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  Tuesday 29 April 2003 18:48:27  
From:
Maurizio Rotaris   Maurizio Rotaris
 
Subject:

Re: [PRESS] Omissione di soccorso

 
To:
Israele   Israele
 
Anna Scavuzzo scrive:
Segnalo questo articolo
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art78.html

apparso sul Il Manifesto di oggi, 29 aprile 2003.

La Chiesa, l'Europa, gli alleati. Lo sterminio degli ebrei e il velo della reticenza

Omissione di soccorso

                          Allego parte del testo dell'articolo

                          La Chiesa, l'Europa, gli alleati. Lo sterminio degli ebrei e il velo della reticenza
                          Omissione di soccorso
                          In una Europa indifferente, passiva se non collaborazionista si consumò il dramma della shoa', evento reso possibile dalla lunga tradizione
                          cristiana antisemita di cui l'Europa stessa era impregnata. Finalmente tradotto, «Hitler e l'Olocausto» di Robert S. Wistrich
                          GIOVANNI MICCOLI
                          «La soluzione finale aveva un carattere definitivo: era un piano per stanare e uccidere ogni singolo uomo, donna o
                          bambino ebreo che poteva essere catturato sul continente europeo, da Parigi a Bialystok, da Amsterdam all'isola di
                          Rodi. La totalità onnicomprensiva di questo progetto di genocidio è ciò che differenzia l'Olocausto dalle violenze inflitte
                          dai nazisti ai polacchi, ai russi, agli ucraini, ai serbi e agli zingari, per non parlare delle cosiddette uccisioni `caritatevoli'
                          di appartenenti alla razza tedesca e la morte per fame di milioni di prigionieri di guerra sovietici o le torture inflitte ai
                          comunisti, le persecuzioni degli omosessuali e dei testimoni di Geova». Così Robert S. Wistrich nel suo agile volume di
                          alcuni anni fa, ora tradotto in italiano - Hitler e l'Olocausto, Rizzoli, pp. 364), situa correttamente la Shoah nel contesto
                          del progetto nazista di ridisegnare l'intero quadro politico dell'Europa lungo linee etniche, con lo spostamento, la
                          ricollocazione e la riduzione in schiavitù di intere popolazioni, sotto la signoria indiscussa dei dominatori tedeschi. Ma in
                          questo «nuovo ordine europeo», fondato sull'oppressione e lo sfruttamento, per gli ebrei, o per quanti secondo i criteri
                          razziali dei nazisti venivano considerati tali, non vi era posto: essi andavano eliminati tutti, e in tutti i modi si cercò di
                          eliminarli. Il risultato per l'ebraismo europeo fu catastrofico. I sei milioni di morti attestano, con l'aridità delle cifre, la
                          pressoché intera scomparsa delle fiorenti comunità dell'Europa orientale e le perdite gravissime subite da quelle
                          dell'Europa centro-occidentale.

                          In una storia plurisecolare punteggiata da massacri, le sterminio degli ebrei presenta caratteri e specificità che lo
                          rendono un unico: per le motivazioni che lo ispirarono, per la sistematicità e i metodi che furono messi in opera. Non si
                          tratta di stabilire una macabra gerarchia degli orrori, né di misurare e graduare con asettico distacco i livelli di
                          sofferenza cui le «vittime della storia» furono di volta in volta costrette. Ma di precisare con onestà e pulizia intellettuale
                          la natura e la specificità dei diversi fenomeni, condizione preliminare per cercar di capire ciò che è avvenuto. Non c'è
                          dubbio, per fare un esempio soltanto, che campi di concentramento per eliminare i propri avversari politici o per
                          sfruttare sino all'inedia il lavoro schiavo non furono, si sa, prerogativa esclusiva del nazismo. I gulag del comunismo
                          sovietico presentano analoghe caratteristiche e raggiunsero dimensioni e provocarono vittime anche maggiori. Ma i
                          campi di sterminio, campi destinati cioè solo ad uccidere, e ad uccidere solo i membri di una determinata stirpe, come
                          furono per gli ebrei Treblinka, Sobibor, Chelmno e Belzec (Auschwitz e Majdanek furono, com'è noto, campi sia di lavoro
                          sia di sterminio) sono e restano una prerogativa esclusiva dei nazisti: frutto di un'ideologia e risultato di un progetto
                          che ebbero in Hitler il loro interprete maggiore e in migliaia e migliaia di burocrati e poliziotti i loro diligenti esecutori.

