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  Saturday 12 May 2007 13:01:59  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

Se i partiti diventano nomenklatura

 
To:
Partito Democratico   Partito Democratico
 
Se i partiti diventano nomenklatura
di Mario Pirani (la Repubblica, 10 Maggio 2007)

La «domanda di speranza», per dirla con Ivo Diamanti, che si levò tra i frustrati elettori del centrosinistra subito dopo i congressi dei Ds e della Margherita è destinata a ricadere nella ricorrente delusione che ha accompagnato le varie fasi dell´eterna transizione verso la seconda Repubblica? I primi entusiasmi sembrano, infatti, destinati a raffreddarsi col riaccendersi dei battibecchi tra chi dovrebbe assumere la regia dei prossimi appuntamenti (un traghettatore unico, una leadership provvisoria a doppio comando, una costituente in tempi brevi con elezione del nuovo capo), con i numerosi annunci di prenotazione per quell´ambita carica, con gli abituali sospetti su «che c´è dietro» emersi, persino, sulla data proposta per il parto.
Si rendono conto gli incauti ostetrici dei guai che stanno combinando sotto la spinta delle loro frettolose e scoperte ambizioni di (ex) partito o personali? Il deludente prologo lascia intendere quanto pesi ancora il riposto contenzioso che i due fondatori si portano dietro. C´è da chiedersi se le chiacchiere politicistiche che inquinano ogni discorso sul partito democratico non rivelino, in realtà, la mancanza di una missione che ne giustifichi la creazione, non bastando certo per conquistare un elettorato maggioritario la banale previsione sulla somma più corposa delle attuali percentuali, garantita (?) dagli apporti congiunti dei due soci fondatori. «Usa la matematica come una scala per salire, poi gettala via e parla in buon inglese», diceva un grande economista, Alfred Marshall, irridendo a quei suoi colleghi che basavano le loro analisi esclusivamente sulle equazioni matematiche. Figuriamoci quando il calcolo elettorale viene affidato a una previsione aritmetica – dove 2+2 non fan quasi mai 4 – trascurando il «buon inglese», cioè la buona politica. Dico questo perché credo davvero che esista una grande missione davanti al partito democratico; ardua e difficile, quanto indispensabile se si vuol far decollare il partito che verrà. Sono anche convinto che la diagnosi da cui partire generi in gran parte dei politici una reazione di rigetto di fronte all´esigenza di rimettersi davvero in gioco senza reti di protezione.
Ci si rifiuta di capire che la democrazia italiana dalla crisi di Tangentopoli ad oggi si è progressivamente svuotata di senso, tramutandosi in un involucro rinsecchito dentro il quale è proliferata la germinazione parassitaria e pandemica del multicolore e mutante virus partitocratico.
L´infezione che ha colpito la democrazia italiana e devastato la qualità della politica ricorda un celebre film di fantascienza degli anni Cinquanta, «L´invasione degli ultracorpi» dove strani invasori, venuti dallo spazio sotto forma di baccelli, s´installavano dentro i corpi dei pacifici abitanti di una cittadina alterandone carattere, abitudini e natura. Fuor di metafora quel che è avvenuto sotto i nostri occhi è la mutazione di quella che era la classe politica, vocata a dirigere il Paese e a contendersi con regole democratiche il consenso della maggioranza e l´egemonia delle idee, in una classe sociale autoreferenziale che utilizza la politica come strumento di promozione, di potere diffuso ed anche di benessere assicurato.
Questa classe ha elaborato una serie di meccanismi che le consentono di perpetuare e allargare il suo dominio. I canali di accesso (dalle leggi elettorali alle norme di concorso, dalle assunzioni alle progressioni di carriera) sono strettamente controllati da chi sta in alto su chi sta in basso. Le selezioni non si svolgono per meriti, competenze o acclarate biografie professionali ma corrispondono a principi di fedeltà, appartenenza, connivenza e al limite di adesione al potente di turno. La prevalenza evidente di questo metodo perverso sta avvelenando progressivamente la società civile, demotivando le giovani generazioni, delegittimando i valori di professionalità e l´ambizione allo studio, umiliando chi è onestamente impegnato nel servizio pubblico. Da un saggio a più voci, coordinato dal professor Carlo Carboni dell´Università di Ancona, (Elite e classi dirigenti in Italia, ed. Laterza 2007) esce confermato che «l´Italia è tra i paesi sviluppati, quello a più alta sfiducia verso le