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  Sunday 27 January 2002 18:09:22  
From:
Maurizio Rotaris   Maurizio Rotaris
 
Subject:

Noi, volontari della memoria

 
To:
Parlano di noi   Parlano di noi
 
Cc:
Dario Venegoni   Dario Venegoni
 
La Repubblica 27.01.02
Cronaca di Milano

Dario Venegoni, curatore del sito internet dell'Aned, l'associazione degli ex deportati

"Noi, volontari della memoria"

FILIPPO AZIMONTI        
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«Parlo dei miei trent'anni. Ero in vacanza all'isola d'Elba e guardando la sagoma di Porto Azzurro mi sono reso conto che avevo gli anni di mio padre quando usciva da quel carcere dopo otto anni passati in cella per aver cercato di costruire il sindacato in Fiat». Adesso di anni Dario Venegoni ne ha 51, fa il consulente per la comunicazione a Milano dopo trent'anni passati a l'Unità e un pubblico e doloroso divorzio («qui ormai è cambiato tutto») dal quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Quel foglio per far stampare il quale suo padre Carlo, operaio legnanese fra i fondatori del Partito Comunista, era stato arrestato dalle Brigate Nere e rinchiuso, l'8 settembre 1944, nel campo di transito di Bolzano in attesa della deportazione. La sua è una memoria prima di tutto privata e presto diventata pubblica come webmaster del sito dell'Aned, l'associazione nazionale ex deportati: «Mia madre, Ada Buffulini, socialista anch'essa rinchiusa a Bolzano dove conobbe mio padre, per molti anni è stata una dirigente dell'associazione. Quando è morta, nel '91, noi tre fratelli ci siamo iscritti all'associazione. Avrebbe dovuto solo essere un modo discreto per ricordarla, ma poi mi si chiese di curare la pubblicazione del trimestrale. Così è cominciata, poi...».
Poi la memoria è diventata digitale
«
Nel 1994 fra i primi abbiamo aderito al progetto di Rete Civica Milanese e abbiamo immediatamente percepito le potenzialità della Rete. Ma solo nel '97 abbiamo cominciato a lavorare alla costruzione di un sito. Il merito va a un ragazzo romano, Francesco Moriconi, che l'ha progettato. Con lui ho lavorato per più di un anno senza mai vederlo in faccia. E nella rete abbiamo incontrato altri, tanti "volontari della memoria": la nostra filmografia è curata da un ragazzo di Palermo, una professoressa americana si occupa delle traduzioni, da Pavia il nipote di un superstite di Dachau Fabio Belli ci offre la propria consulenza tecnica... È tutto lavoro volontario».
Anche quello per la raccolta dei nomi dei deportati italiani che avete messo in rete due anni fa?
«Sì. È il lavoro durato cinquant'anni di Italo Tibaldi: 40mila nomi. Nessuno sa quanti siano stati davvero i deportati italiani, ma credo che in quella lista ve ne si trovino il 90 per cento».
E per il Kalendarium di Danuta Czech (presentato ieri da Repubblica, e da oggi disponibile in rete all'indirizzo deportati.it ndr.)?
«Gianluca Piccinini è un professore di storia di Bergamo che in un anno di lavoro ha tradotto dal tedesco le 1.000 pagine del Kalendarium. Io non sono altro che il terminale di una rete di contatti. E l'attività online ci ha permesso di raggiungere un pubblico che altrimenti non avremmo mai avuto».
Numeri?
«Quando abbiamo cominciato in rete erano disponibili una cinquantina di pagine; ora sono più di 15mila. L'anno scorso abbiamo avuto 212.462 contatti da 44 diversi paesi e 104 università. E se facciamo una statistica stagionale vediamo che i contatti aumentano quando sono aperte le scuole».
Ricerca online...
«Non solo. Anche editoria online. L'anno scorso un superstite di Cefalonia ci ha proposto il suo diario inedito. L'ho letto e mi è parso molto interessante e abbiamo deciso di metterlo in rete. L'hanno scaricato in 6.565; quale editore tradizionale avrebbe portato in libreria 6mila copie di un diario? Nel 1945 fu pubblicato un libro di Alba Valech Capozzi A24024 nel quale raccontava con notevole qualità letteraria la sua esperienza ad Auschwitz. Tiratura 500 copie. Introvabile. Lo ripubblicò l'Anpi di Siena. Altre 500 copie. In rete ha già avuto 3mila lettori».
E Milano? Come si coltiva la memoria a Milano?
«Nei luoghi. Che sono poi quelli stessi della Resistenza come via Rovello o piazzale Loreto. O alla Stazione Centrale, binario 1: lì c'è una lapide che non guarda mai nessuno, ma era da quel binario che partivano i treni dei deportati. O in via Mecenate: lì ci sono dei campi da tennis, ma prima c'era la Caproni, si costruivano aerei; e nel marzo del '44 gli operai scioperarono contro la guerra: furono arrestati e deportati. E poi San Vittore, punto di transito obbligato per chi era destinato ai campi o alla morte ma anche per decine d'anni il carcere nel quale venivano rinchiusi gli oppositori politici del regime.
Ricordare per far ricordare...
«Sì e anche per sentirsi orgogliosi della nostra storia, un orgoglio che in migliaia hanno pagato di persona a prezzi durissimi. Un orgoglio che la sinistra dovrebbe continuare a coltivare».
 



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