GAMeS
di Bernardo d'Aleppo
. . .
giovedì gnocca
eri una bella gnocca
diceva mio padre,
eri una bella gnocca
diceva mia madre,
eri una bella gnocca
dico anch'io,
perché non me la davi?
perché non me la davi?
ti ho uccisa perché non me la davi.
perché non me la davi?
ti ho uccisa perché non volevo
sentire la risposta.
. . .
Le solite hamburger
Miriam, allora, come ronza? ragazzi? finalmente lieviti? non menartela
dai: lo sai che le tette più crescono e prima cadono! il fratello
è sempre così figo e sotto-vuoto? Scrivi che sfriggo!!! Qui
le solite hamburger; da che sei partita tu la classe si è sfasciata,
i prof fanno quel cazzo che gli pare: compiti, voti, interrogazioni volanti...
nessuno gli tiene più testa, io ci provo, ma poi sono sola, Marty,
lo sai, dipende da come scende dal letto, Raffy ormai è in orbita
su Internet e Christian è in piena depressione! Ieri per es.: pomeriggio
assurdo, la prof di italiano ci ha trascinate ad una conferenza in centro,
c'era mezza scuola. Il nuovo prof di scienze quando è arrivato si
è se-duto due file dietro di me, mi sono dovuta sbracciare perché
mi vedesse, Marta mi ha preso per il culo per cinque minuti, non la smetteva
più di ridere come fa lei, con quella specie di ansimo ragliante
che poi ha dovuto andare in bagno per riprendersi e tutti la guardavano,
anche quella famosa che stava par-lando ha dovuto interrompersi, quella
che ha tradotto Hemingway, no forse Bukowski, beh insomma ci ho goduto,
io che quando succede in classe brucio con gli occhi chi si azzarda a prenderla
per il culo.
Le cose per un po' sono rimaste sul pallottoloso andante: due interventi
neanche stronzi, ma si per-devano loro che leggevano, figurati noi; il
Prudente, il prof di scienze, che poi non si chiama Prudente, ma Paolo
Rudenti, non mi ha cagato minimamente o forse sì ,ma come si fa
a saperlo: è strabico! Intanto After Eigth, quella nuova di
filosofia, faceva la cascamorta con un pelato che stava tra lei e il Prudente,
tanto per non smentire il suo nome: il goloso cioccolatino che si scarta
prima. Prima di quando? Prima che ci pensi! E ti si appiccica il mano!
Oh, non è tutta roba mia, Marta, Raffy e Christian ci hanno messo
del loro, abbiamo fatto gli spot per quasi tutti i prof, beh quelli che
se la tirano di più, appena finiamo di montarla ti mando la cassetta.
Poi finalmente ha cominciato a parlare l'unico fico che ci fosse
(oltre al Prudente, naturalmente!). Aveva continuato a bere birra e a ciucciare
il sigaro durante tutti gli interventi precedenti, con l'aria di quello
che sta aspettando che aprano le sale corse. La voce ! Body dovevi
sentirla! gli saliva dalla pan-cia girava due volte nelle volte ( che fica
eh!) cavernose del cranio dove il fumo del sigaro aveva inca-tramato le
pareti ed usciva, dalla gola irruvidita dall'alcool, potente, ruvida e
profonda! (ma sono o non sono fichissima?) No giuro che non faccio
per farti invidia era proprio cosi! Anche After Eight ha smesso di chiacchierare,
giuro che mi sono voltata perché ho sentito odore di menta e pensavo
che fosse lei che si era sciolta! invece no era lì che si leccava
le labbra, e l'odore di menta era Marty che ciucciava le sue cicche contro
l'alitosi, che adesso ci ha questa fissa, ci pensasse mai la prof di mat
che quando ti interroga alla lavagna e ti viene vicino senti tutto quello
che ha mangiato la settimana passata e in cosa si è trasformato...
Il discorso del tipo, che poi era uno scrittore di gialli: infatti
aveva anche la giacca gialla, così nes-suno si poteva sbagliare,
era carino, ogni tanto si rideva, ma non voleva dire qualcosa, era così,
di com-pagnia.