                          Come e perché tutto ciò sia potuto accadere è domanda che assilla da decenni quanti si volgono a ripercorrere quelle
                          ormai lontane vicende, nella duplice consapevolezza che esse chiamano in causa radici non secondarie della nostra
                          cultura, e che la loro onda lunga non ha cessato di esercitare la sua influenza sui problemi e la difficoltà del nostro
                          presente.

                          Con questo libro Wistrich affronta ancora una volta la questione e ne offre un'equilibrata ricostruzione, prendendo in
                          esame i suoi diversi aspetti.

                          Wistrich, docente di storia moderna all'Università ebraica di Gerusalemme, da tempo si è dedicato allo studio della
                          condizione degli ebrei nell'Europa moderna e contemporanea. Il suo libro The Jews of Vienna in the age of Franz Joseph
                          (1989, trad. it. 1994) costituisce un modello di ricerca. Sullo scorcio del secolo scorso è stato membro della
                          commissione mista ebraico-cattolica che aveva il compito di affrontare la questione dell'atteggiamento assunto da Pio
                          XII e dalla Chiesa nel corso dello sterminio. Equivoci e difficoltà varie, ma soprattutto il rifiuto opposto dalla autorità
                          vaticane di concedere il pieno accesso alla documentazione archivistica relativa alla II guerra mondiale ne
                          determinarono, com'è noto, lo scioglimento.

                          Il titolo del volume non deve trarre in inganno: la centralità del ruolo svolto da Hitler che esso giustamente suggerisce
                          non cancella gli altri numerosi attori, variamente partecipi o spettatori più o meno passivi, né il contesto generale che
                          resero possibile lo sterminio. Osserverò di passaggio che il termine «olocausto», alla luce del suo significato originario,
                          non sembra, a me come ad altri, il termine più adatto per definire l'evento: non si trattò di un sacrificio offerto a Dio, e
                          meno che mai le mani che lo compirono furono pure. Ma è termine ormai largamente invalso nella storiografia e nella
                          memorialistica di lingua inglese e dunque non è il caso di insistere. Ciò che importa invece rilevare è la ricchezza e
                          l'articolazione della sintesi offerta, che mette a frutto ricerche proprie e i risultati migliori della più recente storiografia.

                          Lo sterminio ebbe in Hitler, nella sua concezione razziale del processo storico, nella sua visione dell'ebraismo e
                          nell'ideologia apocalittica che ne ispirò l'opera, il suo motore decisivo. Vi è una rozza visione cosmica, che si pretende
                          messianicamente ispirata e che anima la religione politica del nazismo, vi è la persuasione di essere lo strumento di un
                          superiore mandato, sottese all'operato di Hitler. Wistrich lo evidenzia in rapidi incisivi tratti, toccando così un tema non
                          secondario per capire la sinistra fascinazione del nazismo e del suo capo. Per lui «la guerra contro gli ebrei era una
                          questione di vita o di morte, un aut aut in cui era in gioco il futuro stesso della civiltà». (Questi aspetti dell'ideologia
                          nazista vengono sviluppati ampiamente, non senza forse una qualche ambiguità, nel recente importante studio di
                          Claus-Ekkehard Bärsch, Die politische Religion des Nationalsozialismus, W. Fink Verlag, pp. 407).