proprie istituzioni... solo un italiano su 10 ha fiducia nel governo e uno su 30 nella pubblica amministrazione... il bene pubblico appare in balia dell´individualismo amorale che ha contagiato non solo gran parte delle élite professionali, politiche, economiche e culturali ma anche il cittadino comune e la società civile... la politica appare come network principale di potere...». Dunque, questa classe sociale (che denominerei partitica e non politica), ha realizzato una egemonia negativa e si è istallata al potere, articolandosi con abilità su tre cerchi tra loro correlati. Il primo è quello delle cariche elettive che hanno la caratteristica di essere numericamente pletoriche e dotate di prebende e stipendi non solo sovente superiori ai pari grado degli altri paesi, ma estesi anche agli incarichi minori, un tempo riservati al volontariato. Le candidature sono decise dall´alto. L´ultima legge elettorale ha permesso a una decina di persone di determinare in partenza la lista dei parlamentari eletti.
La piramide si allarga al secondo girone: esso comprende tutti gli incarichi pubblici e parapubblici di qualche livello che ricadono nello spoil system. L´ambito di occupazione va molto al di là dei vertici massimi e invade anche ambiti di impiego che per le loro specifiche tecniche dovrebbero essere sottoposti al vaglio della più complessa professionalità. Eppure anche qui – dagli ospedali alle sovrintendenze, dagli organismi economici a quelli industriali – l´impronta partitica si fa sentire: bene che vada il buon tecnico apolitico farà carriera se sarà abile nel trovare i sostegni giusti in un´area di riferimento. A questa dovrà rispondere, quanto meno in termini di «riconoscenza», quando gli verrà chiesto.
Il terzo cerchio è paragonabile a quelle terre dei Paesi Bassi, strappate al mare attraverso straordinarie opere d´ingegneria idraulica.
Ebbene la nostra classe partitica non avendo negli organigrammi a disposizione spazi sufficienti di occupazione ha fatto emergere dal nulla una miriade di nuove strutture inutili. Si può dire che non vi è assessorato che non abbia per corrispettivo una cosiddetta «agenzia», così all´assessorato alla Sanità corrisponde un´agenzia della sanità, allo sport una agenzia che lo promuove, all´ambiente idem e così alla scuola, ecc.
Alla scomparsa dell´Iri su scala nazionale sono subentrate le micro Iri locali, le Società per lo sviluppo con a cascata una serie di società-figlie. L´elenco comprende centinaia di sigle per regione. Inoltre la catastrofe della riforma del titolo V della Costituzione ha dato via libera a una serie di leggi regionali per finanziamenti impropri (la Calabria ha assunto a vita 85 funzionari, opportunamente spartiti, incaricati dell´attivismo di partito), il Lazio soccorre annualmente con 350.000 euro ogni consigliere regionale per «opere buone» a suo libito. E così via. Non esiste purtroppo una mappa completa di questa nuova Italia. E´ chiaro, comunque, che in questo contesto le differenze tra destra e sinistra scompaiono: l´una e l´altra sono interessate al mantenimento di una complessa struttura di potere che assicura la crescita di quella che nei regimi comunisti si chiamava «la classe eterna», autoreferenziale, inamovibile, distruttrice di ogni qualità che non sia l´appartenenza.
Il regime è sotto gli occhi di tutti. E´ un regime parassitario all´interno di una ischeletrita democrazia che funge da alibi. E´ la causa prima dello spirito anti-politico che devasta la coscienza pubblica. Liberare l´Italia da queste strutture, cominciando da quelle che imbrigliano l´Ulivo, rappresenterebbe un ritorno alla politica come grande ambizione al bene comune. Qui si gioca la scommessa del Partito democratico. Se esso sarà animato anche da forze nuove che di questo compito si faranno carico, recuperando valori di libertà, di competenza, di eguaglianza fra tutti i cittadini, allora esso potrà essere quello strumento di innovazione e di reinvenzione della politica che l´Italia attende. Per essere davvero nuovo questo partito dovrà fin dall´inizio essere contendibile, infiltrabile, scalabile, con una nomenklatura che, in quanto tale, si faccia da parte o venga messa da parte.
Un partito forte perché leggero, grande in quanto disarmato, non contrapposto ma aperto alla società civile, teso a liberala dai lacci che la soffocano e, con ciò, liberando se stesso da ogni ingessatura paralizzante. Altrimenti assisteremo all´ennesimo e inutile esercizio politichese.




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