Insomma avrai capito che io cominciavo a rompermi, sembrava un
po' di essere in TV al ciccio-show, ma lì ti pagano... Marta da
un po' voleva andarsene e insisteva, io non volevo farmi notare dalla prof
di italiano e neanche dal Prudente che ogni tanto mi guardava e mi rodevo
perché c'era troppa calma e silenzio, una nostra uscita sarebbe
stata notata da tutti. Alla fine mi sono arresa e ci siamo al-zate, stava
parlando una "sciuretta", come dice mia madre, anche lei era una scrittrice
(che cazzo c'en-trano poi gli scrittori di mezz'età con il disagio
giovanile?) e non so cosa dicesse perché noi aspettavamo solo il
momento giusto, insomma scivolavamo tra le sedie vuote con scioltezza,
quando una grassa risata di pancia ha fatto voltare Marty che, subito preoccupata
di non farsi travolgere dalla sua risata asinina, si è disunita
e ha inciampato in una seggiola facendone cadere una fila e in mezzo a
quello sfascio lei, per terra, ha cominciato a ridere, piangendo, avrei
voluto ucciderla, ma sapevo che non faceva apposta, così l'ho aiutata
ad alzarsi e siamo andate in bagno a restaurarci.
Saremo state in bagno un quarto d'ora e intanto dalla sala continuavamo
a sentire quella risata e poi battere le mani e poi urlare "brava", così
ci siamo affacciate per capire cosa succedeva e abbiamo scoperto che era
il pelato tra After Eight e Prudente, che faceva tutto, mentre parlava
ancora la sciu-retta...
Non so come fosse partita ma stava dicendo cosa bisognava fare
e non fare nella vita. Non ricordo bene tutto perché il pelato mi
distraeva, sembrava proprio che ogni risata, ogni "brava" le scagliasse
con gusto, ma anche con rabbia, in faccia alla sciuretta, che imperterrita
proseguiva, pareva che non riuscisse a decidersi come valutare risate e
battimani e complimenti da parte di uno solo, mentre il resto del pubblico
taceva.
Ha continuato a dire "ragazzi praticate le arti marziali, non
bevete, non fumate, non fate sesso non protetto, non drogatevi, studiate
l'inglese e l'informatica "ed altre cose così per altri dieci minuti
almeno poi abbiamo dovuto andarcene perché a sentire tante stronzate
a Marty veniva ancora da ri-dere e poi ormai era quasi ora di cominciare
a lavorare, ma già, ancora non te l'avevo detto: il giovedì
dalle sei alle dieci di sera lavoro in un circolo dove vengono a farsi
le seghe uomini di mezz'età, da soli o con le mogli, davanti a me
che sto nuda seduta su una sella con un gran cazzone a stantuffo che quando
mi ci siedo sembra che me lo ficco dentro tutto e poi mi ci agito sopra
cinque minuti, anche se quattro sono inutili, visto che vengono tutti subito.
Ogni mezz'ora un numero, più o meno, un cocomero a settimana e ogni
tanto, quando è in buona, il capo fa girare qualche pista. Ai miei
ho detto che il giovedì ho gli allena-menti di pallavolo e così
mi hanno dato i soldi per l'iscrizione ecc. ecc. invece ho cominciato il
piano di accumulo per la pensione con due fondi diversi. Speriamo bene.
Adesso anche Marty vorrebbe entrare: ci sarebbe libero il mercoledì
e il capo mi ha chiesto qualcuno che sembri minorenne come me, ma sono
sicura che lei appena vede 'sti pancioni che ballonzolano mentre le sciurette
glielo menano gli scappa da ri-dere e sai che casino...
Scappo che devo finire le rocce magmatiche, che domani Prudente
mi interroga ...
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Sapori
Le gocce che l'orchidea trattiene
sanno di limpido miele,
il sapore del tuo sesso bagnato
è di baccalà mantecato.
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In val Trebbia un’estate
Il mezzo pomeriggio era segnalato, come spesso in quelle valli
appenniniche, da momenti di vento non forte, ma balzano; giocava, come
un cucciolo di alano, lungo le pendici boscose, cercandosi la coda o rincorrendo
l'ombra di una nuvola leggera.
Da tre giorni giravo a piedi, senza far molto altro che guardare
e ascoltare. L'indomani sarei andato in paese a fare spesa, non era un
trekking-avventura il mio, ma una vacanza-ricompensa dopo un altro anno
all'ufficio titoli esteri e derivati della Colonel Insurance.
La sorgente di acqua solfurea, di cui mi avevano detto due anni
prima, mi sfuggiva, ma non era un gran male, semmai un'ottima scusa per
tornare l'anno prossimo, o l'altro ancora.
