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  Sunday 24 April 2005 23:44:04  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

La favela alle porte di Milano

 
To:
l'Ulivo di Milano   l'Ulivo di Milano
 
La favela alle porte di Milano
qui il fango, laggiù il Duomo
Baraccopoli italiane, l´Onu chiede un rapporto
Viaggio nella "città degli invisibili": mille romeni vivono tra immondizie e escrementi, ma hanno un lavoro
Sono almeno otto gli agglomerati clandestini urbani: ai residenti importa solo di non averli sotto casa
Un capofamiglia: "La polizia? Ogni tanto arriva e porta via qualcuno Ma noi siamo qui da 3 anni"
Il problema: la burocrazia. Con il lavoro temporaneo niente permessi, e quindi niente casa

FABRIZIO RAVELLI

da Repubblica - 22 aprile 2005

MILANO - Il rumore di sottofondo è quello dell´autostrada, il rombo continuo dei Tir, la colonna sonora della città affluente. Merci e persone in corsa, il movimento frenetico della metropoli europea. Può darsi che qualcuno, sfrecciando, butti un´occhiata distratta a questo villaggio degli invisibili.
Qui sotto si vive nel fango, fra le immondizie e gli escrementi, si trascinano taniche d´acqua, si crescono bambini dentro baracche di cartone. In Brasile le chiamano favelas. Non sono diverse, queste della moderna Milano. Solo, più nascoste, per non dare troppo nell´occhio. Per sfuggire alle retate della legge. Per non infastidire i milanesi, che non amano vedere queste discariche di merci e persone.
Via Capo Rizzuto, una strada dietro il cimitero Maggiore, si infila fin dentro ai prati che costeggiano la Torino - Milano. La nuova Fiera di Fuksas, orgoglio cittadino, è a poche centinaia di metri. Capannoni industriali, magazzini di spedizionieri, c´è anche un deposito della Scala. In questa favela di catapecchie vivono alcune centinaia di rumeni, forse mille, nessuno li ha mai contati bene. Dicono che, nella ventina di baraccopoli cittadine, siano fra 6 e 8 mila quelli che vivono così. Le dimensioni di un paese, un paese di invisibili. Se n´è accorta anche l´Onu.
L´ "Advisory Group on Forced Evictions" ha chiesto agli enti locali un rapporto sulle baraccopoli.
Via Capo Rizzuto è un mare di fango, in questa primavera piovosa: fango appiccicoso e maleodorante, una poltiglia che ti ingoia le scarpe mentre pattini verso le baracche.
«Siamo qui da quasi tre anni - dice l´uomo robusto, uno dei capifamiglia - Prima stavamo in via Sapri». Sono tutti rumeni (la nazionalità ampiamente più numerosa fra gli immigrati), sono rom ma non sono nomadi. Sono stanziali, in Romania hanno case regolari, e pure sono una minoranza etnica spesso perseguitata. Arrivano, senza troppi problemi: non serve più il visto per uscire dalla Romania.
Il più delle volte, arriva tutta la famiglia. Perché non concepiscono l´idea di fare diversamente. Alcuni dicono: perché gli fa comodo avere anche bambini da usare come piccoli mendicanti.
Ci sono molti bambini, in questa favela di via Capo Rizzuto. In braccio a madri giovanissime, o che giocano nel fango. Quando si sono trasferiti qui, tre anni fa, avevano solo dei teli di plastica come tetto. Adesso ci sono baracche, anche su due o tre file, addossate l´una all´altra. Muri e pavimenti di legno e cartone rimediati in qualche modo. Stanze piene di letti. Pupazzi di peluche per i bambini. Vestiti accatastati. Non c´è corrente elettrica: i più fortunati hanno un generatore. Non c´è acqua: la prendono da un idrante, nel cortile di una ditta vicina.
Non ci sono gabinetti: il cesso è un fossato ai margini.
Puzza da far spavento, e figuriamoci quando farà caldo.
