LA PRIVATIZZAZIONE DELL'ALFA ROMEO

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L’ALFA ROMEO: QUALI PROSPETTIVE PRODUTTIVE E INDUSTRIALI

La maggiore privatizzazione avvenuta in Italia negli anni '80 è stata quella che ha consentito alla FIAT, attraverso l'acquisto dell'Alfa Romeo, di conquistare il monopolio del settore dell'auto nel nostro paese.

L'acquisto dell'Alfa Romeo nel 1987, avvenne sulla base di un progetto industriale presentato al Governo ed alla Finmeccanica che prevedeva:

1) La costituzione di una società denominata ALFA-LANCIA che, con la fusione dei due marchi, doveva produrre 600.000 vetture all'anno (300.000 Alfa Romeo).

2) Un piano di investimenti ,nel quinquennio 1987/1991, di 5.000 miliardi per la società Alfa Lancia il 75% dei quali destinato agli stabilimenti Alfa Romeo.

3) Il pagamento dell'Alfa Romeo venne suddiviso in 5 rate uguali, a decorrere dal 2/1/1993, per un totale di 1.050 miliardi (al 31/12/1986).

4) La FIAT si impegnava a valorizzare il marchio Alfa Romeo attraverso lo sviluppo delle attività di innovazione e progettazione ad Arese, inoltre indicava garanzie occupazionali negli stabilimenti e destinazioni produttive certe per il nord ed il sud.

5) Gli impianti di Arese sarebbero stati destinati alle produzioni "alto di gamma" della produzione Alfa e Lancia(164-Thema), quelli di Pomigliano per le gamme medie Alfa e Lancia-Autobianchi(33-75-Y10).

Subito dopo l'acquisto la FIAT avviò un confronto con i sindacati che portò il 4 maggio del 1987 alla firma di un importante accordo sindacale che sinteticamente si articolava in tre parti: Il piano strategico; l'adeguamento normativo; l'organizzazione del lavoro.

1) Per quanto riguarda il piano strategico l'accordo riprese e sviluppò gli impegni sottoscritti dalla FIAT con il Governo e la Finmeccanica (vedi i 5 punti precedenti), nel dettaglio vennero indicate le sinergie tra le attività Alfa Romeo e FIAT, gli investimenti nei vari settori, la salvaguardia del marchio e delle sue caratteristiche motoristiche e tecniche, la progettazione e lo sviluppo dei prodotti ad Arese, le destinazioni produttive ed i nuovi modelli per gli stabilimenti del Nord e del Sud, l'occupazione.

2) L'adeguamento normativo intervenne in tutti gli aspetti contrattuali e normativi che distinguevano il CCNL delle partecipazioni statali da quello dell'industria privata adattando altresì agli accordi aziendali FIAT tutti i trattamenti previsti per i lavoratori dell'Alfa.

3) Ma fu sull'organizzazione del lavoro che la FIAT in quel momento giocò tutta la sua forza contrattuale per cambiare le caratteristiche organizzative presenti all'Alfa Romeo contraddistinte da un sistema fondato su gruppi di lavoro, per tornare al classico modello tayloristico della parcellizzazione del lavoro, del sistema gerarchico prescrittivo regolamentato da un accordo sindacale risalente al 1971.

Su questo terzo punto è opportuno soffermarsi perché dimostra un grave ritardo nella cultura organizzativa e industriale della FIAT.

Nel 1987 la reintroduzione dei classici sistemi tayloristici di determinazione dei tempi di lavoro basati sull'analisi dei movimenti elementari nella catena di montaggio, è avvenuta proprio quando la crisi di questo modello organizzativo costringeva tutti i produttori di massa ad adottare sistemi organizzativi che richiedono non maggiore parcellizzazione delle mansioni, ma arricchimenti, allargamenti, autonomia e lavoro in gruppo.

Parliamo insomma di quei modelli motivazionali del lavoro che tutte le aziende attraverso l'applicazione della Total Quality stanno cercando di realizzare, e che con la "Fabbrica integrata" la stessa FIAT dice di voler perseguire.

Quella scelta allora fu motivata come necessaria per recuperare produttività e razionalità nel sistema e per controllare i costi della produzione [1], però in verità nasceva sostanzialmente da un problema di potere nei luoghi di lavoro e di controllo della manodopera che si è realizzato accentrando le relazioni sindacali e facendo mancare, proprio su questo delicatissimo aspetto, un tavolo di confronto aziendale che avrebbe forse evitato i fenomeni dell'autoritarismo nella gestione del personale [2].

Quanto questo sia vero lo si deduce anche dalle azioni illegittime compiute sui lavoratori, i quadri, i tecnici e denunciate dal P.C.I. e dal sindacato aziendale nel corso del 1989: la battaglia dei diritti era partita da Arese proprio perché i lavoratori erano sottoposti a ricatti e umiliazioni che negavano la loro identità professionale ed alcuni fondamentali diritti nei luoghi di lavoro.

Quella che poteva essere una straordinaria opportunità per l'industria automobilistica nazionale nel corso degli anni è andata progressivamente perdendosi perché la FIAT non ha saputo o meglio voluto utilizzare al meglio le risorse e le competenze produttive, progettuali e professionali presenti all'Alfa.

Nei rapporti con i lavoratori è prevalsa la prassi dell'assoggettamento delle persone ed una strategia dell'appiattimento culturale-industriale che ha sacrificato le specificità e le caratteristiche riconosciute al marchio Alfa Romeo,  con la privatizzazione la FIAT ha trasferito all'Alfa metodi e stili di gestione del personale "Vallettiani" che riteniamo inaccettabili per una democratica e moderna società industriale.



[1] Secondo dati di fonte aziendale il divario di produttività del lavoro all'Alfa rispetto alla FIAT nella produzione era del 37,5%, il dato disaggregato evidenzia che il 14% era dovuto alle saturazioni ed all'organizzazione del lavoro (i Gruppi di produzione), il 13% era dovuto alla metrica del lavoro ed alla obsolescenza dei tempi, il 10,5% era dovuto all'Handling dei materiali ed alla loro gestione e ad interventi tecnologici. Quindi in sostanza all'organizzazione del lavoro per gruppi poteva essere imputato circa l'8% del divario di produttività recuperabile anche mantenendo la struttura per gruppi.

[2] Vedere l'indagine del Ministero del lavoro sull'applicazione della legge 300 e dei diritti sindacali alla FIAT pubblicato dalla EDIESSE NEL 1989 "FIAT senza statuto"