Stavo con le spalle appoggiate ad un tronco e, attraverso un'apertura
del fogliame, guardavo l'altro versante della valle boscosa e la cascata
del ruscello che, da una convalle, si precipitava leggera, perdendosi nel
fitto della forra sottostante.
Un rumore alle mie spalle mi fece voltare e così scorsi
cadere qualcosa di un color verdastro e piuttosto grande, a forse dieci
metri da me, qualcosa che subito sparì tra le felci, quasi senza
disturbarle.
Sarei subito andato a vedere di cosa si trattasse se in quel
momento non avessi colto due occhi, perle d'ambra, che mi guardavano e
mi sfuggivano.
Mentre io, immobile per lo stupore, mi forzavo a distogliere
lo sguardo, sentii con un brivido che mi si rizzavano i peli. In un istante
decisi che avrei dovuto allontanarmi fingendo di non averla vista, chissà
forse era una pantera, forse un puma sfuggito a qualche zoo privato
o forse chissà cosa.
Mi allontanai emozionato, curioso, spaventato; con mille ipotesi
che mi ballavano in mente e così pochi elementi per decidere a quale
sensazione dare ascolto, a quale ipotesi dare credito.
Percorrevo ora un ampio, antico sentiero, tra castagni centenari,
la strada che, secondo la leggenda locale, aveva percorso Annibale per
attraversare gli Appennini. (Prima o dopo la battaglia sul Trebbia contro
i Romani?) Ecco questa doveva essere la famosa curva del cammello
morto... continuavo a divagare, cercavo di non pensare a cosa avevo visto
cadere (cadere? cade un gatto?) dall'albero poco prima.
Un paio d'ore dopo il buio incombeva, perciò decisi di
fermarmi, cominciavo ad avere fame ed era necessario pensare alla notte:
dovevo avere tutto a portata di mano ed ordinato, altrimenti trovare ciò
che mi serviva sarebbe stato difficile.
Feci cena con un tè, un salamino ed un paio di gallette,
non potevo fare un fuoco dato che era estate ed ero nel pieno del bosco,
perciò mi stesi nel sacco, che già era imperlato di umidità
e mi misi a ripassare gli avvenimenti della giornata, rassegnandomi ad
una lunga attesa del sonno, senza neppure la distrazione del fuoco, né
delle stelle e invece crollai come un budino.
Il mattino mi svegliò dopo avere svegliato qualche cornacchia
ed un cuculo. Mentre aspettavo si scaldasse il tè mi ricordai del
primo gatto della mia vita, un gatto nero di una mia cugina piccolo e graffioso
e poi della mia Sofia, bianca e grigia, gran cacciatrice, quando andavo
a letto lei, dalla poltrona a due metri da me, se le parlavo faceva delle
fusa da sembrare un motorino; il borbottio del pentolino del tè
sul fornello mi riportò all'attualità.
Fu solo facendo il sacco che percepii coscientemente un odore
di gatto e mi guardai in giro, ricordando d'un tratto l'episodio del giorno
prima, cui, chissà come, quel mattino non avevo ancora pensato.
Perlustrai i dintorni a lungo, meticolosamente credo, ma senza trovare
né un'impronta né una traccia sul terreno o tra i cespugli;
eppure più d'una volta, muovendomi nell'aria immobile del bosco,
avevo percepito quell'odore, ma così leggero da credere quasi mi
fosse rimasto impigliato nel cervello durante un sogno. Infine su
una grossa robinia, che con i suoi rami formava una specie di ponte naturale
tra due maestosi castagni, vidi un ciuffetto verde che non sembrava muschio.
Cercando di individuare percorsi arborei praticabili da un essere di quella
taglia, arrivai nella zona dove, poco prima, avevo percepito il ricordo
di quell'odore felino e vidi un incrocio di rami forti, appiattito, su
cui, dopo qualche acrobazia, trovai numerosi di quei peli verdi, impigliati
nella corteccia scabra.
Quell'odore mi solleticava il cervello, cominciai a perlustrare
quell'intrico di rami, il naso sulla corteccia e nel farlo cercavo la posizione
più comoda.
