati o di Enti italiani (Istituti di Credito in particolare)”. “La somma anzidetta non fu trattenuta a proprio profitto da coloro che primi ne entrarono in possesso, bensì fu depositata prima alla Banca di Domaso in uno ai Kg. 35,880 di spezzati ed altri valori, e successivamente consegnata, con gli altri beni, al Comando delle Brigate Garibaldine da cui essi dipendevano…. Ora è evidente che, per questi e per gli altri valori che risultano consegnati al Comando Garibaldino, coloro che ne vennero primieramente in possesso non vollero appropriarsene, sebbene immetterne, anzi, nel possesso i Comandi da cui dipendevano e – attraverso questi – lo Stato Italiano, dato che in quel momento detti Comandi costituivano, di fatto, gli organi dello Stato in quella parte del territorio non ancora occupato dall’esercito degli alleati e non ancora sotto controllo degli organi regolari del Governo legittimo italiano (l’occupazione ebbe luogo il 2 maggio successivo). Ciò così come appunto risulta dagli accordi intercorsi tra il Governo di Roma e gli Alleati, da un lato e il CLNAI, dall’altro (vedi accordi in atti). In conseguenza deve senz’altro ritenersi che i valori, appena consegnati a detti Comandi partigiani, entrarono automaticamente nel possesso dello Stato Italiano, i cui scopi e la cui volontà erano in quelle circostanze di tempo e di luogo attuati, nell’ambito della lotta partigiana, dal CLNAI e dal CVL nonché dagli uffici politici e militari dipendenti. E’ da ricordare in proposito che il CVL, per quanto è risultato in istruttoria, aveva anche autorizzato i Comandi dipendenti – così i Comandi delle Brigate partigiane – ad impiegare, per i bisogni delle Brigate stesse i valori che fossero venuti in loro potere in dipendenza delle operazioni belliche e tale facoltà di disposizione fornisce ulteriore prova che detti Comandi avevano veste e potere di esercitare quel diritto riconosciuto, come si è detto, allo Stato occupante dall’art. 601 legge di guerra.

E’ evidente che se poi in ipotesi, persone fisiche con funzioni di ufficio abbiano abusato dei valori loro consegnati, destinandoli a scopi diversi da quelli dovuti, non potrebbe più parlarsi di appropriazione di preda bellica, ma di altri reati (come ad es. furto, peculato, appropriazione indebita ecc.) secondo quanto in precedenza ampiamente chiarito. E’ da concludere, quindi, che anche per questo motivo esula la competenza del Tribunale Militare, cadendo l’ipotesi delittuosa dell’impossessamento di preda bellica e rivestendo il fatto – se del caso – carattere di altro reato”.

La lunga risoluzione del giudice militare si avvia alla conclusione ribadendo: “E’ vero , infine, che valori e beni in genere furono sottratti certamente da singoli elementi anche privati; tuttavia come già si è ampiamente chiarito, si tratta di beni personali di Mussolini, dei gerarchi o di persone del seguito, o di valori dello Stato Italiano – per questi ultimi non si hanno nemmeno prove – dato che, giova ripeterlo, all’infuori della somma di 33 milioni ricordata non furono recuperati altri valori presso i militari tedeschi, né comunque risulta che siano stati rinvenuti altri beni, di pertinenza dello Stato germanico….Ritenuto pertanto che nei fatti esaminati non ricorrono gli estremi dei reati di abuso di preda bellica né di altri reati la cui cognizione appartenga ai Tribunali Militari”, rimette gli atti alla Corte di Cassazione.


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