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MILANO E L'INDUSTRIALIZZAZIONE |
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Milano
nel 1872 aveva ancora un retroterra economico produttivo in lenta
evoluzione, formato da botteghe artigiane e attività a domicilio o a
conduzione famigliare, le uniche aziende di un certo rilievo che
risiedevano in città erano le tipografie che occupavano circa 2.000
operai su un totale di 14.000 distribuiti nelle varie attività. L'industria
tendeva ad essere dispersa sul territorio lombardo per fugare in tal modo
i primi timori, della classe dirigente, per la perdita della "pace
sociale" a causa delle forti concentrazioni operaie consentita dai
grandi opifici industriali, la dispersione altresì era favorita dalla
ricerca, sul territorio, della manodopera più a buon mercato "più
docile, più trattabile, più obbediente di quella esistente a Milano... a
Milano non vi possono essere bravi operai, perché qui sono troppo
distratti; sia per le feste, sia per altri motivi, l'operaio invece di
lavorare 300 giorni all'anno lavora soltanto 250 giorni".[1] La
grande industria tendeva quindi a separare le sedi commerciali, insediate
nel centro di Milano in prossimità di banche e borsa, dagli opifici
dislocati nel territorio lombardo. "Milano
delineava quindi un tipo di centro industriale assai lontano dalle città-fabbrica
nord-europa, orientandosi piuttosto verso quei modelli complessi di città
direzionale e produttiva di cui, a un'altra scala, Parigi era considerata
il paradigma. Tuttavia
alcune industrie di notevoli proporzioni si sviluppavano proprio allora a
ridosso della cerchia dei bastioni, delineando nella periferia del tempo
quella corona industriale, addensatasi soprattutto al nord, che di lì a
qualche anno avrebbe ricevuto notevole impulso dalle prime centrali
elettriche".[2] Al
tempo della Seconda Esposizione Nazionale organizzata a Milano nel 1881,
erano già insediate vicino alla città molte fabbriche di notevoli
dimensioni come ad es. le officine meccaniche della Grondona e
dell'Elvetica, fuori di Porta Nuova, gli stabilimenti tessili De Angeli,
fuori di Porta Magenta, la Pirelli tra via Galilei e via al Ponte Seveso,
la società Ceramica Richards a S. Cristoforo, per citare solo le
maggiori. Era
in corso di attuazione quindi negli ultimi anni del XIX° secolo la
trasformazione dal tradizionale equilibrio agricolo e commerciale a quello
industriale-commerciale della città. Oltre
al già citato ruolo delle centrali elettriche, un grande impulso al
processo industriale complessivo lo avranno le industrie meccaniche
attraverso lo sviluppo della rete ferroviaria e quindi dalla richiesta di
materiale rotabile ferrotranviario. L'industria
meccanica in modo particolare, negli ultimi anni dell'ottocento, aveva
conosciuto un processo di concentrazione intorno a Milano. "La
provincia milanese occupava il 75% dei lavoratori meccanici della intera
regione. Gli
opifici erano 348 e il totale degli operai che lavorano in questo settore
erano più di 11.000".[3] Il
volano industriale messo in moto portò con sè anche la crescita
demografica della città e l'afflusso migratorio che approdava per la
quasi totalità negli ex Corpi Santi (annessi a Milano nel 1873 da un
decreto governativo su pressione della giunta municipale). "Punto
di arrivo della immigrazione erano soprattutto i borghi attestati lungo le
vie di penetrazione, a ridosso delle porte, in particolare il "borgo
degli ortolani" a nord-ovest, presso Porta Tenaglia, e a sud, fuori
Porta Ticinese, il borgo di San Gottardo. La
loro crescita delineava la formazione di una cintura suburbana intrecciata
di luoghi di produzione e abitazione delle classi meno abbienti".[4] Alla
rapida e caotica espansione della città si cercò di rispondere con un
piano regolatore che venne redatto dall'ing. Beruto nel 1884 ed approvato
nel 1888 dal consiglio comunale. "Il
sistema urbano Sempione-Foro Bonaparte-via Dante-Cordusio, cardine ed
elemento qualificante del piano regolatore Beruto, ricapitola con
formulazione paradigmatica le forze reali, le concezioni teoriche, gli
strumenti urbanistici e compositivi sottesi alla crescita di Milano nel
secondo ottocento, ... venuta meno la funzione del Castello come enclave
militare necessitante di una fascia inedificata all'intorno, prima alcuni
progettisti isolati, poi le forze della speculazione riscoprirono le
virtualità, rispetto allo sviluppo di Milano, di quell'area".[5] E'
sull'asse di questo sistema urbano che pochi anni dopo verrà ad
insediarsi l'opificio per la produzione automobilistica della Darracq.
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