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  Thursday 30 November 2006 09:43:53  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Un nome. La storia di Enrica Calabresi

 
To:
Ebraismo   Ebraismo
Cultura Donna   Cultura Donna
 
Scheda tratta da: www.giuntina.it


Paolo Ciampi
Un nome
Giuntina, pp. 232, € 15.00, 2006

All’inizio è solo un nome. Un nome e molte domande: cosa ha bloccato la carriera di Enrica Calabresi, giovane e brillante scienziata in anni in cui per una donna era difficile perfino accedere agli studi superiori? E cosa è successo di lei dopo che ha abbandonato l’università? È davvero la stessa persona che anni più tardi, nei mesi più terribili dell’occupazione nazista, si uccide nel carcere di Firenze per sfuggire alla deportazione? È da queste domande che prende avvio un libro che è insieme commossa biografia, appassionata inchiesta giornalistica, riflessione a più voci sulla barbarie delle leggi razziali ma anche sulle scelte che ognuno di noi è chiamato a fare – anche solo per non dimenticare. Enrica Calabresi, la professoressa ebrea, lo ha fatto fino in fondo, con i suoi sogni, il suo rigore, la sua silenziosa resistenza all’orrore. Una storia riemersa dall’oblio, ma non dal nulla: perché ancora oggi, da Milano a Gerusalemme, ci sono persone che si portano nel cuore Enrica; persone che hanno amato la scienza e di scienza hanno vissuto proprio grazie alla loro professoressa. Una storia vera e vibrante, costellata di sorprese, che ci aiuta a intravedere la primavera oltre ogni inverno.
Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, è stato corrispondente di diversi quotidiani, dal Giornale di Montanelli al Manifesto. Si divide tra la passione per i viaggi e le esplorazioni di tutti i tempi e la curiosità per i personaggi dimenticati nelle pieghe della Storia. Gli ultimi suoi libri sono Gli occhi di Salgari (2004), con cui ha vinto il premio Castiglioncello, e Il poeta e i pirati (2005).
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La copertina del libro



Fonte: UCEI
http://www.ucei.it/uceinforma/rassegnastampa/2006/novembre/rebubblica/261106.asp

La Repubblica, 26/11/2006
Donna, ebrea e in carriera: le colpe di Enrica Calabresi
Rivive la storia della grande scienziata fiorentina che fu insegnante di Margherita Hack
Un nome, nient´altro che un nome. Nel 1933, quando fu allontanata dall´università di Firenze, dove lavorava da diciannove anni, Enrica Calabresi non era che un nome su un foglio di carta. Non era che un nome nel 1938, quando le leggi razziali le tolsero l´incarico all´università di Pisa e il posto di insegnante al liceo Galilei. Era solo un nome, uno fra i tanti, nella lista degli ebrei fiorentini che i tedeschi pretesero dopo l´armistizio del ´43. E solo come un nome, sbagliato per di più, comparve per l´ultima volta il 1 febbraio 1944, nell´elenco dei morti pubblicato dalla rubrica di stato civile della «Nazione». Anche per Alessandra Sforza, la giovane ricercatrice della Specola che mezzo secolo dopo ha ritrovato le sue tracce nelle collezioni entomologiche del museo, Enrica Calabresi non era che un nome. Eppure è da lì che tutto è cominciato. Un nome di donna in un mondo di uomini, una scienziata nell´Italia degli anni Venti, una docente universitaria in un´epoca in cui per le donne era un miracolo anche solo frequentarla, l´università. E´ così che la curiosità è diventata passione, la passione ricerca e la ricerca un dovere. Di quel dovere si è fatto carico infine Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, che ha setacciato archivi, cercato testimoni, intervistato ex allievi e parenti, per restituire a quel nome la sua storia, in un libro intitolato appunto Un nome e appena uscito per la Giuntina.
Nella sua singolarità irripetibile, Enrica Calabresi è stata all´inizio per il suo biografo quell´"uno" che solo rende possibile comprendere l´enormità del genocidio degli ebrei. Una storia simbolo, che nella tragica consequenzialità delle sue tappe sembra poterle racchiudere tutte. Ma strada facendo la vita di questa donna timidissima e mite, che per tutta la vita ha usato il proprio talento come se non le appartenesse, ha cominciato a rivelare la sua eccezionalità. Eccezionale era la famiglia Calabresi, di quella colta e benestante borghesia ebraica di Ferrara dove la cultura e lo studio si respiravano nell´aria. Eccezionale è la carriera universitaria di Enrica, laureata a Firenze nel 1914, a ventitré anni, e chiamata subito dopo come assistente nel Gabinetto di zoologia. Nel 1918 diventa segretario della Società entomologica italiana, nel 1924 ottiene la libera docenza in zoologia. Sono questi gli anni d´oro della sua attività di scienziata e di ricercatrice: lavora alla Specola, collabora con l´Enciclopedia Treccani, frequenta l´ambiente scientifico fiorentino e corrisponde con i massimi studiosi stranieri, facilitata anche dalla sua conoscenza delle lingue. E´ una donna sola - lo rimarrà per sempre, dopo la morte del fidanzato Giovanni Battista De Gasperi nella prima guerra mondiale - ma non solitaria; libera, ma senza scandalo; in carriera, e solo per i suoi meriti.
Prima che la tempesta della persecuzione razziale si abbatta su di lei, l´università di Firenze la allontana per far posto a Ludovico Di Caporiacco: un uomo, non solo, ma anche un fascista della prima ora. E´ la prima battuta d´arresto di una vita che sembra sia stata sempre sul punto di spiccare il volo, senza mai volare davvero. Enrica trova un posto da insegnante al Regio Istituto tecnico Galilei, poi al liceo omonimo, dove ha tra i suoi allievi una giovanissima Margherita Hack, che nella prefazione a Un nome ne ricorda la feroce timidezza, il riserbo e la preparazione. E quando l´università di Pisa, nel 1936 la risarcisce offrendole la cattedra di entomologia agraria, un´altra parete si alza tra lei e il suo futuro. Questa volta è un muro invalicabile. Gli ultimi anni prima dell´arresto Enrica li spende nella scuola ebraica di via Farini, tra gli studenti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche: a insegnare, a dare un´illusione di normalità, a preparare un futuro che certo non sarebbe stato il suo. Lo sapeva, quando scelse di tornare a Firenze dopo l´ultima estate passata nella casa di famiglia a Gallo Bolognese. Eppure tornò, «perché a Firenze c´è la mia vita». All´inizio del 1944 fu arrestata e incarcerata a Santa Verdiana per essere deportata ad Auschwitz. Sapeva anche quello, Enrica. Così, il 18 gennaio, usò la fialetta di veleno che da tempo portava nella borsa. L´ultima parete, almeno quella, aveva scelto di alzarla da sé.


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