Mi ritrovai così con le gambe a cavalcioni di un grande
ramo che si triforcava all'altezza del mio bacino, le due branche ascendenti
me lo fasciavano quasi, le gambe pendenti si appoggiavano sui rami trasversali
di una quercia, e le spalle trovavano un appoggio simile al bacino; allora,
mentre perlustravo con l'olfatto la corteccia, traendone brividi inquietanti,
vidi i segni, decisi, di artigli, un braccio avanti al naso e mi accorsi
di avere un'erezione.
A questo punto la situazione era scomoda, provai a voltarmi
pancia all'aria, pensando di rimanere a fantasticare lì, dove lei,
a questo punto non avevo dubbi che fosse una lei, doveva essere rimasta
durante la notte, e fu così che la vidi sopra di me, incontrai il
suo sguardo e mi scomposi perdendo l'appoggio con le spalle, un istante
di contorcimenti spasmodici e mi ritrovai abbracciato al ramo. Lei sbadigliò,
io distolsi lo sguardo dal suo viso e fu allora che vidi la sua coda, oscillava
pigramente dalla metà in poi, incurvandosi leggermente alla estremità.
Abbandonato l'appoggio con le gambe mi lasciai cadere a terra,
ma rialzato lo sguardo non la vidi più, solo un movimento delle
fronde alla mia destra denunciava, forse, la direzione della sua scomparsa.
La sua bocca, in quello sbadiglio, mi era parsa così vezzosa...
e pure gli incisivi, forti ed i canini, appuntiti, potevano essere temibili
mi dissi, ma quella lingua lilla, dolcemente incurvata verso l'alto, faceva
così audace contrasto con le labbra brune... sarebbe stata ruvida
e rasposa o liscia e morbida al tatto? Ma mi accorsi che non pensavo per
confronto alla lingua di un cane o di un gatto sulla mano, pensavo a
dei baci, lunghi baci insistiti, elettrici, rischiosi... Era il caso
di aprire una delle due mignon di liquore che portavo per i casi di emergenza.
Dovevo decidere tra la fuga e la caccia: l'acquavite mi fece
decidere per la caccia, per cui mi dedicai alla pesca per avere del cibo
con cui attirarla; non avevo attrezzi con me, per cui feci uno sbarramento
di sassi lungo il vicino torrente, quel tanto da impedire ai pesci di infilarcisi
in mezzo e a monte coprii l'acqua con rami e larghe foglie, più
tardi dal basso, risalii il torrente smuovendo le pietre e facendo confusione:
il risultato furono quattro trotelle che, saltate fuori dall'acqua per
superare l'ostacolo, finirono sui rami predisposti ad accoglierle.
Pulii le trote, ma poco dopo cominciarono ad arrivare vespe e
mosche e quant'altro; pensando poi che difficilmente la "pantera" si sarebbe
avvicinata di giorno, le appesi allora, per salvarle dagli insetti, su
un fuoco leggero e fumoso, prudentemente acceso tra i sassi del greto,
in quel punto largo e spoglio, mentre io consumavo un pasto liofilizzato
sciolto in acqua.
Dormivo in mutande su una roccia, al sole, da un po', quando
mi svegliò una sorta di motore elettrico che mi fece, nel dormiveglia,
pensare all'India e ai suoi ventilatori a reazione; restai un attimo a
crogiolarmi nella mezza coscienza del risveglio senza rendermi conto di
dove fossi.
Prima di averci potuto pensare mi stavo stirando e con la mano
destra incontrai del morbido, il motorino si fece più vicino e,
con la coda dell'occhio, vidi l'estremità della sua coda sollevarsi
e abbassarsi ritmicamente. Il cuore mi scese nella pancia e ci rimase un
momento; ero immobile e dietro le palpebre socchiuse mi danzavano i segni,
profondi, degli artigli sui rami.
Il rumore si stava spegnendo e mi venne di carezzare quel pelo
sottile ed il motore riprese potenza, mi voltai dunque, lentamente, dovevano
essere fusa! E la vidi: i suoi occhi dorati, socchiusi, mi guardavano con
curiosità e sufficienza; la sensazione di un saluto prese forma
nella mia mente. Ritirai, imbarazzato, la mano con cui le stavo
carezzando la pancia, piuttosto in basso.
Lei era sdraiata su un fianco, poggiata ad un gomito e su una
delle scodelle nere, che aveva davanti, stavano le mie trotelle ancora
legate tra loro, nelle altre dei pesci piccini in una salsa bianca, dei
granchi grigi immersi in un liquido trasparente e celeste, e poi delle
palline come uva nera, su un letto di alghe verdi e salsa rossa; un invito
a pranzo?
