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  Thursday 13 April 2006 14:43:21  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

Dopo il voto: le tre sfide necessarie

 
To:
Alessandro Rizzo LD   Alessandro Rizzo LD
club dell'ulivo   club dell'ulivo
l'Ulivo di Milano   l'Ulivo di Milano
Circolo Tiziana Saporito LD   Circolo Tiziana Saporito LD
 
Dopo il voto: le tre sfide necessarie
La crisi delle coscienze si è evidenziata in tutta la sua portata deleteria e devastante. Aveva ragione, quanta ragione, il buon Cordero, il giurista editorialista de La Repubblica. La crisi delle coscienze si è tradotta in una sorta di involuzione culturale: un’involuzione che ha visto come protagonista la legalizzazione dell’illecito, di atti e reati che sono nocivi per l’interesse generale. Il falso in bilancio, i condoni, la legge Cirami, la Cirielli, hanno creato le condizioni per dire che un soggetto reo di atti contro la pubblica amministrazione non è passibile di giudizio, non è imputabile, né processabile.
E’ qualcosa di grave: ma è qualcosa che ha radici antiche. Parte dal 1980, dalla nascita di Mediaset, dall’avvento del quarto potere monopolistico del controllo sull’informazione, dalla costituzione di leggi che hanno permesso di invadere le competenze della Magistratura, che hanno azzerato gli effetti di una sentenza della Corte che intimava Mediaset di chiudere perché contra legem, dei decreti salva berlusconi. Ma era anche l’anno dello stragismo di stato, dell’attentato a Bologna, della P2, delle dichiarazioni di Licio Gelli, autore del programma di governo della “Casa delle illibertà”. Diego Novelli l’ha detto chiaramente: questo ha creato le basi per un’involuzione culturale delle coscienze. Ed esiste una sorta di assuefazione nell’italiano medio, di incapacità di intervenire e di comprendere che il cambiamento è necessario perché è naturale, perché è esigito dalla volontà di riportare il Paese allo sviluppo non solo sociale ma civile, della sua crescita.
I risultati del voto non sono certo quelli attesi: credevo in una maggiorazione forte dei consensi per L’Unione.
Ma questo non è avvenuto. Non è avvenuto penso per due motivi: il primo è sicuramente causato dal fattore che ho evidenziato, ossia la crisi profonda delle coscienze, l’involuzione incivile culturale della popolazione media italiana, attirata dal capo popolo che grida alle pance e ai sentimenti più grossolani e più volgari; dall’altra parte è dovuta a una propaganda delle ultime due settimane prima delle consultazioni di un dittatorello del Sud America, che ha spaventato alcuni ceti, magari quelli piccoli proprietari, gli artigiani, dicendo che il centrosinistra avrebbe tassato i risparmi, avrebbe aumentato le imposte sulla casa, avrebbe determinato un incremento notevole delle trattenute fiscali, avrebbe aperto le frontiere a orde di “barbari”, sue parole consuete di disprezzo verso chi soffre e chi è alla ricerca di umanità e accoglienza. Ha ancora tirato fuori la favola cattiva dei comunisti trinariciuti, di coloro che bolliscono i bambini, di coloro che li mangiano e li utilizzano come concime. Favole nere, come quelle del lupo cattivo, che hanno catturato l’attenzione di alcune fasce sociali, scaturendo in loro paura e sottomissione: come si fa con il bambino che non vuole mangiare la minestra della giornata e gli si intima di venire consegnato all’uomo nero. Lui ha adottato una terminologia comunicativa del terrore e della paura incussa tramite menzogne e tramite falsità, considerando parte della popolazione avente un quoziente di intelligenza pari a quella di un bambino di 3 anni. Ed è riuscito: ha richiamato a raccolta l’elettorato proprio, quello che si stava distaccando, pensando anche di non andare a votare, in una botta di qualunquismo generalista di bassa portata.

