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  Sunday 29 June 2003 10:32:31  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Gli ebrei di Ferrara

 
To:
Ebraismo   Ebraismo
 
fonte: http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=CULTURA&doc=ELZEVIRO

ELZEVIRO La storia delle antiche lapidi
Il mondo disperso degli ebrei di Ferrara
di ADRIANO PROSPERI
F errara, la città di Giorgio Bassani, del Giardino dei Finzi-Contini , è uno dei luoghi d’Europa definitivamente consacrati alla memoria ebraica. È stata una capitale del disperso mondo degli ebrei nell’Europa cristiana d’antico regime. Qui gli ebrei poterono vivere in condizioni relativamente tranquille sotto i duchi d’Este ai quali offrirono i servigi di una grande cultura e garantirono una attività economica e finanziaria di cui il ducato estense potè lungamente godere. Vi trovarono ospitalità e libertà di professione religiosa gli ebrei espulsi dalla penisola iberica, quelli battezzati a forza in Portogallo e quelli che dissero di no al battesimo imposto dai re cattolici di Spagna e preferirono emigrare. La loro libertà era la stessa di cui godeva Ludovico Ariosto che amava passeggiare davanti alla cattedrale tra le statue dei duchi Borso e Niccolò III. Quel paesaggio si offre oggi almeno in apparenza inalterato ai turisti e ai cittadini ferraresi, che possono illudersi di una magica sospensione del tempo mentre passano tra le colonne delle statue dei duchi e ammirano lo splendido rosseggiare delle cortine murarie e il bianco dei marmi avvolti e stemperati nell'umidore padano dell’atmosfera. È illusione, lo sappiamo, ma il permanere del paesaggio urbano dà il senso di una storia che proprio perché ha conservato intatto il passato promette di durare nel futuro.
Invece ecco che una scoperta viene a toglierci l’illusione e a ricordarci che la violenza della storia è passata anche da qui, ha investito gli uomini e le loro memorie e non ha risparmiato nemmeno le pietre. A uno sguardo attento, risulta chiaro che la colonna del duca Borso è più larga dell’altra ed è fatta di strati di marmo oltre che di mattoni. Quel marmo non è stato tolto da una cava: è fatto di lapidi funerarie prelevate dai cimiteri ebraici. Sotto quelle pietre riposavano tra gli altri i corpi di Serena Miriam moglie di Ya’akov Israel Rieti, morta nel 1678; di un Menachem Finzi; dell’«importante onorato signore» Yechiel Corinaldi, morto forse nel 1659; del «giovane virgulto soave», il figlio dell’«onorato signore Baruch Bassan», morto nel 1593, e di molti altri. Le pietre recano frammenti di nomi, preghiere spezzate di benedizione e di augurio. Come questa, spesso ripetuta: «Sia la sua anima legata nel fascio della vita». Invece, fu nel fascio della colonna ducale che le pietre lavorate e spezzate vennero legate quando nel 1716 un incendio ne impose il rifacimento. L’episodio fu sbrigativamente annotato da un cronista e non se ne parlò più finché un restauro del 1960 scoprì il segreto di quelle parole murate nel silenzio della pietra.
Paolo Ravenna ha ricostruito e raccontato questa storia in un volume bello e suggestivo dell’editore ferrarese Gabriele Corbo ( Le lapidi ebraiche nella colonna di Borso d’Este a Ferrara ). L’inalterato paesaggio urbano che avevamo ammirato svela così all’analisi documentaria la sua natura artefatta. Tra l’Ariosto e noi, pietre e statue hanno vissuto ogni passaggio storico condividendo a loro modo le disgrazie e le violenze sofferte dagli esseri umani. Le grandi scansioni di questa storia sono la «devoluzione» del 1596 (che vide gli Este spodestati da papa Clemente VIII) e la Rivoluzione francese. Nella Ferrara governata da cardinali, la comunità ebraica dovette cambiare radicalmente le sue condizioni di esistenza. Conobbe il Ghetto e infinite vessazioni quotidiane, prediche e insulti, figli battezzati e sottratti ai genitori. Nemmeno i morti ebbero pace. I cimiteri ebraici divennero cave di marmi. Poi ci fu la Rivoluzione francese: nel 1796 le statue degli Este furono abbattute e distrutte, come simbolo di un dispotismo da cancellare in tempi di libertà repubblicana. Bisognò attendere il 1926 perché nuove statue fuse in bronzo riprendessero posto in cima alle colonne. La memoria del Rinascimento svelava allora la sua attrazione nell’immagine che l’Italia voleva offrire al mondo. Ma non era ancora tempo di liberare la memoria ebraica, tutt’altro.
Perfino quando il restauro del 1960, smontando e rimontando la colonna della statua di Borso, fece riaffiorare quelle che il professor Gualtiero Medri descrisse allora come «le straziate lapidi funerarie ebraiche», inutilmente la Comunità Ebraica ferrarese - quel che ne era rimasto dopo deportazioni e stragi del razzismo nazifascista - fece richiesta al Comune di restituzione delle pietre offrendosi di sostituire le lapidi a proprie spese. Le pietre furono obliterate, gli stemmi scalpellati, la superficie resa liscia e la colonna murata in un blocco infrangibile tale, si scrisse allora, da permettere «alla statua del Duca, ai genietti reggiscudo e all’intero manufatto di guardare tranquilli il trascorrere dei secoli futuri». Le memorie ebraiche scomparvero per sempre. Per fortuna nel corso dei lavori furono scattate delle fotografie. E oggi quelle fotografie vengono pubblicate finalmente in questo volume, dove le scritte sono decifrate e attentamente annotate.
È tutto quello che rimane, perché - come assicura Adriano Franceschini, un grande conoscitore della storia ferrarese - nessun altro documento esiste di un episodio che dovette apparire del tutto trascurabile nella Ferrara pontificia del ’700. «Si tratta - scrive Andrea Emiliani in premessa al volume - di un caso storico letteralmente sottratto alla sigillata intimità della pietra»: anche, si potrebbe aggiungere, alla sordità e cecità degli uomini. Che a questo volume abbiano posto mano concordemente la Comunità Ebraica e la Deputazione Ferrarese di storia patria (nel ricordo del suo presidente Luciano Chiappini) è segno di una memoria finalmente ricomposta.


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