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  Tuesday 25 April 2006 12:41:01  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

Bocca, Tranfaglia, Scalfaro

 
To:
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Partito Democratico   Partito Democratico
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l'Unione di Milano   l'Unione di Milano
 
I VALORI DA SALVARE
GIORGIO BOCCA

da Repubblica - 25 aprile 2006

L´ESORTAZIONE di Romano Prodi a ricompattare il Paese dietro la Costituzione repubblicana è il vero programma di governo che il centrosinistra può e deve dare a se stesso e al Paese nella celebrazione del 25 aprile. Forse ai più giovani questa identità, questa consanguineità fra guerra partigiana e Costituzione democratica non è così chiara, così evidente, così definitiva come appare a chi la vide nascere, a chi si rese conto di persona che l´Italia stava cambiando.

Nasceva, infatti, una patria degli italiani in cui operai e contadini uscivano dagli steccati di classe, e «il figlio di un operaio poteva avere attese di vita come il figlio di un imprenditore», cosa che sorprende ancora Silvio Berlusconi. Una Italia in cui i comunisti cattolici socialisti liberali repubblicani e monarchici hanno potuto votare, lavorare, stampare giornali, formare sindacati, partecipare a libere manifestazioni, insomma far parte di una democrazia. Chi è nato nella democrazia della Costituzione difficilmente riesce a immaginare che cosa era la democrazia regia e borghese.
Ma in quella democrazia gli operai e i contadini vestivano sempre da operai e da contadini, erano sempre riconoscibili dalle loro abitazioni, dal loro cibo, dalla loro educazione; le loro periferie urbane, le loro campagne erano un altro paese, un paese straniero in cui un cittadino borghese si sentiva diverso.
La differenza era che in guerra a morire erano in prima fila i proletari e anche gli operai tenuti nelle fabbriche restavano in linea di principio carne da cannone. Le guerre da cui nasceva l´Italia regia erano in larga parte estranee come scelte di campo, come comando, come partecipazione sentimentale, come propaganda alle classi popolari. In questa Italia divisa era nata una monarchia e dentro la monarchia una dittatura, ma la gente restava divisa, solo il Mussolini a torso nudo sulla trebbiatrice, essere multiforme, demiurgo universale poteva simulare una unità fragile o inesistente. Per fare degli italiani una nazione vera, un popolo, c´è voluta la guerra persa e l´uscita dalla guerra con la Resistenza. Fu sotto i bombardamenti a tappeto che parificavano il centro delle nostre città alle periferie, fu la guerra di popolo partigiana cui partecipavano tutte le classi, tutti i partiti fra cui i misteriosi comunisti che la dittatura aveva costretto al silenzio, alla emarginazione, ad unirci. La Costituzione nacque da questo largo spontaneo, generale riconoscimento della unità di fronte ai diritti e ai doveri di tutti i cittadini.
Nei terribili mesi della recente campagna elettorale mi sembrò quasi incredibile che un uomo politico da molti giudicato astuto e pragmatico come Berlusconi avesse in pratica scelto di mettersi contro questa unità, di raccontare come esseri demoniaci i comunisti, di mancare ostentatamente a tutte le celebrazioni partigiane, di creare un patriottismo fasullo con grande sventolio di tricolori qualunquisti, con gran rimbombo di inni senza senso e senza eco, composti e suonati per il cavaliere pagante.
Se avesse conosciuto meglio la nostra storia recente, in particolare la Resistenza, non avrebbe mai parlato delle formazioni partigiane come di nemici, non avrebbe mai riportato all´onor del mondo i miliziani di Salò, gli alleati fino all´ultimo del nazismo, alleati anche ora quasi senza accorgersene come quel ministro degli italiani all´estero che ancora rimpiange che a Alamein le divisioni dell´Asse non abbiano battuto gli inglesi come se una vittoria dell´Asse non avesse significato la vittoria del nazismo nell´universo mondo. La Costituzione democratica nacque dall´unità e dalla unità a cui parteciparono tutti i componenti dell´arco costituzionale, tutti i partiti della resistenza, tutti i partigiani che avevano camicie e distintivi di colore diverso ma che fortemente volevano un´Italia libera. E siccome la storia della Costituzione e della Repubblica democratica nascono dalla Resistenza e non dalla collaborazione con il nazismo morente, siccome la nostra legislazione del lavoro nasce dalle lotte sindacali e non dalla carta corporativa di Verona, cioè da un raduno crepuscolare del fascismo morente, siccome la storia dell´Italia è questa e non può essere sostituita da rievocazioni del fascismo né rivoluzionario né del regime, difendiamola e onoriamola questa Costituzione, ricuciamo il piccolo strappo che ha subìto, rileggiamo le parole di Calamandrei: «Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti e nelle steppe dove caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto o versato il suo sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione. Essa può apparire alla decrepita classe politica che lotta per salvare i propri privilegi come una inutile carta che si può impunemente stracciare, ma essa può diventare per le nuove generazioni il testamento spirituale dei morti che indicano ai vivi i doveri dell´avvenire». Calamandrei peccava in lirismo resistenziale? A noi sembra che l´Italia ne abbia ancora un gran bisogno.


