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  Wednesday 10 December 2003 10:23:27  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

I Giusti sotto le dittature

 
To:
Israele   Israele
 
Fonte: http://www.lastampa.it/redazione/editoriali/ngeditoriale5.asp

DAI GULAG SOVIETICI AI LAGER NAZISTI: LA FORZA DEI «GIUSTI» SOTTO LE DITTATURE
I piccoli eroi che sabotarono l'orrore
9 dicembre 2003
di Gabriele Nissim
Il concetto di giusto è stato per la prima volta elaborato nel contesto di un genocidio all'interno della riflessione storica attorno alla Shoah. C'è stata la straordinaria intuizione che una memoria esaustiva di un crimine contro l'umanità dovesse contemplare non solo la memoria di un male commesso da un sistema totalitario, ma anche il ricordo degli uomini che avevano cercato di resistere alla macchina  dell'annientamento.
Per fare giustizia di fronte al tribunale della storia bisognava ricordare non solo i nomi e i cognomi dei carnefici, i nomi e i numeri delle vittime, ma anche i nomi e i gesti dei salvatori. La parola «giusto» in questo caso non deve trarre in inganno. Non ha un significato biblico o religioso, non indica un santo o un eroe perfetto, ma valorizza il comportamento di chi è riuscito a rimanere uomo in un mondo disumanizzato; riconosce l'individuo che in solitudine ha cercato di resistere aiutando il suo prossimo, di fronte ad un crimine contro l'umanità. Ecco dunque la modernità e la laicità del concetto di giusto.
Negli anni '60 è stata creata una commissione - guidata per venticinque anni dal giudice Moshe Bejski - che si è incaricata di riportare alla luce, sulla base delle testimonianze dei salvati, tutte le piccole e grandi storie delle persone che avevano cercato di portare aiuto agli ebrei. Il significato da attribuire a questo tipo di memoria era duplice. Si voleva innanzitutto esprimere riconoscenza a quanti avevano cercato di muovere la storia in una direzione diversa, anche se le loro azioni non erano state in grado di fermare il male ed erano riuscite soltanto a limitarne i danni. Ma soprattutto si voleva mandare al mondo un messaggio sulla capacità degli individui di scegliere, sulla possibilità di trovare dentro di sé la forza per opporsi alle persecuzioni, indipendentemente dai regimi, dai condizionamenti della società, dalle minacce fisiche e psicologiche. (...)
Nella Shoah la figura tipica del giusto è l'individuo che ha salvato la vita di un altro uomo, nascondendolo in un luogo sicuro, o aiutandolo a sfuggire al meccanismo della persecuzione. La sua identità è rintracciabile abbastanza agevolmente, perché il salvato si ricorda del suo salvatore. Nel complesso sistema del totalitarismo è più difficile individuare coloro che hanno avuto la possibilità concreta di agire, in un contesto di controllo ferreo del terrore sia a livello pubblico che nella vita privata, anche se a partire dal 1956, quando le maglie del sistema si sono allentate, possiamo registrare numerosi esempi di solidarietà e di aiuto verso le vittime, soprattutto nella grande costellazione del movimento dissidente.
All'interno del sistema sovietico troviamo piuttosto una figura morale particolare che meriterebbe di essere valorizzata. E' la persona che ha cercato disperatamente di astenersi dal fare del male agli altri, quando il sistema obbligava con ogni sorta di ricatto fisico e morale a denunciare i propri colleghi, amici, o familiari, e per questo ha pagato un prezzo altissimo. Chi ha salvato e aiutato non lo ha fatto in modo diretto, come molte volte è accaduto nella Shoah, ma impegnandosi a non danneggiare gli altri. Sono varie e penose le situazioni e i luoghi di queste scelte, che hanno segnato il destino di tante persone.