Un senso di lontananza mi invase la mente un momento e scomparve.
Lei piegò lentamente la gamba destra, alzandola,
mentre la coda le si insinuò tra le gambe e poi si stirò.
I suoi seni dai capezzoli bruni puntarono dritto verso il cielo e mi venne
un gran desiderio di me che mi confuse, e voglia di mordermi il collo e
di piantarmi le unghie nelle spalle. Ed un senso di vuoto mi si irradiò
dalla base del cazzo, mentre un piacere come pregustato, come un
affamato in una gastronomia, mi percorreva la schiena fino alla nuca.
I miei pensieri non erano miei. Le sue sensazioni partivano
dalle mie cellule nervose, e le sue fantasie vi arrivavano. Non era così
che avevo pensato la telepatia. Attraverso la paura fisica, la curiosità
ed il suo senso di abbandono, tornai un poco me stesso e stesi una mano
ad accarezzarla e di nuovo le sue fusa riempirono l'aria ed ella si abbandonò
chiudendo gli occhi. Mi feci più da presso ed ella socchiuse le
gambe, mentre con la coda solleticava il mio pene confuso e vestito. Immerso
in un profumo di bucato e di erba tagliata che sembrava sprigionare dal
suo corpo, avvicinai il mio viso al suo ed ella socchiuse le labbra e il
suo alito muschioso mi sfiorò prima che cominciasse a leccarmi le
orecchie, cosa che fece a lungo e con impegno e intanto la paura, che mi
aveva irrigidito, scivolava dalle spalle. Cominciai allora a grattarle
dolcemente dietro le orecchie, appena appuntite, e una grande dolcezza
mi fluì in ogni parte del corpo, conosciuta e sconosciuta.
I nostri corpi aderivano ora e i suoi capezzoli sporgevano tesi verso i
miei ed ogni respiro si faceva più corto del precedente, un odore
nuovo e fresco saliva dal suo pube, la sua coda oscillava lenta sulle mie
natiche e i suoi denti scorrevano dal mio collo alle mie spalle come elettrodi.
Cercai di sfilarmi le mutande ma lei me lo impedì e le lacerò
ai lati con le unghie, gli elastici si tesero e mi batterono i fianchi
con forza e in un momento l'erezione mi passò, per un istante il
cielo mi sembrò scuro e una sensazione di insoddisfazione, come
di fame, mi farfalleggiò nella mente.
Per me era troppo, tutto insieme, e intanto avevo voglia
di parlarle, come ad un amico che da tanto non si vede e di mangiare e
di dormire..
Lei mi carezzò un poco tutto il corpo, sembrava mi conoscesse
così bene! Poi mi invitò a mangiare: il suo pesce era
crudo e senza sale, semmai un po' dolciastro, io feci gran sorrisi e trangugiai
senz'altro gusto che la curiosità, d'altronde anche le mie trote
erano semicrude e, pur con il sale, non particolarmente appetitose.
Si faceva sera, cominciò a scendere il fresco ed io mi
accinsi a fare un fuoco ma, appena in me prese forma quest'idea, ella mi
attirò vicino: mentre una notte scura e stellatissima mi riempiva
la mente, sotto di noi comparve una specie di grande e folta pelliccia
nera, tonda e tiepida ed ella si sdraiò con il capo sul mio petto,
al mio fianco ed io vidi il cielo che lei ricordava popolarsi di stelle,
lentamente, ed imparavo ad accettare o a respingere le immagini che lei
mi trasmetteva e potevo vedere il suo viso al di là delle stelle
e mi sembrava bellissimo e dolce, era come lei si vedeva; allora lei volse
il suo sguardo a me e cominciò, senza muoversi, a piangere e tutte
le stelle si fusero in una delle sue lacrime ed io cercavo di aprirmi,
di sentire ciò che lei sentiva, ma un grigio informe, vorticoso
e brulicante mi respinse. Mi chinai su di lei e la abbracciai; lei,
come una cucciola, si rincantucciò contro di me, mentre singhiozzi
acuti come guaiti la scuotevano tutta.
