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  Friday 24 October 2003 09:51:15  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Olocausto, perché la memoria divide

 
To:
Israele   Israele
 
fonte: Corriere della Sera, 23 ottobre 2003, pagina 37

Olocausto, perché la memoria divide     
Finkelstein: «La Shoah è un' industria». Anna Foa: «Ricordati della Frank»      
        La seconda edizione del Salone del libro storico si è aperta ieri con una discussione sulle tesi dello studioso americano      
di Paolo Conti  
Il secondo Salone del libro storico è stato inaugurato ieri a Roma negli eleganti ma rumorosi spazi della Cappa Mazzoniana alla stazione Termini tra un fischio di treno e un avviso di partenze (per sottolineare che leggere un libro è un viaggio? chissà, fatto sta che seguire un dibattito è un' avventura sonora).
Ed è stata davvero una partenza ad alta velocità, visto che gli organizzatori (dall' Associazione dei librai italiani al Comune di Roma) hanno giocato la spettacolare carta suggerita dalla coordinatrice Mirella Serri: invitare Norman Finkelstein autore del saggio L' industria dell' Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei (uscito in Italia da Rizzoli nel 2002) che ha suscitato un feroce dibattito negli Stati Uniti e in Europa per la sua proposta storico-politica. Ovvero che la Shoah sarebbe stata, dal 1967 in poi (cioè dalla Guerra dei sei giorni) uno strumento nelle mani delle grandi organizzazioni ebraiche americane che l' avrebbero sfruttata come arma psicologica filo-israeliana e anti-araba ma anche come strumento economico.
Le stesse tardive restituzioni dei conti bancari lasciati nelle banche svizzere dagli ebrei finiti nei campi di concentramento nazisti, per esempio, sarebbero state «un racket di estorsioni» voluto da ben precisi gruppi ebraici americani. E il nuovo antisemitismo, assicura Finkelstein, sarebbe l' ennesimo artificio creato in funzione filo-israeliana e anti-palestinese: cioè «per confondere i ruoli tra carnefici e vittime». Che per lui sono rispettivamente gli israeliani e i palestinesi.
L' autore, docente universitario radical-progressista, ebreo figlio di due scampati ai lager, ieri ha confrontato le sue tesi con quelle di Anna Foa, storica dell' ebraismo, e di Pierluigi Battista, editorialista de La Stampa. Finkelstein ha riproposto la sua analisi: «Fino alla guerra del 1967 apparvero in lingua inglese due soli saggi accademici sull' Olocausto, quelli di Raul Hilberg e l' altro di Gerald Reitlinger. Fino a quel momento Israele era solo un piccolo villaggio ininfluente per gli Usa. Nel frattempo gli ebrei americani erano desiderosi di assimilarsi nella società americana: e gli Usa non parlavano di Shoah perché il loro principale alleato contro l' Unione Sovietica era una Germania appena de-nazificata.
Il 1967 fece scoprire Israele come potenza militare capace di contrapporsi agli arabi. Infatti solo alla fine degli anni Sessanta negli Usa la parola Olocausto cominciò ad apparire con la lettera iniziale maiuscola e preceduta dall' articolo, per sottolinearne l' unicità. In quel momento anche gli ebrei a loro volta «scoprirono» Israele e l' Olocausto». In quanto ai nostri giorni, la «ossessiva campagna» sull' Olocausto avrebbe provocato una reazione anti-ebraica e anti-israeliana in molte opinioni pubbliche del mondo.
Battista ha contestato metodo e fonti. Il metodo: «Qui non si fa storia ma militanza politica, siamo di fronte a un personaggio che detesta chiaramente Israele, quasi una divinità laica che distribuisce i ruoli di vittime e carnefici». I riferimenti storici: «Finkelstein ha ragione quando sostiene che l' Olocausto non ha avuto nel primo dopoguerra un riconoscimento adeguato. Ma è falso che si sia arrivati fino al 1967 prima di poter leggere un libro sul quale discutere. Il Diario di Anna Frank uscì molto presto. E fu proprio la mitologia nata intorno a quella figura ad essere presa di mira dai primi negazionisti dell' Olocausto per ottenere, sostenendo l' ipotesi del falso, un risultato storicamente ben più vasto».
Poi una risposta sulla vicenda mediorientale: «Finkelstein dovrebbe sapere che c' è un' asimmetria di fondo. Nessun esponente israeliano, per quanto nefanda possa essere la politica di quel Paese, progetta la distruzione dello Stato palestinese. Invece sono numerosi i gruppi palestinesi che teorizzano la distruzione dello Stato di Israele e la cacciata degli ebrei nel mare, come sostenevano gli egiziani prima della guerra del 1967». Rincara la dose Anna Foa: «Ha ragione Battista su Anna Frank, su di lei ci sono anche i saggi di Bettelheim. Come storico mi preoccupa molto la visione complottistica di Finkelstein di un ebraismo americano così compatto. La letteratura e la pubblicistica ebraica negli Usa sono invece molto ricche, attraversate da correnti critiche e molto diverse tra loro».
Nel dibattito è comparso anche il nome di Silvio Berlusconi. Ha chiesto provocatoriamente alla platea Finkelstein: «Vi dice niente il fatto che il capo dell' Anti-Defamation League, potente gruppo ebraico americano, abbia premiato il vostro Berlusconi a New York solo perché è il principale alleato di Israele in Europa nonostante le sue recenti riabilitazioni di un antisemita come Mussolini?».
E Anna Foa: «Io stessa non condivido quel gesto, avrei firmato l' appello contro quel premio sottoscritto dai Nobel Modigliani, Samuelson e Solow se fosse stato reso pubblico. C' è semplicemente un signore filo-Bush che segue una sua politica... Tutto qui». Ovvero: ma quale complotto.
Paolo Conti
L' EVENTO Il lungo dopoguerra. Il secondo Salone del libro storico (Sala Mazzoniana della stazione Termini a Roma, via Giolitti 36, per informazioni 06-85301970) che si chiude domenica è dedicato al tema «1943-2003, sessant' anni di storia».


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