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  Tuesday 16 January 2007 09:11:54  
From:
Oliverio Gentile   Oliverio Gentile
 
Subject:

Muri puliti, un’azione civica per fermare i vandalismi

 
To:
Milano Muri Puliti   Milano Muri Puliti
 
http://www.corriere.it/vivimilano/caso_del_giorno/articoli/2007/01_Gennaio/16/caso.shtml

160107_90839_0.jpg

Caro Schiavi, siamo di nuovo in pista per dare un’altra scossa contro i muri sporchi di Milano. Abbiamo fatto un po’ di conti: è di 6 milioni di euro la spesa sostenuta nel 2006 dal Comune di Milano per la campagna «I Lav Milan»; sono quasi 40 mila gli stabili imbrattati in città; sono 7.668 gli episodi di vandalismo censiti a Milano; sono 32 mila le denunce presentate. Di fronte a questo chiediamo (petizione sul sito internet milanomuripuliti@hotmail.it oppure www.retecivica.milano.it/milanomuripuliti): 1) azioni pratiche per restituire ai cittadini la fiducia nelle elementari regole di convivenza e per contenere il fenomeno vandalico in futuro; 2) l’istituzione a Milano di un servizio di vigilanza serale e notturna presso tutti i depositi Atm, le principali stazioni Mm e sui mezzi delle principali linee di superficie; 3) l’inserimento nella Carta dei servizi Atm dell’obiettivo di rimozione delle scritte dai vagoni delle metropolitane e dei mezzi di superficie entro massimo 48 ore (come avviene per le stazioni Mm); 4) l’istituzione di un corpo di Polizia municipale dedicato alla lotta degli imbrattamenti e creazione di un database fotografico delle tag; 5) un’azione di causa legale del Comune contro i vandali di cui si conoscono nome e cognome e che pubblicano sui loro siti Internet le foto delle loro «bravate».

Maurizio Carmignani


 
Caro Carmignani, l’entusiasmo con cui continua la sua battaglia contro gli imbrattamenti di Milano merita il nostro applauso: ci sembra giusto dare pubblicità ad un’iniziativa che ha lo scopo di restituirci una città più bella e più pulita. Ho trovato interessante sul vostro sito la ricostruzione della teoria delle finestre rotte, quella che portò New York negli anni Ottanta a concentrarsi sull'eliminazione dei graffiti nelle metropolitane. Se in una casa si comincia a lasciare le finestre rotte, è la sostanza di questa teoria, inizia una degenerazione contagiosa dell’ambiente che porta a un degrado sempre peggiore, che può dare origine a fenomeni criminosi. «...l'allora sovrintendente della metropolitana newyorkese, David Gunn, partì dall'assunto che, pur in presenza di crimini efferati e problemi importanti, i graffiti simboleggiavano il collasso del sistema, affermando che bisognava assolutamente vincere la battaglia perché senza quella vittoria, tutte le riforme ai vertici del sistema e i cambiamenti concreti non si sarebbero verificati». Il sindaco Giuliani la chiamò tolleranza zero — loro sporcano, noi puliamo e cerchiamo i colpevoli —, ma insieme costruì una rete di controlli tali da scoraggiare il ripetersi delle scritte sui muri. Sappiamo che questi discorsi vanno sempre a finire sulla libertà di espressione e sulla necessità di lasciare spazi ai giovani per l’arte dello spray, ma sfatiamo certi luoghi comuni: i segni che insozzano i muri di Milano non sono prove d’artista, ma graffi sulla pelle di tutti noi, esibizionismo inutile, vandalismo gratuito per poter dire «questo l’ho fatto io». Non è vero che la piaga delle tag e del graffitismo sia dovuta ad una mancanza di spazi adeguati per i giovani. Certi spazi possono servire ai pochi artisti con talento (ce ne sono, e non vanno confusi con gli altri), ma restano inutili per chi imbratta i muri. In questi giorni si vedono in giro parecchi uomini con la tuta bianca dell’Amsa che sparano getti di acqua e sale: è in corso l’operazione lavaggio a titolo gratuito per seimila edifici, come aveva promesso il sindaco Moratti. È un segnale liberatorio. Ma basta una passeggiata da porta Genova a via Torino per amareggiarsi e provare un senso di fastidio per come sono imbrattati certi muri. Non politicizziamo la questione: come scrive lei, vivere in una città pulita e civile è un diritto di ogni cittadino. A noi sembra sacrosanto continuare a dirlo.


di Giangiacomo Schiavi


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