Piano, piano, s'acquetò contro il mio petto e il suo soffio,
regolare, me la fece pensare addormentata, così con lei tra le braccia
mi feci una sigaretta. Ma appena l'ebbi accesa non seppi che fare:
dove scrollare la cenere? Non certo sulla stupenda pelliccia che
ci faceva da giaciglio; la lanciai allora lontano, sentendomi eroico, con
più voglia di fumare di prima, già prima di averla lanciata,
ma la sigaretta interruppe la sua traiettoria e cadde tra i peli del nostro
folto tappeto. Mi svincolai in fretta dalla mia amica e la raccolsi,
continuava incurante a bruciare, feci un altro tiro e sporsi il braccio
per spegnerla tra l'erba, ma mi spensi la sigaretta sulle dita. Una
barriera invisibile impediva di varcare il perimetro della nostra pelliccia.
Protetto e prigioniero a un tempo.
Mi sedetti accanto a lei guardandola e cercando di immaginare
cosa potesse averla tanto turbata e chiedendomi se fossi nelle sue mani
e: chi era? da dove veniva? cosa l'aveva gettata nella mia vita?
Non feci in tempo a formulare quest'ultima domanda nella mia mente che
lei, alzandosi a sedere, mi tirò a sé; mentre immagini di
me nudo, in tutte le posizioni, possibili e non, puntualmente eccitato,
mi si proiettavano intorno.
A quel punto io feci altrettanto e pensai a lei in tutte le posizioni
del Kamasutra che ricordavo; le sfuggì un respiro rauco che era
quasi un ruggito, vidi i suoi artigli e l'immagine dei miei vestiti a brandelli....le
mie fantasie erotiche tremolarono e stavano per scomparire, quando lei
se ne accorse e con un sorriso cominciò delicata a slacciarmi la
camicia, standomi in ginocchio davanti; la sua coda passava tra le sue
gambe e formava una esse sul pube, che piano piano si srotolava e alla
fine passandomi sotto e tra le natiche si affacciò al mio fianco
destro e intanto, mi solleticava dolcemente le palle, che tra l'altro nella
sua immagine di me erano enormi: come limoni .
Ma erano i suoi baci, la sua lingua assurda, le sue labbra sode,
dal margine rilevato, i suoi denti che mi scivolavano lungo i nervi, che
mi eccitavano di più; alla luce della luna a momenti mi sembrava
un'adolescente somala, a momenti una divinità egizia, così
lentamente ci trovammo in piedi senza accorgercene e così, dolcemente
facemmo l'amore senza spostarci e di nuovo quel fresco odore salì
dal suo sesso mescolandosi al profumo di muschio del suo alito e fu più
dolce di quanto sappia dire...
Il mattino che mi svegliò non era il giovane mattino cantato
dagli uccelli, ma quello maturo nel quale ronzano le api ed ero solo, seppure
coperto da infiniti tenuissimi graffi.
. . .
DOPO IL PRANZO
E, come il membro soddisfatto,
reclinato, anch’io, stanco, riposo.
. . .
PIPINO E LA MORTE
La voce al citofono mi sembrò nota ma niente di più.
Ad ogni modo qualunque novità sarebbe stata la benvenuta pur di
interrompere la discussione che dalla sera prima si stava protraendo oltre
ogni umano limite di sopportazione. Ma chi poteva essere alle tre e mezzo
del mattino? Di lì a poco gli uccelli, dai platani di fronte alle
finestre, avrebbero cominciato lo stordimento mattutino e tra un paio d'ore
avrei dovuto chiamare il taxi per andare in aeroporto. Il campanello suonò
che ero fermo in corridoio con la testa appoggiata al muro, pensando di
dormire. Paola continuava a chiedere chi fosse con la sua voce allarmata
e petulante, quante volte in nove anni le avevo detto che detestavo urlare
da una stanza all'altra...
Socchiusi la porta dopo avere visto che era una donna sola, lei
aveva detto un nome al citofono Mara o Lara, forse Laura; solo quando lei
entrò e con la mano, passando, mi dondolò il batacchietto
dicendo - Già in giro a far propaganda al pipino?- mi resi conto
di essere nudo. E la riconobbi. Il mio primo, vero ed unico exploit sessuale,
dolce e allegro, senza complicazioni e senza paure.