25 aprile
Liberazione e referendum
Nicola Tranfaglia

da
l'Unità - 25 aprile 2006
Quello di quest’anno è un 25 aprile diverso. Per cinque anni abbiamo assistito all’assenza, intenzionale e proclamata, del presidente del Consiglio alle cerimonie che ricordano in tutta Italia il sacrificio dei partigiani e di tutti gli italiani che sessantuno anni fa combatterono contro i nazisti e i fascisti della Repubblica sociale italiana.

Il sacrificio di chi versò il proprio sangue per affermare nel nostro Paese, dopo ventitrè anni di dittatura, i valori fondamentali di libertà e di democrazia che sono alla base della Costituzione repubblicana e della nostra convivenza civile.
Quest’anno il presidente del Consiglio designato Romano Prodi parteciperà alla manifestazione di Milano e a Roma il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi ricorderà, come è solito fare da sei anni a questa parte, il senso profondo di un momento storico della massima importanza non soltanto per il passato ma anche per il presente e il futuro della Repubblica. Il nuovo presidente del Consiglio, investito da un voto popolare chiaro e inequivocabile, ha fatto bene a ricordare come la legislatura appena conclusa abbia segnato l’approvazione di numerose leggi ad personam e di dubbia costituzionalità fatte per difendere interessi particolari del presidente del Consiglio uscente o di altri membri dell’esecutivo e un tentativo, tuttora aperto, di smantellare la Costituzione repubblicana attraverso una legge di revisione costituzionale già approvata due volte dalla maggioranza parlamentare di centrodestra nonostante le forti proteste dell’opposizione.
Nel prossimo giugno, forse il giorno undici secondo le ultime indiscrezioni, gli elettori saranno chiamati a scegliere in un referendum popolare, chiesto dalle Regioni, dai parlamentari del centrosinistra e da quasi un milione di firme di cittadini, tra la legge di revisione costituzionale e il mantenimento dell’attuale Costituzione.
Chi conosce la legge di revisione costituzionale sa che si tratta di un tentativo organico, anche se pasticciato e scritto assai male, di smantellare l’edificio degli organi costituzionali di indirizzo e di controllo per sostituire a tutti un solo organo, quello costituito dal primo ministro eletto. Al primo ministro si danno poteri straordinari come l’investimento diretto dagli elettori senza alcun passaggio parlamentare né di investitura da parte del Presidente della Repubblica, la facoltà di sciogliere le Camere tutte le volte che non approvano una sua proposta di legge, meccanismo che dà a lui un immenso potere di ricatto nei confronti del Parlamento, infine la riduzione del Presidente della Repubblica a un organo del tutto formale e decorativo e di una Corte costituzionale sensibile assai più di oggi all’equilibrio delle mutanti maggioranze parlamentari.
La battaglia per la difesa dell’attuale Costituzione e dei suoi equilibri è dunque decisiva per le sorti della nostra democrazia repubblicana e il 25 aprile è la data simbolo in cui vale la pena richiamare le idee e i valori che condussero i costituenti a non dare tutti i poteri a un solo organo costituzionale ma a dividerli tra organi diversi e sottoporre il governo al controllo parlamentare sia nella fase immediatamente post-elettorale sia successivamente in tutti i momenti che accompagnano la vita dei governi. In questo senso si può e si deve ricordare il nesso profondo che lega la lotta di Liberazione e lo scontro durissimo per prevalere sui difensori dello Stato nazista totalitario e del suo sanguinoso nuovo ordine europeo alla fase costituente che diede luogo alla carta del 1948 attraverso la collaborazione fattiva tra i filoni fondamentali del pensiero cattolico democratico, liberaldemocratico, socialista e comunista emersi dalla Resistenza.
C’è in quella che è oggi l’opposizione parlamentare di centrodestra il mancato riconoscimento di questo momento fondamentale della nostra storia da cui scaturisce la difficoltà di confrontarsi anche con il 25 aprile. I due momenti, liberazione dal fascismo e scrittura della Carta costituzionale, sono intimamente legati e chi non accetta le radici della nostra democrazia nella battaglia antifascista culminata sessantuno anni fa con la vittoria partigiana non accetta neppure il patto successivo consacrato nella Costituzione del 1948.
In questo senso meraviglia che il senatore Andreotti, che pure partecipò ai primi anni della democrazia repubblicana e fu attore dei primi governi di unità nazionale, accetti oggi di essere il candidato alla presidenza del Senato di quelle forze che non riconoscono ancora né il 25 aprile né la Costituzione repubblicana ed hanno lavorato in questi anni per smantellarla e rivederne radicalmente i principi proponendo una nuova Costituzione che nulla ha a che vedere con una democrazia moderna ed equilibrata. Lo sa il senatore Andreotti che non c’è Stato democratico in cui viga una Costituzione simile a quella che hanno approvato le forze politiche che lo candidano alla seconda carica dello Stato? E non lo imbarazza essere uscito dal processo per mafia di Palermo in Corte d’Appello e in Cassazione per una pura prescrizione di legge e non certo per una proclamazione di innocenza?
Sono interrogativi che molti italiani si faranno se il senatore Andreotti andrà avanti a contrastare la candidatura dell’Unione per la presidenza del Senato.
Il 25 aprile sarà un punto di partenza molto importante se il centrosinistra che ha appena vinto le elezioni darà con chiarezza il segnale di una battaglia aperta e intransigente per la difesa dei valori della Resistenza e della Costituzione che sono insieme le basi della nazione italiana che ha scelto la democrazia più di sei decenni fa.

