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  Monday 8 March 1999 11:44:59  
From:
stefano giulidori   stefano giulidori
 
Subject:

dedicato a Stanley

 
To:
Spoonriver   Spoonriver
 
Francamente non riesco a immaginarmelo vecchio, sdraiato sul letto che indica il monolito, o il vuoto o l’assoluto, urlando “Eureka!”, come Balthazar Claes alla fine della “Ricerca dell’assoluto” di Honoré de Balzac. Non mi sembra che Kubrick, a giudicare dalle poche sue immagini, avesse lo sguardo nell’infinito, “lo sguardo di chi è stato nella merda”, come dicono i soldati di “Full metal jacket”. Ho visto serenità sorniona nei suoi occhi. La serena e (in)discreta consapevolezza di chi non è passato sulla terra come una cometa, ma di chi ha lasciato qualcosa. Forse nulla di chiaro e preciso, una traccia forse, “come quando brucia il pane dei toast” (mr. Halloran in “Shining”). Insomma, se penso a Kubrick ieri mattina, non mi viene tanto in mente la fine(?) di Dave in “2001”, ma lo sguardo ironico di Alex alla fine dell’ “Arancia meccanica”. Lo sguardo di chi la sa lunga e fa credere agli altri di essere la scimmia ammaestrata, ma in realtà è molto, molto più consapevole: sorte dei geni e dei pazzi.
Non l’ho mai considerato uno dei miei registi preferiti, perchè l’ho sempre considerato snobisticamente un antropologo, un entomologo, che ci osserva col gigantesco microscopio dell’umanità: la macchina da presa. Era un bravo scienziato, perchè, come i grandi geni rinascimentali, era anche inventore. Già aveva inventato anche macchine da presa, lenti, etc... per esempio la famosa steadycam.
Ho amato tutto Kubrick. Quello filosofico, comico, tecnico, drammatico. Forse soprattutto quello politico o meglio “antropolitico”. Aveva analizzato a fondo le nostre peculiarità di esseri umani e i nostri limiti: lo spirito di sopravvivenza in tutte le sue sfumature, dalla ragione assoggettata alla scienza, alla violenta stupidità, dall’aggressività alla sessualità. Non mi dava l’idea di un vate che ti sputa in faccia la Verità. Più che altro di un punkabbestia, magari grassoccio, barbuto e coi colpi di sole (a buon intenditor...), che sul 2, vicino al capolinea di piazza Negrelli, ti vomita cordialmente sulle scarpe, sorride e se neva. “E non dice nemmeno una parola”, però ti ricorda magari che le tue belle scarpe sono fatte di pelle di un animale morto, o cucite da un bambino Brasiliano. E ti ricorda soprattutto che non ci puoi fare nulla.
Mi spiace Stanley, che il tuo ultimo film sia stato il bellissimo “Full metal jacket” e basta. Mi spiace che “Eyes wide shut” e “A.I.” siano sopravvissuti a te, senza venire mai alla luce. A proposito dove li imboscati? Gli altri produttori sono incazzati neri. Mi spiace, non vedrai mai il 2001.
Grazie Stanley, per avermi ricordato che l’unica differenza che tra noi uomini (vivi) e i leoni sta nel fatto che noi, la carne di cadavere, la compriamo al supermercato invece di cacciarla viva.
Grazie per avermi fatto vedere un osso scagliato in aria da un nostro progenitore, che si trasforma in satellite artificiale, per ricordarmi la strada che abbiamo fatto.
Mi verrebbe da concludere co una boiata tipo “E’ morto il cinema! Evviva il cinema!”, ma preferisco farlo come Juan conclude “Giù la testa!” di Leone. Con un commosso, sconfortato e inquisitorio:

...E ADESSO, IO?
Stefano A. Giulidori
4 luglio 1921


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