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  Wednesday 15 May 2002 00:49:56  
From:
Paolo Romeo   Paolo Romeo
 
Subject:

Note sul no-profit: Il Terzo settore

 
To:
Altra Economia   Altra Economia
 
Cc:
RappresentanteinCdA LD   RappresentanteinCdA LD
 
Mi sembrerebbe opportuno cominciare anche a dare una qualche informazione sul terzo settore ( il settore no-profit) per aiutare ad inquadrare l'argomento. Affido il compito a chi sa essere più chiaro e sintetico di come potrei essere io :-).

Lo scritto seguente è l'estratto di un lavoro fatto per la CGIL dagli autori, per spiegare il "Terzo Settore". Premetto che il testo è stato scelto per la chiarezza espositiva ma ricordo che il tema Economia no-profit non è legata a formule o posizioni politiche mentre è legata ad una visione etica dell'economia.

Spero possa essere di aiuto a cominciare a capire meglio la questione no-profit, benchè mi rendo conto che potrebbe apparire un po' complesso. Un piccolo sforzo :-)

Ciao
Paolo



La Finanza Etica e l'Economia Sociale

di Massimiliano Coluzzi e Antonio Ruda

IL TERZO SETTORE.

INTRODUZIONE.

Le radici storiche dell'economia sociale si perdono nel tempo: fenomeni cooperativi, mutualistici ed associativi fanno parte del nostro bagaglio culturale.

Difatti, se viene adottata la definizione suggerita dall'Unione Europea, si vede che esiste da sempre, nel nostro paese come in tutti gli altri, un notevole spazio occupato da queste realtà."Con il termine di economia sociale si indicano taluni organismi appartenenti al campo economico in quanto esercitano attività produttive intese a destinare risorse alla soddisfazione di bisogni; tali organismi producono beni e servizi commerciabili (vale a dire venduti a un prezzo destinato a coprire almeno il costo di produzione), ma anche beni e servizi non destinati alla vendita (forniti gratuitamente a un prezzo indipendente dal loro costo; la differenza è coperta da un finanziamento esterno al mercato: contributi, sovvenzioni, doni)".

Data la complessità del fenomeno, riscontrabile anche nei diversi modi di intenderlo in altri paesi (nonprofit sector negli Stati Uniti, voluntary sector in Gran Bretagna, économie sociale in Francia), appare assai difficile trovare una definizione che contempli tutti gli aspetti di quella parte dell'economia e della società che si occupa del soddisfacimento di particolari esigenze.

In linea generale, non è corretto identificare il Terzo Settore come fenomeno residuale tra pubblico e privato. Tale residualità tende troppo spesso ad identificarsi con la generalità, anche se questo settore può dare una risposta precisa alla soddisfazione di alcuni bisogni che né l'intervento pubblico né i soggetti che mirano al profitto riescono a fornire.

Negli ultimi anni sono state date diverse definizioni a seconda dell'ambiente in cui sono sorte: a) una di origine anglosassone in cui l'attività dei soggetti è vincolata alla non distribuzione degli utili (non profit), b) un'altra europeo-continentale che insiste soprattutto sulla finalizzazione e sulla dimensione partecipativa dei lavoratori (economia sociale).

La ricerca internazionale della Johns Hopkins University, in Italia ad opera del professore dell'Università Cattolica di Milano G.B. Barbetta, fornisce una linea guida non profit di impronta ovviamente americana. La definizione adottata in questa ricerca fa riferimento ad un'organizzazione che, per essere definita non profit, deve rispettare i seguenti criteri:

1.      Formalità : "l'organizzazione deve essere formalmente costituita, deve cioè essere dotata di uno statuto, di un atto costitutivo o di qualunque altro documento o caratteristica che regoli l'accesso dei membri, i loro comportamenti e le relazioni reciproche, evidenziando così la consistenza organizzativa dell'istituzione e la sua stabilità nel tempo".

2.      Natura giuridica privata: "l'organizzazione non deve far parte del settore pubblico".

3.      Autogoverno: "l'organizzazione non deve essere controllata, nello svolgimento dei propri processi decisionali, da altre organizzazioni facenti parte del settore pubblico o di quello delle imprese a fine di lucro".

4.      Assenza di distribuzione di profitto: "l'organizzazione non deve distribuire, in nessuna forma, ai propri soci, membri o dipendenti , i profitti derivanti dalla propria attività; ciò non significa in alcun modo che l'organizzazione non possa realizzare profitti, ma solo che gli stessi debbono essere reinvestiti".

5.      Presenza di una certa quantità di lavoro volontario: "i volontari possono svolgere sia funzioni operative che funzioni dirigenziali o di indirizzo delle attività delle organizzazioni".

