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  Thursday 29 January 2004 11:58:28  
From:
Fiorello Cortiana   Fiorello Cortiana
 
Subject:

Morin su Repubblica sulla scuola

 
To:
VERDI   VERDI
 
Cc:
Citta' della Scuola   Citta' della Scuola
 
LA SCUOLA È IL NOSTRO FUTURO

Parla Edgar Morin che sabato riceve il premio nonino

La conoscenza non può essere esclusivamente specialistica: a Cartesio
preferisco Blaise Pascal
È necessaria una riforma radicale dell´insegnamento che tenga conto del
mondo complesso di oggi
Oltre al sociologo francese verranno premiati il fisico Marcello Cini e il
poeta Tomas Tranströmer

FABIO GAMBARO
«Come in passato l´umanità è uscita dalla preistoria attraverso una serie di
metamorfosi sociali, così oggi l´epoca di crisi che stiamo attraversando ci
spinge verso nuove trasformazioni, il cui risultato sarà forse una
metamorfosi di portata planetaria». Edgar Morin, ottantadue anni e una vita
spesa a studiare le trasformazioni della società, guarda con preoccupazione,
ma non senza qualche motivo di speranza, il mondo in cui viviamo. Ce lo
spiega nella sua casa parigina, a due passi dalla Bastiglia, mentre si
prepara a partire per l´Italia, dove sabato riceverà il prestigioso Premio
Nonino. Per il sociologo francese, considerato uno dei più autorevoli
intellettuali d´oltralpe, si tratta di una meritata ricompensa che
sottolinea il valore e la qualità delle sue ricerche. Da molti anni,
infatti, opere come La conoscenza della conoscenza, Il metodo o L´identità
umana vengono lette e apprezzate in tutto il mondo per la loro capacità di
analisi che non esita a rimettere in discussione le proprie certezze,
rifiuta i compartimenti stagni dello specialismo e fa dell´autocritica uno
strumento essenziale per arginare le false illusioni e gli errori della
conoscenza.

Tale atteggiamento intellettuale è per Morin irrinunciabile, specie di
fronte a un mondo che ha un urgente bisogno di trasformazioni radicali, pena
la propria autodistruzione: «Quando un sistema non è più in grado di
affrontare e risolvere i problemi vitali della collettività, le alternative
sono solo due: o crolla o si trasforma. Oggi siamo in questa situazione,
visto che gli arsenali nucleari, il degrado progressivo dell´ecosistema, lo
sperpero delle risorse naturali, gli squilibri, le intolleranze e le
crescenti disuguaglianze tra le diverse parti del pianeta creano una
situazione drammatica, dove la possibilità dell´autodistruzione diventa
molto concreta». Tuttavia l´autore dei Miei demoni non vuole lasciarsi
andare al pessimismo. Anche perché è convinto che i periodi di crisi non
siano solo gravidi di pericoli, ma anche di nuove possibilità: «La crisi può
favorire la metamorfosi del sistema, in direzione di una società-mondo più
ricca e complessa, una società più umana e giusta, capace di far fronte alla
sfide del futuro». A condizione però che la civiltà occidentale rinunci a
rincorrere ostinatamente un´idea di progresso «basata esclusivamente sulla
fiducia cieca nel potere della tecnica e dell´economia». D´altronde,
ricorda, la nostra idea di sviluppo non può essere applicata
indifferentemente a tutte le aree del pianeta, senza tenere conto delle loro
diverse specificità. Al contrario, solo cercando di valorizzare i caratteri
originali di ogni società sarà possibile far emergere un nuovo equilibrio
planetario, «capace di risolvere i problemi più urgenti dell´umanità e
favorire il diffondersi della democrazia».

A questo proposito, lo studioso ricorda che diversi elementi della futura
società-mondo sono già davanti ai nostri occhi, sebbene non siano ancora
connessi tra di loro. La globalizzazione ad esempio ha creato una rete
mondiale di comunicazioni che non ha precedenti nel passato, contribuendo a
integrare l´economia di quasi tutte le zone del pianeta. Questa evoluzione,
che finora è stata quasi del tutto incontrollata, ha fatto emergere il
bisogno di nuove regole a livello mondiale e ha favorito il diffondersi di
una coscienza collettiva che riconosce l´appartenenza a un destino comune.
Ma per favorire una società maggiormente a misura d´uomo, egli immagina
l´avvento di una nuova generazione della tecnica: «Finora le macchine hanno
obbedito esclusivamente a una logica meccanica, determinista e
specializzata. È la logica della realtà artificiale e del calcolo economico,
una logica che è incapace di cogliere le qualità della vita, occupandosi
solo del dominio quantitativo e del calcolo cieco. Dal mondo scientifico ed
economico, questa logica si è progressivamente estesa a tutti i settori
della vita, che così risulta sempre più meccanizzata e cronometrata».
Oggi però il bisogno di privilegiare la qualità sulla quantità si manifesta
di frequente, anche se quasi sempre in maniera inconscia e disordinata. Se
il primato degli aspetti qualitativi riuscirà a imporsi, forse un giorno
avremo delle macchine «dotate di alcune qualità della vita». Un risultato
che però sarà possibile solo se riusciremo a promuovere una trasformazione
profonda della conoscenza e della scienza, in nome di un sapere che non sia
più rigido e parcellizzato, ma duttile e capace di confrontarsi con la
complessità, facendo dialogare discipline diverse». È per questo che Morin
non si stanca d´invocare una riforma radicale dell´insegnamento, come ha
fatto anche di recente in un libretto molto discusso intitolato I sette
saperi necessari all´educazione del futuro: «Di fronte alla complessità del
mondo in cui viviamo e alle sue contraddizioni, la conoscenza non può essere
esclusivamente specialistica e frammentaria. Purtroppo, nella tradizione
occidentale ha sempre prevalso il Discorso sul metodo di Descartes, per il
quale conoscere significa separare, in nome di un metodo analitico il cui
risultato finale nasce dalla somma di tanti frammenti».

A Descartes, il sociologo preferisce Pascal: «Questi, ricordando che non si
può separare la parte dal tutto, il particolare dal globale, propone un
andirivieni continuo tra i due poli, integrando la conoscenza di tipo
analitico in una sintesi più vasta». Citando l´autore dei Pensieri, Morin
ricorda che «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce», motivo
per cui occorre utilizzare la razionalità, ma tenendone sempre presenti i
limiti e cercando di non essere succubi della logica quantitativa dominante.
Solo così, sostiene, sarà possibile «una vera comprensione del mondo in cui
viviamo, che è altra cosa dalla semplice spiegazione, di solito limitata ai
semplici dati oggettivi».

Accanto alla battaglia per una nuova educazione, lo studioso francese
sottolinea anche l´importanza dell´etica, a cui non a caso ha deciso di
dedicare il sesto e conclusivo volume del suo Metodo, che dovrebbe giungere
nelle librerie l´anno prossimo: «Una società-mondo più equilibrata e giusta
sarà possibile solo se l´etica tornerà al centro delle nostre
preoccupazioni, tanto sul piano personale quanto su quello collettivo.
L´etica, infatti, fonda e alimenta i concetti di responsabilità e di
solidarietà». E oggi, conclude, «abbiamo più che mai bisogno di solidarietà».



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