Ebbi un impeto di affetto per quella personcina pazza che, nonostante
qualche filo bianco tra i neri capelli, meglio rappresentava, per me, la
giovinezza: i vent'anni spensierati di cui aveva solo sentito parlare,
si erano concentrati per me in quelle diciotto ore trascorse sul letto
di Laura, con Laura. Mi volsi e la vidi già seduta a suo agio sul
tappeto, appoggiata al divano. Rimasi un momento immobile e muto a guardarla,
mentre immagini che credevo perse riaffioravano affastellate: i capezzoli
bruni dalle areole ampie su quei seni un po' lunghi e gommosi di ventenne
ed i peli lunghi e neri sulle falangi dei piedi che lei esibiva con orgoglio.
Ma Paola doveva essere entrata dalla porta della camera alle mie spalle,
non la vedevo, ma poteva sentire le ondate del suo rimprovero muto frangersi
sulla mia schiena, era instancabile in questo come il mare. Mi volsi, era
vestita dell'accappatoio rosa che usava per vestaglia, sul viso la solita
espressione che avrebbe ben figurato sul suo santino quando la avessero
beatificata.
-Buongiorno. Caro perché non ci presenti e poi non vai a vestirti
che io intanto offro un caffè alla signorina?
Farfugliai i rispettivi nomi e tornai in camera a vestirmi; qualcosa
mi ronzava nella testa ma non si decideva a manifestarsi, un ricordo premeva
alle soglie della coscienza ma la porta non si apriva. Tanto valeva vestirsi
del tutto, tra poco avrei dovuto partire. Aprii l'armadietto di fianco
allo specchio del bagno e vidi il bicarbonato nella sua ciotolina cinese,
la polvere bianca diede al ricordo la spinta necessaria a sfondare la porta
della coscienza e ricordai tutto.
I titoli a grossi caratteri sulla pagina cittadina e, sotto,
la fotografia di Laura; non l'avrei nemmeno riconosciuta se non mi fosse
caduto l'occhio sulla didascalia con il nome. Vari chili di coca, poco
meno di ero, spaccio all'ingrosso. Ed io pochi mesi prima, senza sospetti,
in quella casa. E adesso? Quanti anni erano passati? Dodici, quindici?
Chissà cosa voleva. Non ci eravamo frequentati che per un paio di
settimane dopo la scintilla scoccata a quel concerto, troppo distanti i
nostri mondi e troppo faticoso seguire i suoi voli mentali; un disagio,
come una zanzara al capezzale, mi aveva disturbato le ultime volte che
ci eravamo visti, bastò poco per perderla di vista. Quando tornai
in soggiorno le due donne stavano bevendo il caffè e Paola aveva
assunto un'aria protettiva nei confronti dell'ospite. L'ombra di una preoccupazione
sembrò passare concreta ed inquietante, ma impalpabile, come l'ombra
di un uccello in volo.
-Caro, Laura mi diceva che è appena uscita... e avrebbe
bisogno di un posto per qualche giorno finché non trova una sistemazione,
potresti lasciarle la tua casa e trasferirti da me per una settimana...-
Laura intervenne con foga interrompendola.
-No non hai capito cara, io volevo anche lui, giusto per qualche
giorno, per rimettermi un po' in carreggiata, dopo tredici anni di astinenza
ho bisogno di qualcuno che conosco e che abbia pazienza sorella, capiscimi.-
Era senz'altro un sogno, un sogno assurdo, quando mai due donne
avevano discusso per me! E Laura che si atteggiava a femminista! Dev'essere
stata la rucola, me l'avevano detto che la rucola fa sognare, ce ne sarà
stato un paio d'etti su quella pizza. Mi sdraiai di traverso sul piccolo
divano dietro Laura e mi addormentai sorridendo, era molto che un sogno
non mi gratificava così; dopo tredici anni di galera la Laura per
prima cosa veniva a chiedermi un giro in giostra...
Che non fosse un sogno me lo dimostrarono, quando mi svegliai, le corde
che mi tenevano le mani legate al termosifone, mentre le caviglie erano
legate ai piedi del divano. Chiamai Paola e Laura perché mi liberassero,
le mani si erano informicolite e dolevano, ma nessuno mi rispose; l'orologio
del videoregistratore diceva che la riunione a Monaco era già cominciata
e non avevo neppure avvisato Annalisa, che così avrebbe dovuto sostenere
la validità della pianificazione dell'intera campagna pubblicitaria
da sola, quando in realtà lei si era occupata solo della stampa.