L´INTERVISTA
Il presidente emerito della Repubblica: "Giro l´Italia per dire di votare contro e abrogare la riforma della Cdl"
Scalfaro: "Fuori dalla legge chi disprezza questa festa"
"Senato, Andreotti dimostri che vuole unire e non dividere"
la liberazione Riconquistare la libertà perduta è un fatto che deve ripetersi ogni giorno Ognuno deve sentire di viverla, di amarla, di difenderla
devolution La riforma della Cdl riduce il capo dello Stato a un attaccapanni, paralizza il Parlamento e rende il primo ministro onnipotente
MASSIMO NOVELLI

da Repubblica - 25 aprile 2006

TORINO - I valori della Resistenza, la Carta Costituzionale da difendere, la battaglia contro il quesito referendario di giugno, i temi politici attuali da Giulio Andreotti a Roberto Calderoli e a Silvio Berlusconi, mai nominato esplicitamente e definito ironicamente «il presidente del Consiglio attuale e pervicace». Un unico filo rosso accomuna questi temi nelle riflessioni di Oscar Luigi Scalfaro, presidente emerito della Repubblica e alla guida dell´Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione, ieri a Torino per presentare il suo libro-intervista sulla Costituzione e per tenere l´orazione ufficiale per la celebrazione del 25 aprile.
Se l´ex capo dello Stato preferisce un deciso «no comment» sull´ipotesi di un altro mandato a Carlo Azeglio Ciampi e sulla possibilità di una candidatura al Colle da parte di Massimo D´Alema, sul resto non si sottrae. A cominciare dal suo secco giudizio sulla scelta di Andreotti per la presidenza di Palazzo Madama: «Se fosse come lui dice, per unire anziché per dividere, bisognerebbe dimostralo molto chiaramente». Il sorriso di Scalfaro, con cui accompagna la sua affermazione, è più che eloquente.
Dalle manovre per il Senato alle dichiarazioni dell´ex ministro leghista Roberto Calderoli, che ha definito il 25 aprile la «tragica festa dell´occupazione da parte di un regime». Che ne pensa?
«Penso che ci sono vari sistemi di essere fuori legge».
La giornata della Liberazione non è solamente storia. Che cosa rappresenta per lei, che l´ha vissuta, quella della lotta contro la tirannia?
«Ha un significato fondamentale, non solo come fatto storico. Riconquistare la liberà perduta è un fatto che deve ripetersi ogni giorno. La libertà non è mai conquistata per sempre, ognuno deve sentire di viverla, di amarla, di difenderla. Soprattutto i giovani devono esserne consapevoli. Quei tanti giovani che, allora, diedero la vita per la libertà: basta leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza, quelle raccolte da Giovanni Pirelli per la casa editrice Einaudi, per rendersene conto».
Ancora oggi c´è chi, riferendosi all´8 settembre 1943, parla di «morte della patria». Qual è il suo concetto di patria?
«Non riesco a concepire il concetto di patria se non c´è la libertà».
La Costituzione è nata dai valori resistenziali. Proprio per questo fu possibile vararla quasi all´unanimità?
«È così: nasce in quei valori condivisi. Quando, nel dicembre del 1947, il testo della Carta arrivò in aula per il voto finale, su 556 presenti soltanto 62 votarono contro. Questo significò che praticamente ogni cittadino poteva dire che quella Costituzione era anche sua. A ragione si poté dire: "Questa Carta è anche la mia"».
Ben altro affare è la cosiddetta riforma costituzionale, che gli italiani dovranno avallare o respingere nel referendum di giugno. Lei non ha dubbi in proposito, no?
«Io sto girando l´Italia, a 88 anni compiuti, per dire di votare contro e di abrogarla. Riduce il capo dello Stato a qualcosa di meno di un attaccapanni, paralizza il Parlamento e rende il primo ministro onnipotente. E poi le riforme costituzionali si fanno a larga maggioranza e non devono ledere i diritti dei cittadini. Questa, invece, mi pare che tocchi i diritti, oltre al resto di cui ho detto».
D´altronde, in Italia non si è riusciti a risolvere il conflitto d´interesse. Non le sembra?
«Siamo in un´epoca in cui il conflitto d´interesse è un termine che non esiste, perché prevale il concetto d´interesse sul conflitto, Ma lo Stato è la casa di tutti, nessuno ha il diritto di mettergli sopra la propria impronta».
Anche la politica, di questi tempi, è lontana anni luce da quella che ispirò lei e gli altri padri costituenti. È spesso mercato, corsa ad arricchirsi. Ne conviene, presidente?
«La politica, se è davvero tale, non è in grado di arricchire nessuno. Fine delle trasmissioni».



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