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  Tuesday 29 May 2007 17:10:37  
From:
Alessandro Rizzo   Alessandro Rizzo
 
Subject:

Ridestiamoci dal lungo sonno invernale

 
To:
l'Unione di Milano   l'Unione di Milano
 
Ridestiamoci dal lungo sonno invernale

A freddo l'analisi che faccio del dato elettorale delle tornate amministrative 2007 non è certamente rosea per il centrosinistra. Abbiamo avuto una debacle, inutile nasconderlo. Apertis verbis occorre dire come stanno le cose, la situazione politica, il futuro della nostra coalizione, il prossimo passo che il governo Prodi dovrà fare per cercare di "salire la china", come si suole dire popolarmente.
In un Paese normale, dobbiamo dirlo, le elezioni amministrative non sono considerate un assaggio referendario dell'indice di gradimento per il governo in carica, per la maggioranza presente. Nel resto dei paesi esiste un sistema istituzionale che permette di sposater questo esame di metà mandato su altre occasioni nazionali: mi viene in mente la Francia dove le elezioni presidenziali sono scorporate da quelle parlamentari. Mi vengono in mente le elezioni di "midterm" negli Stati Uniti, dove le presidenziali anticipano di due anni le elezioni congressuali. Ma altri sono i Paesi interessati e interessabili da questa struttura organizzativa elettorale. In queste occasioni è giusto parlare di dato nazionale e di prova di gradimento per la maggioranza, il presidente in carica. In Italia le elezioni che devono essere prettamente locali, quelle municipali, quelle provinciali, regionali, ma anche quelle di dimensione europea, che cadono chiaramente in momenti diversi rispetto alle elezioni politiche per il rinnovo delle camere, sono consuetudinariamente considerate come nazionali, come dato con cui, poi, cercare di ipotizzare possibili strumenti, presi dall'opposizione, per mandare a casa il governo presente. Delegittimare chi governa è la volontà precipua di un centrodestra che, chiaramente deve fare l'opposizione ed è comprensibile che attenda il momento giusto per cercare di dare spallate alla maggioranza, ma che prende pretesti continui anche quando non sussistano gli elementi e i dati oggettivi in merito per farlo. Berlusconi, ansioso di ritornare a guidare il paese per cercare di tutelare propri interessi che vede prossimi a vacillare sotto le giuste proposte di legge sul conflitto di interessi enunciate dal governo Prodi, da settimane parla di dato nazionale, di referendum per il governo, di spallate al governo delle "tasse", con il solito spirito populista del vandeismo che ancora lo caratterizza. Ma questo spirito, queste enunciazioni propagandistiche non hanno fatto altro che imperare nei media, nelle sue televisioni, nell'immane panorama mediatico e informativo che ancora è soggetto al suo diretto controllo e sua diretta proprietà: Sartori, giustamente, parla di mancanza di un consenso incondizionato espresso dal popolo italiano fino a quando ci sarà qualcuno che deterrà il potere di intervenire sull'85% dei media presenti nel nostro Paese. Il consenso sarà sempre viziato, fortemente eterodiretto: è lapalissiano. Ma tornando al dato elettorale: la sconfitta per il centrosinistra è assaggiabile in tutta la sua drammatica portata al Nord del Paese, spaccando letteralmente in due, in senso antropolgico, scrive Giannini oggi su Repubblica, e geografico il paese. Alcuni risultati erano scontati: a Como, "Il Mugello del centrodestra", ad Alessandria, a Varese. Ma in questi contesti L'Unione perde con un distacco netto rispetto al centrodestra: il centrosinistra si attestà con un bagaglio di consensi tre volte inferiore al centrodestra. I dati più preoccupanti, anche se non era sicura un'affermazione delle amminsitrazioni precedenti, si registrano a Verona, dove, scrive Giannini, è stato presentato un candidato di centrodestra rappresentativo della più becera e bestiale visceralità xenofoba e qualunquista presente negli animi più ferini dell'insoddisfazione umana. Il vincitore è stato assessore al Comune, si presentò in aula consiliare, irriverente verso le istituzioni, dato che certamente le considererà manipolo dei propri scudieri, con una tigre al guinzaglio dicendo che sarebbe stata la bestia che avrebbe sbranato tutti i "terroni". L'espressione incivile, barbara, di stampo razzista e fortemente nazifascista è quanto mai chiara. A Monza, poi, vince l'affarismo aziendale corporativo del clientelismo berlusconiano, rappresentato nel sindaco vincente che ha promesso a Paolo Berlusconi di attivare le ruspe che sicuramente gran parte dei terreni agricoli oggi presenti saranno base per costruire il nuovo "finto paradiso" confezionato del quartiere Milano 4. Ebbene questi sono i dati più allarmanti, che ritornano, come vecchi fascismi risuscitano in un Paese, l'Italia, soggetto a corsi e ricorsi continui e a un immobilismo delle forze progressive e democratiche: qualcuno prima di noi lo aveva detto, Giorgio Amendola.
