Kabul, 10 marzo

Alle cinque del mattino la casa dove dormiamo (e suppongo anche tutte le case circostanti) viene scossa dal frastuono e dal movimento d’aria delle pale di un elicottero che, immagino, starà volteggiando a pochi metri dai tetti. Per tutte noi è un po’ uno shock anche se immagino che basterebbe stare qui per qualche giorno ancora per non fare più caso a questo genere di cose. 

Alle 7.30 salutiamo e ringraziamo i nostri ospiti e il nostro autista ci accompagna all’aeroporto: alle nove il piccolo velivolo della TCF riprenderà la via di Islamabad (evviva la modernità!), non prima di aver lasciato giù una passeggera (i malandrini avevano fatto un eccesso di prenotazioni); può sembrare assurdo, ma andarmene da qui così presto mi dispiace.