Questa interpretazione del Terzo settore è un passo verso quella che noi consideriamo più corretta: vogliamo integrare la precedente definizione considerando tutte le attività solidali svolte da quei soggetti che reimpiegano i profitti ottenuti nell'esercizio caratteristico e che esercitano attività produttive intese a destinare risorse alla soddisfazione di bisogni non soddisfatti né dall'operatore pubblico né dal mercato.

Tale interpretazione viene accolta anche dalla proposta di costituzione delle cosiddette ONLUS (Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale). Il concetto di utilità sociale che emerge nel progetto di legge Fantozzi-Zamagni fa riferimento alla correlazione che deve sussistere tra il fine delle organizzazioni e l'area di attività. Il primo deve essere ovviamente "solidaristico", la seconda va individuata fra le seguenti: sanità, assistenza, istruzione, ricerca, tutela dell'ambiente e dei beni culturali, sport e ricreazione, tutela dei diritti civili, cooperazione internazionale, aiuto a risolvere il problema dell'abitazione e sviluppo delle comunità locali.


( ...omissis .... )



ANALISI ECONOMICA DELLE DIFFERENZE TRA AZIENDE "FOR PROFIT" E "NOT FOR PROFIT".


Lo schema più semplice utilizzato per rappresentare un sistema economico è quello che prende in considerazione due soggetti: le famiglie, fornitrici di servizi lavorativi, e le imprese, istituti economici preposti all'attività di combinazione dei fattori produttivi.

Questi due attori ricadono entrambi nella categoria di azienda in quanto, al fine del soddisfacimento dei bisogni umani, ordinano e coordinano la produzione ed il consumo della ricchezza.

L'azienda, in particolare quella di produzione, deve essere considerata, quindi, come la cellula fondamentale dei sistemi produttivi anche più complessi, dove è presente uno Stato organizzato e il sistema interagisce con l'esterno.

L'AZIENDA DI PRODUZIONE.

La collettività nel suo complesso evidenzia i bisogni che vuole siano soddisfatti per mezzo di beni e servizi prodotti dalle aziende. Queste svolgono la propria attività istituzionale sul mercato dove si confrontano con gli altri soggetti economici e rispondono a determinate regole di comportamento.

Nella realtà, però, la finalità aziendale è condizionata dalla dinamica della relazione tra i costi ed i ricavi che questa istituzione economica si trova ad affrontare, individuando così il profitto di impresa.

L'operato di un'azienda si misura in termini di economicità, definita come quelle condizioni di svolgimento dell'attività capaci di garantire la sopravvivenza economica nel tempo e il dinamico sviluppo dell'azienda stessa.

Le condizioni necessarie al conseguimento di questa economicità sono di due ordini: l'autosufficienza economica e l'efficienza economico-tecnica.

La prima condizione si riferisce all'attitudine della gestione a remunerare, con i ricavi conseguiti, nel lungo periodo e in modo congruo, ossia alle condizioni di mercato senza considerare eventi straordinari, tutti i fattori produttivi impiegati, compreso il capitale, qualunque sia la sua fonte di finanziamento (proprio e/o di credito).

L'azienda di produzione, inoltre, persegue l'efficienza economico-tecnica ogni volta che essa stessa interviene per l'ottimizzazione della relazione fra costi e ricavi. Tuttavia, nella realtà molto spesso la ricerca di questo ottimo viene abbandonata in favore della massimizzazione del profitto. Tutto ciò configura le imprese come aziende for profit, ovvero volte al solo conseguimento dell'utile.

In linea generale si possono identificare due tipi di aziende: una definita di "erogazione", in quanto impiega le risorse create precedentemente al di fuori di essa soddisfando direttamente determinati bisogni ; un'altra definita "di produzione per lo scambio o per il mercato", in cui il soddisfacimento dei bisogni è indiretto a causa dello scambio che subisce l'oggetto della produzione posto sul mercato.

Nella complessità economica di questi giorni non è più possibile identificare facilmente i due tipi di azienda : prende corpo quella che è stata definita "azienda composta". E' stata così superata la distinzione fra conseguimento dell'utile - azienda di produzione versus soddisfacimento dei bisogni - azienda di erogazione, facendo convivere fenomeni erogativi e di scambio. A questo nuovo tipo di azienda è possibile ricondurre tutti quegli istituti economici che si impegnano nel campo del sociale, ma che tuttavia non perdono di vista i vincoli propri di un'impresa di produzione.

L'AZIENDA NON PROFIT.

Precedentemente si è fatto riferimento all'azienda come parte integrante dell'intero sistema economico, risulta evidente quindi come essa interagisca con l'ambiente che la circonda. Questo intreccio di relazioni fa in modo che il successo economico delle imprese commerciali dipenda anche dal gradimento che incontra nell'ambiente sociale in cui opera.

Tuttavia, l'esperienza ci mostra come le imprese for profit non siano in grado di garantire la soddisfazione dei bisogni e la produzione di particolari beni e servizi sociali ( ambiente, assistenza, cultura ) : ci sono specifici fallimenti dello Stato e del mercato che favoriscono la nascita di un " terzo settore " dell'economia.