E quasi ora di pranzo. Le donne cucinano all´aperto, ci sono anche forni improvvisati. Le baracche sono riscaldate, per così dire, con stufe fatte di lamiera. Sotto una tettoia, due vecchi biliardi slabbrati, trovati chissà dove, e intorno un gruppo di ragazzi con la stecca in mano.
Dappertutto, cumuli di rifiuti. Nessuno, e tanto meno l´azienda comunale, li porta via. D´altra parte, anche questi immigrati sono considerati poco più che rifiuti.
Periodicamente, vengono «smaltiti». «Ogni tanto - dicono i vigili urbani dell´ufficio «Problemi del territorio» - procediamo all´abbattimento delle baraccopoli abusive, e allo smaltimento dei rifiuti».
Si abbattono solo le più piccole: per quelle grandi sarebbe necessario una grande spiegamento di forze. Poi ci sono le due grandi, ma autorizzate: via Triboniano, via Barzaghi.
La tendenza è a piccole baraccopoli, sempre più periferiche. «Soprattutto in zona Vigentina - dicono i vigili - vicino al Parco delle Rose». Bel nome.
Gruppi di poche baracche, nella campagna, dove si vedono meno. «Agli assessori, ai politici, ai cittadini - sempre i vigili urbani - interessa soprattutto non averli sotto casa. Noi offriamo, poi, sempre un ricovero per i bambini». Ma i rumeni non vogliono separarsi dai bambini.
E ci sono le incursioni periodiche della polizia.
«Stamattina - dice il capofamiglia qui in via Capo Rizzuto - hanno portato via sei donne e due uomini, in questura. Da febbraio, è la settima volta che vengono». Controllo dell´identità. Foglio di via, la prima volta. Oppure il Cpt di via Corelli, anticamera dell´espulsione. Ma è pieno, e stanno facendo uno sciopero della fame. La Romania è candidata all´ingresso nell´Unione europea, e se questo avverrà sarà un problema in più. I rom non potranno più chiedere asilo politico, in quanto perseguitati. Gli italiani non potranno più espellere rumeni, verso un paese comunitario.
Immigrati irregolari. Abusivi. Clandestini. Ma la realtà delle favelas milanesi non è così semplice. «Il novanta per cento di noi ha un lavoro e un permesso di soggiorno, solo che non troviamo casa», dicono. Non è proprio così, la maggior parte ha un lavoro ma non ha il permesso. Oppure l´aveva, il permesso, e non l´ha più. «La realtà è un circolo vizioso - dice Fabio Parenti del Naga, l´associazione dei medici di strada - Per il rinnovo, consegni quello vecchio e ti danno un cedolino. Dovresti avere un lavoro a tempo indeterminato, o almeno un contratto annuale. Ma ci mettono un anno, per la pratica. E se hai un lavoro temporaneo, come ne hanno in tanti, niente permesso. Se non hai permesso, niente documenti, niente casa».
Se poi lavori in nero, come la maggior parte di questi rumeni, addio. Non è l´immigrazione illegale a generare lavoro nero, ma il contrario. Il sommerso genera immigrazione illegale. «Tanti che erano regolari - dice Parenti - sono diventati irregolari. E, in fondo, è più facile essere illegali: non devi mantenere i requisiti, cosa difficilissima». «Noi vorremmo una casa - dicono qui in via Capo Rizzuto - Chi ha i documenti, e può pagare, la cerca. Ma nessuno ce la vuole dare». Senza una residenza, niente carta di identità. E di nuovo dentro al circolo vizioso. Nessuno ha case per gli immigrati, nemmeno per quelli regolari. Gli invisibili si arrangiano. Occupavano le aree industrali dismesse, ma ormai non ce n´è quasi più a disposizione. «La tendenza è all´espulsione dalla città, verso le periferie, verso i comuni dell´hinterland», dice Parenti. Ecco le favelas, come questa di Capo Rizzuto.
Come i piccoli agglomerati di baracche, ai margini della campagna. Purché si vedano poco, perché vederli disturba.
Anche quando ad abitare le favelas non sono soltanto mendicanti. Ma muratori, manovali, operai dell´industriosa metropoli europea.



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