                          Sottolineando con forza il ruolo di Hitler e la costruzione da parte sua, in termini via via più espliciti, di un progetto
                          millenaristico che aveva nello scontro apocalittico tra la razza ariana, pienamente espressa nello Herrenvolk germanico,
                          e gli ebrei il suo momento supremo e finale, Wistrich fa opportunamente giustizia di ricorrenti tendenze storiografiche
                          per le quali lo sterminio costituirebbe un evento quasi fortuito, imposto fondamentalmente da un incrocio casuale di
                          circostanze determinate dalla guerra. Ma d'altra parte lo sterminio non si sarebbe potuto compiere senza il retroterra di
                          lunga ostilità antisemita di matrice cristiana di cui la cultura europea era impregnata, né senza una serie di condizioni
                          che ne facilitarono l'attuazione.

                          Riguardo all'antisemitismo di cui le società europee erano impregnate e alle radici cristiane che gli erano sottese,
                          Wistrich mette in particolare luce e analizza puntualmente due aspetti. Da una parte il fatto che «l'Olocausto fu un
                          evento paneuropeo che non avrebbe potuto verificarsi se milioni di europei alla fine degli anni Trenta del Novecento non
                          avessero desiderato vedere la conclusione della secolare presenza tra loro degli ebrei». La prevalente indifferenza e la
                          passività (è questione interna tedesca!) che accompagnarono nel corso degli anni Trenta la persecuzione e la
                          progressiva emarginazione civile degli ebrei, in Germania e in numerosi altri paesi che nell'azione del III Reich
                          trovavano un incoraggiamento e un modello, così come la fattiva collaborazione che lo sterminio incontrò in particolare
                          tra popolazioni dell'Europa orientale (Ucraina, Lituania,...) ma non là soltanto, ne costituiscono un'attestazione precisa.

                          D'altra parte - ed è il secondo aspetto che Wistrich giustamente rileva - tale impregnazione trova la sua ragione e le
                          sue radici nella crescente demonizzazione di cui gli ebrei erano stati oggetto da parte della dottrina e della pastorale
                          cristiane. Non solo lo sterminio non «avrebbe potuto essere concepito, e soprattutto messo in atto incontrando una
                          tanto scarsa opposizione» senza «un terreno inaffiato per secoli da tale terribile demonologia», ma va anche aggiunto
                          che «il nazismo secolarizzò e radicalizzò l'immagine dell'ebreo» costruita dalla tradizione cristiana, «ma non inventò
                          quasi nulla a livello di stereotipi basilari».

                          Sia ben chiaro: rilevando tali aspetti Wistrich non intende affatto sostenere che l'ostilità antiebraica e la demonizzazione
                          degli ebrei della tradizione cristiana non potevano che concludersi con lo sterminio, in una sorta di inevitabile processo.
                          Hitler, i nazisti e i loro complici restano pieni e decisivi protagonisti di esso. Intende piuttosto rilevare che quel retroterra
                          nutrì e rese possibile o quanto meno facilitò la loro opera. Non si trattò di una lunga catena di oltraggi e persecuzioni in
                          cui ogni anello presupponesse necessariamente il seguito. Ma fu una catena in cui ogni anello successivo non sarebbe
                          stato possibile senza il precedente.

                          Del resto la contrapposizione radicale all'ebraismo da parte dei nazisti andava ben oltre la polemica e la
                          demonizzazione cristiane. Perché erano i suoi stessi valori fondanti, la sua concezione morale, largamente trasmessa al
                          cristianesimo, che suscitavano il loro radicale rifiuto: «Il pianificato e sistematico sradicamento dei suoi valori precedette
                          l'eliminazione fisica del popolo ebraico e ne fu il prerequisito necessario». Non a caso l'antiebraismo dei nazisti si
                          accompagnò ben presto ad un crescente anticristianesimo, anche se Hitler rinviò alla fine della guerra la resa dei conti
                          con la Chiesa.

                          Lo spazio di una recensione giornalistica non permette di entrare ulteriormente nel dettaglio di una ricostruzione ricca di
                          sfumature e di osservazioni preziose. Giustamente Wistrich rileva come la vittoria politica del nazismo nella Repubblica
                          di Weimar non sembra aver avuto nell'antisemitismo la sua componente primaria né fu la ragione del largo consenso
                          ottenuto. Ma rileva anche come esso non rappresentò un ostacolo agli occhi dei più per dare sostegno al partito nazista,
                          così come per i capi e sottocapi la lotta agli ebrei costituì da subito, pur in un andamento altalenante, attento alla
                          situazione interna e internazionale, un obiettivo essenziale.