Ma facciamo i conti in casa nostra. L'Unione tiene al Sud, al Centro si afferma con maggiore determinazione. Al Nord perde, esce sconfitta, lascia la guida delle maggiori amministrazioni andate a rinnovo ieri dei propri consigli alla destra più retriva e maggiormente antistatale, individualista, affaristica, opportunista, compromessa con poteri piccoli forti di territorio, piccole cosche del Settentrione che ancora esistono: è chiaro che il risultato elettorale è sintomo di un malessere diffuso che ancora non si è riusciti a interpretare come forza di governo e come proposta politica. Parlo del malessere del Nord. Un malessere non platealmente percepibile, dato che ancora la ricchezza soffoca un'esplosione di animi. Ma alla prima occasione nessun deterrente è attuabile per cercare di arginare la potenza delle voci secessioniste, ossia quelle che dicono a casa mia non voglio i nomadi, oppure abbattiamo i costi della politica, eliminando le province, ma se la provincia a essere costituita non è la mia, vedendo il caso di Monza. Esiste un malessere che è anche economico nel profondo Nord. Ma non è il piccolo imprenditore che spesso è vittima di un suo immobilismo e di una propria miopia strategica: sono i precari, sono i dipendenti pubblici, sono i giovani senza un'occupazione stabile, sono i pensionati con minimi direi indicibili di livello di reddito, sono le famiglie che temono la quarta settimana, dice sempre Giannini, del mese. Sono questi soggetti, queste fasce, che non sono identificabili nè in questa, nè in quella categoria sociale, come giustamente dice Hobsbawm, ma che avvertono la loro impotenza difronte al mutamento impercepibile e insondabile del presente, verso un futuro fatto di incertezze economiche. Ed ecco che questi sentimenti, queste istanze non trovano rappresentanza adeguata davanti a un mondo, quello politico centrale, che non ha ancora inventato e trovato il registro coerente, il vocabolario politico giusto, per dirla alla Weill, per saper parlare a queste persone. La disaffezione nasce proprio da questo. Giannini, ed è la quarta volta che lo cito, ma mi trova sostanzialmente concorde con le sue posizioni, ulteriormente parla di una diminuzione di consensi percepibile per le forze che daranno vita al PD: ma ci siamo accorti finora di cosa hanno aprlato i futuri leader delle rispettive realtà? Chi parla di metodologie da seguire per l'elezione dell'assemblea costituente; chi parla di Pantheon vari, mettendo e levando questo o quel nome, senza alcun motivo, chi parla di quote. Ma al nostro elettorato potenziale, al paese nel pese, diceva Pasolini, cosa può interessare sapere se Veltroni ha più chance di vittoria rispetto a Franceschini? Noi stessi abbiamo nazionalizzato il voto, non considerando, invece, l'urgenza di capitalizzare le buone amministrazioni, e lo sono state, delle giunte di centrosinistra presenti soprattutto nei comuni dove la debacle è stata più pesante.
Ha ragione Diamanti quando parla di assenza di un registro comune di pensiero e di progettualità nel centrosinistra: non esiste un elemento che abbia evidenziato una posizione collettivamente percepita come quella unica, perchè rispecchiante un'identità, si fatemelo dire identità di coalizione e di programma, della maggioranza governativa. Alcuni elogiavano Segolene, altri elogiavano Sarkozy, altri ancora Bayrou: è un esempio, quello più prossimo, il caso delle presidenziali francesi, dove il modello di buon governo non veniva ricercato tramite un'analisi attenta e coordinata con le parti attrici italiane de L'Unione, ma veniva preso prendendo riferimenti oltralpe e importandoli nelle proprie rispettive case di appartenenza. Temo che questo preludio non piacevole venga chiaramente strumentalizzato da qualcuno con toni pretestuosi. Un dato è chiaro: il bipolarismo si riafferma, ma in esso si afferma una destra illiberale e populistica, con venature autoritarie e fortemente individualistiche, che è quanto di più lontano ci sia di destra rispetto ai modelli europei. Il centro e le prove rispettive dei tecnocrati finte "verginelle della politica", finte vestali probe, che si ergono a "Savonarola" di turno da pulpiti non adatti, è fallito ulteriormente come progetto, da sempre presente nel frigorifero, come una confezione di minestra surgelata, pronta a essere tirata fuori per metterla nel forno, meglio direi "due forni", come a essere rimessa dentro al congelatore, attendendo che la tavola sia più ricca di conviviali. Ma è anche chiaro che L'Unione esce fortemente ridimensionata, non sapendo investire sulle spinte politiche dei modelli amministrativi eccellenti che hanno scontato il pegno di una nazionalizzazione di una campagna elettorale tutta locale, da una parte, nonchè hanno scontato l'assenza di un'attenzione da parte dei diretti partiti che dovevano patrimonializzare queste virtuose esperienze, interessati solamente a un dibattito tutto romano e interno ai palazzi e alle segreterie di palazzo.
Svegliamoci: il governo non è in crisi e, giustamente, come scrive Diamanti su Repubblica, Napolitano non aprirà la porta del Quirinale al cavaliere nero gongolante per una non vittoria, da fare pesare come avviso di sfratto. L'inquilino Professore continuerà a rimanere a Palazzo Chigi, con tutto il mio aprioristico appoggio, come sempre dimostrato, nonchè continuerà a governare, senza nessuna spallata e nessun ariete atto a sfondare la porta. Ma è anche chiaro che senza un rilancio programmatico e propulsivo di determinata proposta politica si rischia di affossarsi nelle sacche dell'immobilismo, creando ulteriore apatia e afasia, incertezza e disillusione a quelle fasce di cittadinanza che attendono risposte chiare, da noi.

Alessandro Rizzo
Segretario operativo Forum L'Unione di Milano
Rete Civica di Milano







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