Il primo e più immediato era quello della preservazione degli affetti, di fronte alla pratica del regime di colpevolizzare l'intero nucleo familiare, quando un membro della famiglia veniva considerato nemico del regime. Di fronte alla minaccia di finire nei gulag molti congiunti accettavano di diventare spie e delatori dei propri cari, che venivano così abbandonati alla loro sorte. Il sistema era in grado di corrompere e di distruggere le famiglie. Shalamov fu lasciato dalla moglie e ripudiato dalla figlia.
Ci sono però esempi straordinari di donne che hanno scelto l'amore e che hanno resistito ai ricatti degli agenti del NKVD. Vorrei prima di tutto ringraziare Elena Bonner per il coraggio dimostrato nella battaglia condotta insieme al marito Andrej Sacharov. Vorrei ricordare Nadezhda Jakovlevna, la moglie del grande poeta Osip Mandel'shtam, che ha condotto una strenua lotta per la salvezza del marito. Lo ha difeso in ogni occasione, ha cercato aiuto presso amici e conoscenti, lo ha seguito, finché le è stato possibile, in tutte le tappe del confino, e anche dopo la morte del marito ha lottato per la sua riabilitazione, denunciando pubblicamente i crimini commessi dal partito. Temendo la distruzione dell'opera poetica di Mandel'shtam, ha persino studiato a memoria le sue poesie.
In Italia ci sono state donne coraggiose come Pia Piccioni e Nella Masutti, che non abbandonarono mai i loro mariti, condannati, perseguitati e assassinati. Nella Masutti decise persino di seguire Emilio Guarnaschelli nel suo esilio nel gelido Nord della Russia e gli stette vicino fino al giorno in cui gli agenti della NKVD lo arrestarono per trasferirlo in Siberia, dove lo fucilarono.
Un'altra situazione estremamente drammatica si verificava quando una vittima predestinata veniva presa di mira dagli organi della polizia politica ed era costretta, sotto l'incalzare di ricatti psicologici, di pressioni fisiche e morali - fino alla pratica della tortura - non soltanto a confessare colpe mai commesse, ma a denunciare i suoi stessi amici, i compagni, persino i familiari.
Molto spesso una persona veniva fermata con l'unico scopo di costringerla alla delazione in cambio della libertà. La Nkvd fabbricava artificialmente le prove di accusa nei confronti dei cosiddetti «nemico del socialismo», attraverso le confessioni dei loro compagni politici. Un individuo veniva catapultato da un giorno all'altro in una realtà schizofrenica, da incubo, costretto ad accusare degli innocenti con il miraggio di essere forse risparmiato. Salvarsi al prezzo di un altro, era questo il dilemma morale che viveva l'homo sovieticus.
Molti fallirono questa prova estrema e cedettero. Alcuni invece furono in grado di resistere e pagarono un prezzo altissimo, fino al sacrificio della vita, pur di non farsi corrompere.
Uno di questi fu Edmondo Peluso, tra i fondatori del partito comunista italiano, arrestato a Mosca nel 1938, deportato in Siberia e fucilato il 31 gennaio del 1942.
Peluso non subì soltanto la persecuzione dell'apparato sovietico, ma fu abbandonato dalla stessa direzione del partito italiano emigrata a Mosca, che lo lasciò morire in solitudine, senza fare nulla per la sua salvezza.
Sottoposto a tortura per cinque mesi, questo coraggioso militante politico fu capace di non coinvolgere nessuno nelle sue deposizioni. Costretto a confessare delle colpe mai commesse, evitò accuratamente di fare opera di delazione nei confronti di altri compagni che si trovavano a Mosca. Con la fantasia tipica dei napoletani, quando la polizia politica lo costringeva sotto tortura a fare dei nomi, citava persone che si trovavano al sicuro all'estero, o che erano già morte o sparite nel nulla in Unione Sovietica.
E quando ritrovava le forze dopo gli estenuanti interrogatori, ritrattava immediatamente ogni confessione che gli era stata estorta


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