                          Giustamente centrale nel determinare una svolta nella politica antiebraica nazista è giudicata la conferenza di Evian
                          (agosto 1938) che segnò il rifiuto internazionale di offrire agli ebrei tedeschi ed austriaci una via di fuga, facilitandone
                          l'emigrazione. Hitler non mancò di rilevare ironicamente che le lacrime di pietà che il mondo delle democrazie versa per
                          gli ebrei non gli vietano di tenerli ben lontani da sé. Non è priva di fondamento l'osservazione di Wistrich al riguardo:
                          «Se la Germania nazista non poteva più sperare di esportare, vendere o espellere i suoi ebrei a un mondo indifferente
                          che chiaramente non li voleva, allora forse avrebbe dovuto eliminarli completamente».

                          La Kristallnacht del 9-10 novembre 1938 (il grande pogrom che devastò migliaia di negozi ebraici e distrusse oltre cento
                          di sinagoghe, provocando la morte di un centinaio di ebrei e portandone migliaia nei campi di concentramento) con le
                          conseguenze che ne derivarono, segnò la definitiva emarginazione sociale degli ebrei tedeschi, ridotti ormai al ruolo di
                          paria, predisponendo le condizioni per l'ultimo fatale passaggio, aperto dalla guerra e preannunciato a chiare lettere da
                          Hitler nel discorso al Reichstag del 30 gennaio 1938: «Nel corso della mia vita ho spesso dato corso a profezie... Oggi
                          farò un'altra profezia: se la finanza internazionale ebraica dovesse riuscire in Europa o altrove a far precipitare ancora
                          una volta le nazioni in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e la conseguente
                          vittoria del giudaismo, ma lo sterminio della razza ebraica in Europa».

                          Wistrich analizza le varie tappe dello sterminio, concretamente avviato nel contesto dell'attacco alla Russia, situandolo
                          nell'ambito degli altri eccidi compiuti dai nazisti nel corso delle loro operazioni belliche, ricostruisce i diversi
                          collaborazionismi che ne aiutarono l'attuazione e fa giustizia della presunta passività degli ebrei, impediti ad una
                          resistenza attiva più vasta di quella che peraltro ci fu dalle condizioni stesse cui erano stati ridotti e dall'abbandono in
                          cui furono lasciati. Eloquente al riguardo il messaggio trasmesso in Occidente nel novembre 1942 da un esponente del
                          Bund ebraico-polacco: «In Occidente non credono a quello che sentono. Dite loro che stiamo morendo tutti... Non li
                          perdoneremo mai per non averci fornito armi, cosicché potessimo morire da uomini, con i fucili imbracciati».

                          Due densi capitoli esaminano l'atteggiamento assunto dalle Chiese (e da quella cattolica in particolare) e dagli alleati
                          anglo-americani. Su entrambi i versanti reticenze, omissioni, mancanza fino all'ultimo di interventi incisivi: in sostanza
                          le une e gli altri, pur pienamente informati, ritenevano di avere cose più importanti cui pensare e restavano condizionati
                          da pregiudizi antisemiti.

                          In quel misto di orrendamente arcaico e di sinistramente moderno che lo caratterizzò, lo sterminio poté così compiersi,
                          come la persecuzione che lo precedette, nella prevalente passività, quando non fu indifferenza, dei poteri religiosi, delle
                          autorità politiche e dell'opinione pubblica. Lo stato di guerra e le pesanti costrizioni che ne segnarono il percorso
                          spiegano molte cose ma certamente non tutto. Né tali condizioni possono essere tirate in ballo per gli anni Trenta. Fu
                          un abbandono che si incise nella memoria ebraica e che ancora pesa - è un fatto che non può essere rimosso nel
                          giudicare le vicende dell'oggi - negli atteggiamenti e negli orientamenti degli ebrei della diaspora come di quelli di
                          Israele.


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