DAI FASTI DELLA GIULIETTA ALLA CHIUSURA

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Testo dell'articolo pubblicato dal Manifesto del 16 gennaio 1994

Con l'urbanizzazione del dopoguerra lo stabilimento dell'Alfa Romeo del Portello a Milano vide progressivamente restringersi la possibilità di sviluppo nella città , alla fine degli anni '50 questo recinto risultò troppo stretto per il passaggio dalla produzione di piccola serie a quella di grande serie.

Questa decisione maturò nel 1957, dopo i successi straordinari della 1900 e della Giulietta, a quel punto l'I.R.I. e la Direzione dell'Alfa decisero di ricercare un'area adeguata ad un nuovo stabilimento. Tra le diverse alternative possibili prevalse quella dell'area limitrofa alla valera di Arese.

Durante tutto il corso degli anni '60 si realizzo la costruzione del nuovo stabilimento dell'Alfa Romeo caratterizzato da un progetto fortemente integrato nelle tecnologie di processo dell'auto sia per la produzione delle parti meccaniche (motori e cambi) che della carrozzeria (dallo stampaggio della lamiera fino al completamento della vettura), con una potenzialità produttiva di circa 700 auto al giorno per una occupazione di 20.000 lavoratori, ad Arese trovava collocazione anche tutta l'area tecnica, sperimentale e direzionale.

Alla generazione operaia dell'Alfa, formatasi durante la resistenza antifascista, orgogliosa del mestiere, sindacalizzata, Arese rappresentava un mondo completamente nuovo. Gran parte della nuova generazione destinata alle catene di montaggio proveniva dal sud, senza precedenti esperienze nel lavoro industriale e nelle lotte sindacali, questo non impedì la straordinaria esplosione delle grandi lotte del '69 e del decennio successivo.

Tra i maggiori protagonisti di quelle lotte a Milano troviamo proprio i lavoratori dell'Alfa che già nel 1967 ottennero, attraverso scioperi di reparto, un accordo che consentiva di controllare i tempi del cottimo. Da quelle lotte venne la spinta ad esaurire la funzione della Commissione Interna andando ad eleggere i delegati di reparto ed il consiglio di fabbrica unitario.

Arese e l'Alfa Romeo si conquistarono il ruolo di laboratorio sociale per l'unità sindacale, per il controllo dell'organizzazione e delle condizioni di lavoro in alternativa al taylorismo, per lo sviluppo del sud, per la democrazia contro il terrorismo.

La stagione delle conquiste di nuovi diritti e di contrattazione delle condizioni di lavoro ebbe il suo culmine nel 1981 con l'accordo sui gruppi di produzione che cambiava profondamente l'organizzazione del lavoro e le professionalità all'interno delle linee di produzione insieme ad un processo complessivo di crescita della produttività.

Questi obiettivi di miglioramento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori, intrecciati al risanamento dell'azienda furono sempre al centro dell'attenzione dei lavoratori dell'Alfa e delle lotte sindacali. Basta per esempio ricordare la Conferenza organizzata dal Consiglio di fabbrica di Arese nel 1977 e le proposte per il risanamento economico e produttivo della fabbrica che portarono, coerentemente a questa impostazione, all'accordo dei sabati lavorativi nel 1978 per produrre la nuova giulietta.

In quella occasione emerse con forza l'attacco terroristico contro il sindacato di fabbrica ed i lavoratori che nonostante sabotaggi, attentati, andarono in massa al lavoro realizzando la produzione prevista.

Ad una strategia operaia e sindacale che definirei "partecipativo-conflittuale" si contrappose il terrorismo delle BR che avevano una loro brigata organizzata nella fabbrica, gli episodi furono innumerevoli, dal ferimento di alcuni dirigenti ad attentati e intimidazioni contro i più attivi nel sindacato ed i "berlingueriani".

Ma il culmine dell'attacco terrorista all'Alfa Romeo si ebbe proprio in occasione dell'accordo del 1981 sui gruppi di produzione, con il rapimento dell'ing.Sandrucci volevano "smascherare i traditori della classe operaia annidati nel sindacato".

Il terrorismo in fabbrica venne sconfitto dai lavoratori fondamentalmente respingendo le tesi politiche delle BR, isolando tutti coloro che tendevano a giustificare le azioni terroriste, partecipando a tutte le iniziative sindacali per difendere la democrazia in fabbrica e per salvaguardare gli impianti dai sabotaggi.

Il Consiglio di fabbrica aveva una significativa presenza di tutte le categorie e professionalità presenti all'Alfa di Arese, capi di produzione, tecnici, quadri, oltre agli operai, partecipavano attivamente alla vita sindacale e politica. Il radicamento del sindacato anche negli strati di più elevata professionalità e gerarchia, si era costruito nel tempo grazie ad una propositiva capacità unitaria del sindacato sulle scelte per rispondere alla crisi del gruppo.

E' questo legame tra operai , capi, quadri e tecnici che la FIAT volle immediatamente spezzare nel 1987, quando divenne proprietaria dell'Alfa, era per lei sia un problema di potere che di consenso di quelle fasce di lavoratori. Non a caso ad Arese nel 1989 si sviluppò la battaglia dei diritti negati contro licenziamenti immotivati, infortuni occultati, ricatti e umiliazioni che negavano dignità e professionalità dei lavoratori, la democrazia nelle fabbriche FIAT deve ancora conquistarsi il diritto di cittadinanza.

Nel referendum seguito all'intesa sindacale che sanciva il passaggio alla FIAT,  la maggioranza dei dipendenti dell'Alfa di Arese, pur con molte riserve,  si espresse a favore dell'accordo soprattutto perchè riteneva che gli impegni assunti dalla FIAT sul piano industriale assegnavano una precisa missione produttiva allo stabilimento garantendo così l'occupazione e le professionalità.

L'epilogo odierno e la decisione FIAT di chiudere Arese ha il carattere di una scelta politica che è andata maturando da tempo.

Che le cose non andassero per il verso giusto all'Alfa lo avevamo capito fin dall'inizio, la società Alfa-Lancia era fittizia, anzichè fare gli investimenti per produrre le gamme alte vennero trasferiti ad Arese gli impianti della Y10, impianti di terza mano, che risalivano agli anni '60, e che  riportavano a quell'epoca le condizioni di lavoro degli operai della lastroferratura. Anche la vicenda della Verniciatura è stata emblematica, si trattava di effettuare un  investimento per rinnovare gli impianti, la FIAT però non era abituata a discutere l'impatto ambientale delle sue scelte con le comunità locali, le istituzioni ed il consiglio di fabbrica, questa situazione che la  sottoponeva ad alcuni vincoli e limiti ambientali venne ritenuta inaccettabile rinunciando così all'investimento.

Intanto nel giro di tre anni, dal 1987 al 1990, erano stati chiusi interi reparti produttivi come la Forgia e la Fonderia, altri sono stati ridimensionati come le meccaniche, lo stampaggio, mentre intere aree tecniche e amministrative furono trasferite a Torino.

 In questi anni gli occupati sono scesi dai circa 15.000 del 1986 agli attuali 9.500, lo stabilimento non è però obsoleto, gli impianti della meccanica e carrozzeria della 164 sono moderni ed efficenti perchè realizzati tutti tra il 1986 ed il 1990, nel corso di questi anni la FIAT ha voluto dissipare un patrimonio industriale, produttivo, professionale di straordinaria rilevanza, chiudere Arese rappresenta il fallimento del management della più grande industria privata del nostro paese, ma il fallimento industriale e morale del management FIAT non può e non deve essere pagato dai lavoratori e dal paese.

Valter Molinaro