E’ stata una campagna elettorale pessima: una campagna elettorale mediatica, molto televisiva, spettacolare, in senso di messa in scena di duelli all’ultimo sangue, con termini di bassa portata e invettive reciproche, menzogne su menzogne, denigrazioni che hanno sfiorato i livelli di contesa personale, più che politica. L’Unione ha un programma molto ricco di contenuti: ma ora, di fronte a Prodi si presentano due sfide, dalla portata colossale. Si tratta di governare, con una maggioranza minima al Senato, anche se questo dato ha un precedente nel 1996 alla Camera, dove sussisteva una bassa differenza tra i due schieramenti. Si tratta di avere un premier che possa attorniarsi di una compagine ministeriale di qualità, uscendo dalle sterili stanze delle segreterie affossate nel mito del manuale Cencelli, ossia due ministeri a me che valgono 6 punti, uno a te che vale 3, perché io sono più forte di te. Il premier deve decidere i nomi, deve avere l’ultima parola, impegnandosi a portare a compimento il progetto per l’Italia, per il suo sviluppo, per la sua rinascita sociale, civile, culturale, istituzionale, per il suo prestigio internazionale, per la sua centralità di ridiventare parte attrice nella costruzione dell’Europa politica, obiettivi, questi, ormai persi da una dilapidazione da parte del governo uscente dell’autorevolezza del Paese a livello comunitario e internazionale.
Deve sapere decidere e deve sapere tenere una coalizione multiforme, ossia una coalizione dove non tanto la sinistra, oggi fortemente allineata con l’alleanza, creerà problemi ma, bensì, il centro, quel centro, che oggi offre la sponda al centro del centrodestra, con un interessamento nel gioco di un certo D’Alema che, se oggi dice mai governi di grande coalizione, ieri, ma proprio ieri, alla vigilia delle elezioni, diceva che se la Casa delle illibertà lasciava perdere Berlusconi si poteva ragionare su delle convergenze possibili. Il gioco di molti è quello di salvare una parte del centrodestra, che non è salvabile, a parere del sottoscritto e trattare con essa. Ma come si può trattare con chi si è fatto complice e correo di una devastazione costituzionale delle fondamenta democratiche e civili del Paese? Come si può trattare con chi ha collaborato alla costituzione della crisi delle coscienze, con chi ha dilapidato lo stato sociale, con chi ha attaccato il potere giudiziario, con chi ha affossato le regole, con chi ha destabilizzato il rapporto equilibrato tra i tre poteri, con chi ha scritto in montagna una controriforma pazzesca della Costituzione, con chi ha instaurato una forma di dittatura della maggioranza, blindandola nei momenti in cui bisognava votare le leggi ad personam del proprio proprietario capo popolo? Ma come potersi fidare di queste persone? Nel centrodestra nessuno è salvabile. Non si può neanche pensare minimamente di ritornare allo spirito unitario e di concordia quando sono stati loro a creare le divisioni, che hanno visto il Paese spaccato in due, contendendosi la guida per i prossimi cinque anni. L’odio e il livore sono stati riversati in una delle più importanti campagne elettorali della storia repubblicana. Non si può beneficiare chi di questo odio si è fatto promotore o chi ha appoggiato questo livore. E, poi, infine un dato è incontrovertibile: la cittadinanza che ha scelto per il cambiamento ha dato una chiara indicazione nel suo voto. Ha premiato l’unità delle forze partitiche contro la difesa convulsiva e direi patetica delle consorterie ideologiche in senso solamente strumentale alla tutela degli interessi clientelari di corporazione partitica.
L’Ulivo è vincente alla Camera: soprattutto i giovani che votano alla Camera hanno scelto in maggioranza questa raggruppamento e hanno detto che l’unità dei valori tra coloro che erano diversi, magari provenienti da storie differenti, contrapposte, oggi può e deve essere possibile, perché esiste unità negli obiettivi, nelle finalità, nella lettura del cambiamento sociale e nella necessità di valorizzare una gestione di questo cambiamento, in senso riformatore. Sembra che, dato il risultato deludente della Quercia, lo stato maggiore del botteghino abbia capito e compreso l’urgenza di costruire un’unità politica, non solo elettoralistica, ma nuova che si ammanti della cultura più sana del riformismo italiano, della capacità di governare la realtà sociale e civile. Ma a sinistra? Io plaudo alla realizzazione di una semplificazione del panorama frastagliato della coalizione, plaudo a un superamento delle attuali collocazioni partitiche, perché le vedo non promotrici di progetti ma solo orticelli di autodifesa delle proprie dirigenze nazionali, fine a sé stesse. Plaudo, quindi, coerentemente alla realizzazione del progetto de L’Ulivo, pur distaccandomi per sensibilità e per formazione ideale. Non sono riformista, non sono moderato, ma sono riformatore e radicale nei contenuti. Sono, pertanto, interessato a creare le stesse condizioni a sinistra: ossia costruire una reale aggregazione metaelettorale, ossia non alleanza eseguita solo per superare il quorum, ma unione di valori, di ideali, di proposte, di battaglie comuni, di intenti comuni. Un soggetto che sia laboratorio collettivo di esperienze diverse ma unite dalla finalità collettiva di costruire il cambiamento e il superamento di questa società iniqua, neoliberista, ingiusta.
Ma allora cosa differenzia in cultura ideale e in obiettivi un verde da uno di rifondazione comunista, o da uno dell’italia dei valori? Niente, assolutamente niente. Differenzia solo il fatto che uno è più puro dell’altro, che uno sia il detentore della verità storica assoluta e l’altro non lo sia? Ma che differenza è, questa? Che cosa significa oggi? Portare avanti la purezza ideologica rischia di determinare un’implosione e una marginalizzazione di importanti esperienze politiche che potrebbero concorrere in modo più diretto e incidente per la costruzione del cambiamento della società. Rimarrebbero solo piccole realtà consortili a basso consenso, prive di strumenti per realizzare uno spostamento degli assi della coalizione, in modo più deciso verso sinistra, pesando di più nel rapporto contrattuale interno a L’Unione. L’altra operazione da fare, ma questa spetta al popolo della sinistra radicale, è quella di unire le forze frastagliate e atomizzate del ginepraio panoramico della sinistra italiana e di costruire alleanze che siano soggetti proponitori di progetti sostanziali di superamento delle ingiustizie nazionali e internazionali che questo modello indegno di società capitalistica determina, operando su tutte le sue contraddizioni, nuove e vecchie, che il medesimo modello genera, comprendendo la realtà attuale, perché è razionale. Vorrei tanto L’Unione internamente bipolare: due schieramenti, due soggetti politici forti che possano insieme governare democraticamente questo Paese, angariato e frustrato da anni di irresponsabilità di una maggioranza arrogante. Vorrei e voglio. Non esiste nel giardino dei re, ma in politica volontà significa potere e potere significa che l’utopia diventa positiva, ossia reale.


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