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  Monday 26 September 2005 14:02:01  
From:
Amoha Danani   Amoha Danani
 
Subject:

Convegno su antisionismo in Europa

 
To:
Israele   Israele
 
Sul convegno, vedere:
http://hsozkult.geschichte.hu-berlin.de/termine/id=4375
http://calenda.revues.org/nouvelle5731.html




Fonte: UCEI

http://www.ucei.it/uceinforma/rassegnastampa/2005/settembre/Ilgiornale/240905.asp

da Il Giornale di Brescia, 24/09/2005
ANTISIONISMO: IL NO «POLITICO» DELLA DESTRA
Un convegno ad Amburgo
Si tiene ad Amburgo oggi e domani, su iniziativa del «Groupe de travail sur l’antisionisme dans le long XXe siecle» un convegno di studi su «Partiti politici e sfida antisionista in Europa». Tra i relatori il prof. Roberto Chiarini, storico bresciano, su «L’antisionismo e l’estrema destra italiana».
Anticipiamo parte dell’intervento.

Roberto Chiarini
L’estrema destra italiana, a differenza di tutte le altre democrazie europee, conserva un saldo e stabile legame culturale, ideologico ed anche politico per almeno tutta la Prima repubblica.
Questo legame si chiama riconoscimento del fascismo come fonte di ispirazione imprescindibile, per quanto interpretato in termini e secondo registri assai diversificati, del proprio universo politico È, questo, un primo, decisivo punto fermo da cui muovere per orientarci nella storia della complicata e convulsa galassia dell’estrema destra italiana. Non se ne deve desumere, però, che essa per tale ne abbia derivato un orientamento lineare, omogeneo e costante in tema di sionismo, Stato d’Israele così come su razzismo e politica estera.
Per quanto ben diversamente mobile e fantasioso rispetto al "fascismo storico", maestro di rivolgimenti acrobatici (e appunto per questo capace di essere insieme razzista e anticolonialista, rivoluzionario e d’ordine, monarchico e repubblicano, anticlericale e clericale), il neofascismo non osa uscire fuori dell’alveo tracciato dal suo modello storico (in questo almeno assai poco "fascista"). Il fatto è che il movimento guidato da Mussolini era pregiudizialmente contrario a legarsi le mani a dei principi. Opponendo che il fascismo è vita e la vita è movimento, le sue opzioni erano (relativamente) libere da assiomi ideologici vincolanti, variabili dipendenti (entro certi limiti, ovviamente) dei calcoli di opportunità politici del dittatore. Questo era valso anche per la "questione sionismo".
Nel corso del Ventennio le oscillazioni in materia sono state molto ampie e contraddittorie. Quindi, per chi guarda a quel precedente può trovare un po’ gli appigli che vuole. A questa causa di mutevolezza degli orientamenti dell’estrema destra italiana sul tema se ne aggiunge una seconda: il suo ruolo di forza estranea, se non ostile, alla cultura democratica, eppure chiamata ad operare all’interno di una democrazia. Ne discende per l’Msi una polarità fedeltà/su- peramento del fascismo che accompagna l’intera esistenza della destra italiana e che valorizza il primo o il secondo termine del dualismo a seconda che entri in gioco il richiamo identitario o il calcolo politico, l’acculturazione ideologica o la propaganda elettorale.
Accade così che all’indomani della caduta del fascismo, finchè valgono le ragioni ideali e politiche fissate dalla lotta al nazifascismo, la destra italiana non trova difficoltà a tenere insieme l’identità con la politica: la difesa dell’antigiudaismo, dell’antisionismo, in casi estremi delle stesse leggi razziali fasciste e, nell’immediato, l’opposizione allo Stato d’Israele, con una politica interna anti-antifascista (e cioè di opposizione frontale al governo ed alla repubblica, alla Dc e al Pci insieme al rigetto della "democrazia dei partiti") e con politica estera ostile agli "alleati" del ’40-’45, e cioè alle potenze plutocratiche degli Usa e della Gran Bretagna disinvoltamente accomunate alla centrale del sovversivismo comunista di Mosca.
Non appena, però, nella vita politica interna si rompe la solidarietà antifascista (1947) e il quadro politico si imposta sulla contrapposizione anticomunismo del governo e filocomunismo dell’opposizione di sinistra, la destra è spinta a sposare sempre più le ragioni ideali e politiche dell’anticomunismo e perciò a mettere in sordina tutti i richiami delegittimanti al fascismo: nella fattispecie l’antipatia per Israele in quanto "avamposto" dell’Occidente, per non dire dell’antisionismo e delle leggi razziali del ’38.
Il passo successivo verso uno stemperamento, se non verso l’abbandono, delle matrici originarie fasciste è sollecitato dall’evoluzione della politica estera, in particolare dall’aggravarsi della "questione mediorientale". È del ’67, con la guerra dei "sei giorni" che l’Msi compie una scelta inequivoca a favore di Israele e mette in sordina le originarie simpatie per il mondo arabo e l’Islam, per i palestinesi e l’Egitto di Nasser, ora accusato di "cripto-comunismo".
Da questo momento in poi l’eredità fascista, ideale e politica, dell’antigiudaismo, dell’antisionismo, del filoarabismo (del Mussolini "spada dell’Islam") non scompare, ma si ritrae nel sommerso del mondo giovanile e di un estremismo prevalentemente extra-parlamentare ma spesso assai contiguo o addirittura sotterraneo al partito. Un superamento senza se e senza ma del lascito morale e politico del ventennio si compie solo con la nascita di Alleanza Nazionale.
Nelle tesi politiche approvate al Congresso di Fiuggi (1995) si trova la «condanna esplicita, definitiva, senza appello (...) verso ogni forma di antisemitismo ed antiebraismo» anche «camuffati con la patina propagandistica dell’antisionismo e della polemica anti-israeliana».
Seguono atti riparatori altamente simbolici da parte dello stato maggiore di An, in particolare e con maggior risalto da parte del suo leader Gianfranco Fini. Il 15 aprile 2002 numerosi esponenti di Alleanza Nazionale aderiscono all’«Israel Day» organizzato a Roma dal «Foglio» di Giuliano Ferrara. Il 13 settembre successivo Fini rilascia un’intervista al giornale israeliano Ha’aretz in cui esplicitamente assume «la responsabilità (...) per ciò che accadde da noi dopo la promulgazione delle leggi razziali», chiedendo «perdono» al popolo ebraico.