L'azienda di produzione per il mercato viene considerata come la somma degli elementi del patrimonio funzionale al perseguimento di un utile. Nel settore non profit il profitto non è più la molla principale della combinazione imprenditoriale dei fattori produttivi, ma diventano rilevanti altre motivazioni e altri scopi di impresa.

Dal punto di vista della gestione, l'azienda non profit è sottoposta a tutti i vincoli di economicità, sia per mantenere un assetto economico stabile che per garantirsi la sopravvivenza nel tempo, così come le imprese. Tuttavia, è possibile considerare l'economicità di un'azienda in maniera più vasta, in grado di comprendere anche aspetti sociali non sempre esprimibili in termini monetari, oltre agli aspetti relativi al risultato d'esercizio.

Tutto ciò individua l'utilità sociale del non profit : attraverso l'operato di questo tipo di aziende è possibile costruire una società efficiente e ricca, oltre che maggiormente vivibile e solidale.

La dimensione imprenditoriale delle aziende non profit è fondata sull'incontro delle motivazioni e del soddisfacimento dei bisogni sociali, del vincolo di economicità ed efficienza di marketing e dell'impiego più adeguato delle risorse umane, tecniche ed economiche.

La domanda di esperienza di impresa nel terzo settore è la novità caratterizzante di questi ultimi anni. A tale scopo va inquadrato anche il progetto dell'Assolombarda denominato Sodalitas (Associazione per lo sviluppo dell'imprenditoria nel sociale) che propone il distacco dei manager prossimi alla pensione o di quelli più giovani in aziende non profit. Tale progetto ha il compito di dare un valido aiuto allo sviluppo della cultura d'impresa nel mondo delle organizzazioni non profit attraverso interventi mirati che intendono assumere o rafforzare le modalità operative e organizzative proprie dell'impresa commerciale.

Un'altra caratteristica delle " aziende sociali " rispetto alle altre è la maggiore flessibilità organizzativa delle prime. Infatti l'impiego dei volontari fa abbassare i costi ed a parità di questi consente un'offerta maggiore del bene o del servizio prodotto.

AZIENDA E COSTI OPPORTUNITA'.

Come analizzato in precedenza, l'azienda, indipendentemente dalla tipologia considerata, deve rispondere al vincolo di efficienza economico-tecnica che prevede l'ottimizzazione del rapporto fra ricavi e costi. Nelle aziende for profit la distribuzione degli utili segue prevalentemente la logica della remunerazione del capitale ed il reinvestimento prende la strada di quelle attività, interne oppure esterne all'azienda stessa, che promettono un rendimento più elevato. Questo è un modo di considerare l'allocazione della risorsa capitale in maniera efficiente, però non viene considerato l'oggetto dell'impiego del capitale che esula dalle competenze di chi segue semplicemente il massimo ritorno dall'investimento.

Il comportamento di una tipica azienda non profit non prevede la totale assenza di un profitto conseguibile dall'attività di gestione, ma il fatto che una volta conseguito esso verrà investito in quelle attività caratteristiche di utilità sociale previste a norma di statuto.

La mancanza di efficienza economica porta allo spreco delle risorse, in quanto viene perseguita una cattiva allocazione dei fattori della produzione. Da ciò ne segue che anche le imprese non profit devono mirare all'economicità aziendale.

Nella teoria economica esiste un concetto molto utile e chiarificatore che considera lo spreco delle risorse e si identifica con il " costo opportunità ". Quest'ultimo viene definito come il costo che un'impresa sopporta quando rinuncia all'investimento in determinate attività che altrimenti procurerebbero dei vantaggi.

A nostro avviso, il costo opportunità di non liberare le risorse a favore di impieghi solidali è tanto più grande per un'azienda non profit in quanto il mancato soddisfacimento dell'oggetto della gestione, i bisogni dell'intera comunità, ha un costo sociale rilevante, mentre le risorse disponibili sono scarse.

( ...omissis .... )

I dieci gruppi in cui sono state divise le organizzazioni che operano nell'economia sociale e che rappresentano una versione sintetica dell'INCPO (International Classification of NonProfit Organization) sono riportati nella seguente tabella:

GRUPPO 1        Cultura e ricreazione.
GRUPPO 2        Istruzione e ricerca.
GRUPPO 3        Sanità.
GRUPPO 4        Assistenza sociale.
GRUPPO 5        Ambientalismo.
GRUPPO 6        Promozione dello sviluppo della comunità locale. Tutela degli inquilini e sviluppo del patrimonio abitativo.
GRUPPO 7        Promozione e tutela dei diritti civili.
GRUPPO 8        Intermediari filantropici e promozione del volontariato.
GRUPPO 9        Attività internazionali.
GRUPPO 10       Organizzazioni imprenditoriali, professionali e sindacali.



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