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  Sunday 22 October 2006 12:25:42  
From:
Attilio Paparazzo   Attilio Paparazzo
 
Subject:

Intervento al Seminario su Scuole serali

 
To:
FLC CGIL   FLC CGIL
 
Attilio Paparazzo

Le proposte della FLC nella contrattazione regionale.


Molto limitati sono gli spazi del confronto sindacale sull’ EdA.
Nella cartelletta consegnata a tutti i partecipanti all’apertura di questo nostro seminario di studio trovate la bozza di un accordo appena concluso tra Direzione Scolastica regionale e OO.SS.
Si tratta di una bozza non ancora pubblica, in attesa dell’effettiva erogazione delle risorse da parte del MPI.
Tropea, prima di me ha lamentato il taglio per l’EdA del trenta per cento delle risorse della legge 440/97. Su questo non aggiungo altro e mi limito a osservare come sia misero lo scenario del confronto sindacale, in Lombardia come altrove, se nell’arco di un anno si riesce a spostare appena qualche decimale da un parametro all’altro, parlando soltanto di numeri e mai di obiettivi, progetti e risultati.
Non voglio sottovalutare quel risultato che la bozza contiene ed è apprezzabile che la Direzione Scolastica accolga le istanze sindacali di orientare i finanziamenti verso le frange di popolazione in condizioni di disagio e “bisogno”, ma siamo pur sempre dentro la logica di un finanziamento al buio che “premia” chi presenta numeri più alti, niente di più.
E’ questo il governo dell’EdA? Io mi rifiuto di accettare che il confronto sindacale possa esaurirsi in spazi così angusti. E pur tuttavia dobbiamo difendere questi spazi perchè oltre questi non c’è più nulla. Chi, dove, quando si entra nel merito sul valore delle attività di un CTP o di una Secondaria Serale? Quali soggetti istituzionali, quali parti sociali offrono una committenza agli operatori dell’EdA? Diamo forse per scontato che “la scuola” possa fare tutto da sé? che dirigenti scolastici e insegnanti siano, soltanto loro, in condizioni di interpretare i bisogni formativi che si esprimono in una comunità locale? Accettando questa logica si accondiscende a un’opzione ideologica puramente liberista che vuole che “il mercato” della formazione in età adulta si regoli da sé, come se fosse sufficiente rendere disponibili una certa quantità di vaucher per assicurare il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona 2000, che del resto null’altro rappresentano che traguardi statistici.
Non è difficile individuare i responsabili di un simile stato di degrado del sistema; chi mi ha preceduto ha già svolto il compito. Rimane da chiarire quali e quante resistenze siano sorte al nostro interno, per una delirante idea di autonomia che ha molte assonanze con l’arroccamento nelle torri d’avorio. Ma ci sono da indicare anche le responsabilità del sindacato. Il disegno di sistema che sottostava all’Accordo del 2000 è stato mal digerito, non lo si è voluto assumere fino in fondo, si è deciso di restare a guardare come spettatori anche quando nel 2004 il ministro Moratti ne proponeva il sabotaggio e le Regioni, ancora a maggioranza di centro-destra, ne impedirono lo scempio.
In Lombardia il 1° luglio del 2004, dopo tante attese, veniva convocato il Comitato Regionale per l’EdA. Fu la prima e l’ultima convocazione. In quella breve seduta e negli scambi non ufficiali che ne seguirono si confrontarono due diverse filosofie: quella che faceva capo a un’idea di neo centralismo regionale e quella che puntava, senza indugi, alla costituzione dei Comitati Locali.
Una lettura neo-centralista dell’Accordo del 2000 si sostanziava nell’imbrigliare le esperienze di EdA dentro una prospettiva asfittica di controllo, supervisione, coordinamento tutto dentro le reti provinciali e regionali; si intendeva applicare all’EdA il fallimentare modello di gestione della Formazione Professionale: concertazione centralizzata e accreditamenti pilotati dall’alto.
A quella logica si opponeva il buon senso in primo luogo, e poi la volontà dei comuni rappresentati dall’ANCI di essere protagonisti dell’EdA così come era scritto nel d.leg. 112/98 e così come recitava l’Accordo del 2000.
Su questo confronto si spensero le luci e di Comitato Regionale non se ne parlò più, neppure quando una piccola pattuglia di consiglieri regionali (riproduciamo la loro interrogazione in cartelletta) qualche mese fa tentarono di smuovere la palude Formigoniana impegnata a ungere la “Compagnia delle Opere” con milioni e milioni di euro elargiti attraverso i fondi sociali europei.
Questo è il punto, il sindacato esiste e contratta se è capace di svelare questo gioco e di riconoscere i propri ritardi, le proprie assenze. Perché siamo rimasti in mezzo al guado? Forse perché non siamo riusciti a cogliere le potenzialità del nuovo, non siamo stati capaci di dare valore a un’idea che vuole la concertazione sul terreno locale e non sui tavoli delle giunte provinciali e regionali.
Sono passati molti lustri da quel 1970, anno in cui nascevano le Regioni…, e ci siamo dimenticati il dibattito di allora sulla necessità di abolire le province e di valorizzare la dialettica tra Comini, Aree Metropolitane e Regioni.
Segnalo a Fabrizio Dacrema, che ci ha presentato la bozza di un disegno di legge di iniziativa popolare sull’EdA promosso da CGIL, SPI, FLC, la necessità di fare molta attenzione lì dove si parla di rivedere l’Accordo del 2000 e di “alleggerirlo”. Attenzione, i pericoli di neo-centralismo regionale non sono minori solo perché le giunte sono oggi a maggioranza di centrosinistra.
Se leggiamo il comma 9 dell’art. 68 della finanziaria 2007 alla luce di queste mie preoccupazioni ci possiamo rendere conto che il modello Bastico con i centri Provinciali e non più Territoriali ci espone a rischi molto alti.
Per concludere su questo punto penso che l’azione del sindacato debba puntare con ogni mezzo ad affermare che l’EdA ha bisogno di un SISTEMA NAZIONALE che favorisca il varo dei PIANI LOCALI.
Ritorno ancora, e per concludere davvero, sulla bozza che presenta i criteri di ripartizione dei fondi L.440/97 per l’EdA. Abbiamo concordato, e Tropea ne ha già fatto cenno, che una quota di quelle risorse sia destinata a progettare l’autonomia dell’EdA entro i margini assegnati dall’art.11 del DPR 275/99 (legge sull’Autonomia). Lo abbiamo rivendicato quando ancora non si conosceva il contenuto della finanziaria 2007. Non vorrei scoprire dai nostri interlocutori che ci si accontenti oggi di nascondersi dietro la foglia di fico del comma 9 dell’art. 68… Quello può e deve essere un riferimento utile, ma l’iniziativa deve avere come principali attori i soggetti istituzionali presenti sul territorio, le Scuole Serali, i CTP. Non aspettiamoci un percorso facile e affrontiamo senza indugio i motivi di diffidenza che ancora permangono tra CTP e Secondaria Serale: se non si realizza una verticalizzazione dentro il sistema dell’istruzione come si può pretendere che nasca un sistema nazionale di EdA? Senza verticalizzazione la scuola rimane fuori dalla legge quadro. E se la scuola ne rimane fuori in campo resta soltanto al Compagnia delle Opere.



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