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  Tuesday 27 April 2004 10:49:21  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Una critica a Finkelstein

 
To:
Israele   Israele
 
Fonte: http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=CULTURA&doc=CAR
27.04.2004


In un’edizione ampliata del saggio «L’industria dell’Olocausto», l’accusa a Israele di strumentalizzare gli attacchi antiebraici
Il nuovo antisemitismo che Finkelstein non vuol vedere
LA REPLICA
Norman Finkelstein rincara la dose. La nuova edizione del suo libro L’industria dell’Olocausto (Rizzoli Bur, pagine 369, 8,50) apre un altro fronte polemico. Al duro attacco contro le élite ebraiche, accusate di sfruttare la memoria della Shoah a fini di potere, si aggiunge un saggio inedito nel quale l’autore, figlio di genitori sopravvissuti ai lager nazisti, prende di mira gli allarmi per la crescita di un nuovo antisemitismo. A suo avviso essi non denunciano un pericolo reale, ma servono a delegittimare, come animata da odio verso gli ebrei, ogni critica rivolta a Israele per la repressione della rivolta palestinese. Ad esempio il rapporto sull’antisemitismo realizzato lo scorso anno da un centro specializzato di Berlino, oggetto di aspre polemiche per il suo accantonamento da parte delle stesse istituzioni europee che lo avevano commissionato, secondo Finkelstein non ha alcun valore, anzi «rasenta quasi il ridicolo», poiché spaccia per espressioni di pregiudiziale ostilità antiebraica quelle che sono invece manifestazioni di condanna del governo Sharon e di solidarietà verso i protagonisti dell’Intifada.
Si tratta in tutta evidenza di una posizione radicale, che come tale appare sospetta a Giorgio Israel, studioso del razzismo e autore del saggio La questione ebraica oggi (il Mulino, pagine 166, 11,50). «Diffido sempre delle tesi estreme - osserva - perché non colgono le infinite sfaccettature della realtà. Nel caso specifico, trovo assurdo sostenere che ci sia una campagna organizzata per enfatizzare artificialmente l’antisemitismo. Di certo non siamo nella situazione tragica degli anni Trenta, ma il fenomeno esiste eccome. Basta pensare che oggi c’è un significativo flusso di emigrazione ebraica dalla Francia verso Israele. Queste persone non partirebbero per un Paese così travagliato, se non avvertissero una minaccia».
In realtà Finkelstein non nega l’esistenza dell’antisemitismo, ma sostiene che a fomentarlo è «la brutale occupazione israeliana». Quindi il modo migliore per combatterlo sarebbe «chiamarsi fuori»: le comunità ebraiche della diaspora dovrebbero dissociarsi dal sionismo. Un ragionamento che suscita l’indignazione di Israel: «Sarebbe come giustificare la xenofobia contro gli immigrati musulmani incolpandoli delle violenze commesse dai regimi islamici. Senza contare che la condotta dello Stato ebraico, per quanto discutibile, va inquadrata in un contesto di guerra contro organizzazioni che puntano al suo annientamento e praticano un feroce terrorismo contro i civili. E se in Europa l’antisemitismo ha una portata circoscritta, nel mondo arabo dilaga senza freni, con libri, vignette, film, canzoni che ripropongono tutti i peggiori stereotipi. Per esempio in Egitto ha avuto grande successo uno sceneggiato televisivo tratto da un falso notorio come i Protocolli dei savi di Sion . Come dimenticare poi la conferenza dell’Onu a Durban, nel 2001, trasformata in una sagra dell’odio antisemita? Eppure Finkelstein fa finta di non vedere».
Forse il suo atteggiamento è determinato dal fatto che vive negli Stati Uniti, dove prevale nell’opinione pubblica e nella classe politica il sostegno a Israele, mentre oggetto di pregiudizio, soprattutto dopo l’11 settembre, sono piuttosto gli arabi. «Non è del tutto esatto - obietta Israel - perché nel mondo accademico americano è assai diffuso l’appoggio alla causa palestinese. Ci sono anche intellettuali di origine ebraica, da Gore Vidal e Susan Sontag, per non parlare di Noam Chomsky, che mettono sotto accusa Sharon. Finkelstein però rappresenta una punta estrema. Si può giudicare negativamente una certa retorica celebrativa sulla Shoah, che a volte anch’io trovo eccessiva, ed è legittimo prendere le distanze dall’ideologia sionista. Ma la furia polemica di Finkelstein, a mio avviso, cela l’intento di negare ogni legittimità all’esistenza stessa dello Stato d’Israele, bollando il sionismo come una forma di razzismo. Per questo non lo considero uno studioso serio e penso che sia chiaramente in malafede».
Antonio Carioti


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