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  Monday 18 April 2005 11:59:05  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

Istituzioni fatte a pezzi

 
To:
club dell'ulivo   club dell'ulivo
 
IL COMMENTO
Istituzioni fatte a pezzi
di GIORGIO BOCCA
 
LE ULTIME frasi del Berlusconi sconfitto e tradito sono nello stile del Berlusconi vincente e arrogante: "Ma che volete? Vi manderò una cartolina dalle Bahamas". "Sono uno che ha un capitale di ventimila miliardi, che vogliono questi?...". Che l'uomo politico Berlusconi sia irrecuperabile al buon governo non vuol dire che sia fuori da ogni governo, vuol dire che con lui un buon governo è impensabile. Diceva l'altra sera in televisione il suo maggiordomo Bondi che Berlusconi era arrivato a Palazzo Chigi con due soli obiettivi: cambiare l'Italia con le riforme e pacificarla, farne un Paese unito.

Incauto maggiordomo a rimarcare in pubblico le due fondamentali ragioni della sconfitta del suo padrone. Berlusconi ha cambiato l'Italia mandando in pezzi quel po' di Stato moderno che c'era, si è accanito con le sue controriforme contro la pace sociale, contro la giustizia, contro la scuola, contro la finanza pubblica e ha diviso il Paese come non lo era più stato dagli anni della guerra civile, ha evocato il fantasma di un comunismo staliniano morto e stramorto, ha sdoganato i neofascisti e li ha riportati al potere, si è alleato con i secessionisti e soprattutto ha ingannato i cittadini con le false promesse.

Gli analisti della politica non sforzino i loro cervelli a cercare le ragioni della sua sconfitta: sono lì, visibili, grandi come delle montagne. A cominciare dalla legge obiettivo per le grandi opere, rimaste lettera morta, avviata solo per la propaganda, senza i finanziamenti necessari, con i debiti che si accumulano, una eredità spaventosa per i governi a venire sicché le elezioni anticipate più che una occasione di riscatto vengono pensate dalla gente che conserva il ben dell'intelletto come un amarissimo redde rationem. E fortuna che si è ancora in tempo a fermare gli impegni più demenziali come il ponte sullo Stretto di Messina.

Per mesi, per anni la gente ha subito la propaganda governativa come qualcosa di incomprensibile ma di sopportabile. Sapeva che il cavaliere sparava balle in continuazione ma pensava che proprio male non facevano. Qualcuno trovava persino simpatico il suo ottimismo. E perdurava la strana illusione che uno che aveva fatto tanti denari per sé ne avrebbe fatto anche per i concittadini. Adesso incominciano a capire che il benefattore milanese di fronte alle incertezze della politica fa cassa, vende la sua azienda.

Nella sua testa il capitale conta più di tutto, pur di salvarlo fa la figura di uno che si prepara a tagliare la corda, e i suoi più stretti collaboratori lo lodano "ha venduto al meglio". Complimenti! Il senso dello Stato nel governo di opportunisti che ha messo assieme non esiste, è una debolezza da democratici ingenui, da prima repubblica. Anche per questo i cittadini stanno voltandogli le spalle.

Nell'ora della sconfitta i suoi alleati risultano francamente incomprensibili. Che vogliono? Maggiore autonomia? Più potere? Ma che hanno fatto in questi anni per meritarselo? Raggiunti i loro ministeri e le auto blu, le vetrine televisive e le scorte sono diventati dei perfetti yes men.

Altro che turarsi il naso e votare, come consigliava Montanelli ai tempi della Dc! Hanno votato per anni a naso aperto tutte le leggi ad personam. Arrivavano all'informazione dei flebili sussurri: "Pare che a Fini la legge salva Previti non piaccia. Quelli dell'Udc sono infuriati per le nomine nella Rai. Bossi è pronto a dimettersi se non passa la devolution". Poi si arrivava al voto, si accendevano le lampadine dei sì e il gregge era compatto come sempre a far passare le prepotenze e le arroganze del padrone. Ora si susseguono i dibattiti sulla crisi con le solite dosi omeopatiche.

In maggioranza i rappresentanti del governo che fu in minoranza, volenterosi oppositori che neppure a vittoria ottenuta sembrano crederci e il concerto non sembra cambiato "non mi interrompa", "mi consenta di correggerla" e così via su aspetti insignificanti pur di sorvolare il disastro che sta davanti a tutti, con cui tutti nei prossimi mesi ed anni dovranno pure misurarsi.

Come è possibile che un governo moribondo, carico di debiti e con le casse vuote continui a promettere tagli delle tasse? Come è possibile che un timoniere alla guida di una barca sfondata continui a promettere la scoperta dell'America? Deciso a quanto pare a tener duro. Una antica voglia, per non dire una antica certezza circola per il Paese. Cosa faremo? Faremo come hanno già fatto i nostri padri e nonni, volteremo gabbana, come stanno voltandola nei partiti, nei ministeri, negli uffici pubblici, nell'informazione, nello spettacolo quelli che si adontavano se qualcuno parlava di un nuovo regime, di tendenze autoritarie. Ma questa volta, a casse vuote, cambiar padrone serve a poco. Forse la celebrazione del 25 aprile può avere quest'anno un unico senso, quello del '45: rimettere in piedi il Paese. Se siamo ancora in tempo.
 
(18 aprile 2005)


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