In quel momento si aprì la porta di casa e Laura entrò allegra
e sorridente con due sacchetti di spesa. Stavo per inveire ma, sollevandomi
per vedere chi entrasse, avevo potuto scorgere i piedi e le gambe di Paola
sul pavimento della camera da letto, immobili, la sorpresa mi ammutolì
per il tempo sufficiente a che la paura mi intimasse prudenza. Guardai
sorridendo la mia carceriera come se la mia prigionia fosse un gioco erotico
e le dissi che avevo fame. Lei mi sorrise ma il suo sguardo metteva a fuoco
qualcosa alle mie spalle, mi carezzò la testa, come sopra pensiero.
- Un momento caro, posso chiamarti caro vero? Faccio una doccia
veloce e arrivo.
Restai in attesa del rumore dell'acqua prima di muovermi, poi
cominciai a contorcermi facendo sobbalzare il corpo sul divano mentre piegavo
le gambe, finalmente riuscii ad avvicinarmi al termosifone allentando così
le corde e poi, pian piano, arrivai a liberarmi. I polsi mi dolevano forte,
corsi a vedere Paola e la vidi. Avrei voluto non averlo fatto. La sua testa
era sotto il suo braccio sinistro, il naso appoggiato al costato era coperto
dal seno, che un poco scendeva di lato, l'unico occhio che si vedeva era
dilatato, ma non in una smorfia di orrore, semmai di meraviglia. Sotto
al collo mozzato, il plaid intriso di sangue, ruvido e lucente, faceva
pensare alla corrida, in quel momento l'odore dolce del sangue si fece
strada fino al cervello e svenni.
Mi svegliai di nuovo legato, questa volta sul letto, a braccia
e gambe divaricate. Da quel che potevo vedere il corpo di Paola era stato
spostato e nel bagno Laura, intonata, cantava una canzone di Venditti.
Il carcere, dodici o tredici anni non sono uno scherzo, doveva averla fatta
impazzire. Cosa mi aspettava? L'agosto aveva svuotato la città,
ed il palazzo di avvocati e dentisti era deserto, nessuno avrebbe sentito
le mie invocazioni d'aiuto.
Infine il rumore dell'acqua mi stimolò la vescica e fui
costretto a chiamarla. Lei arrivò, nuda, con la naturalezza che
ricordavo intatta. I capelli ancora umidi raccolti alti sul capo, l'andatura
a un tempo principesca e popolana.
-Devo andare in bagno- le dissi, nel più indifferente
dei modi, appena mi fu vicina.
Lei si sedette al mio fianco e lentamente, come trasognata, percorse
con le dita i tratti del mio viso, poi si scosse, andò in bagno
e ne tornò, poco dopo, con un catino che mi sistemò tra le
gambe all'altezza dei piedi. Dalla borsa estrasse un taglierino da ufficio
e cominciò a tagliarmi i pantaloni di tela facendo una specie di
finestra intorno al pube, la femorale era così vicina... fece lo
stesso agli slip ed estrasse il mio coso, che veramente in quella situazione
era più che giusto chiamare pipino, come faceva lei parlandoci insieme,
come fanno tanti padroni di cani con i loro protetti.
Cominciò cosi il suo tiro a segno cercando di mirare il
catino, ma dopo un attimo le sembrò troppo facile e schiacciandolo
tra le dita interruppe il mio sfogo, prese allora di mira le mie calze,
sullo schienale della sedia ai piedi del letto, in pochi tentativi ebbe
ragione del bersaglio che, zuppo, scivolò a terra. Il successo la
entusiasmò ma io avevo finito le munizioni; mi si sedette allora
sulla pancia, cercando di spremerne fuori uno zampillo mentre con
le mani indirizzava il pipino.
Così facendo però, nonostante io non collaborassi
per niente, finì che il pipino, inorgoglito forse dal successo balistico,
cercò di manifestare la sua indipendenza erigendosi in tutta la
sua statura, sembrava deciso a scoppiare. Ciò non passò inosservato
e Laura iniziò ad usare diversamente il cannone. Non mi restava
altra scelta che cercare di tenerla impegnata il più a lungo possibile,
nella speranza di riuscire ad impadronirmi del taglierino e liberarmi,
prima che si scatenasse di nuovo un raptus di furia omicida. La cosa
non era impossibile, mi è sempre stato difficile avere orgasmi in
quella posizione, inoltre la lunga astinenza di lei, moltiplicando il suo
desiderio, costituiva per me un afrodisiaco inconsueto. Le venne finalmente
fame per fortuna, così facemmo una pausa, poi lei ebbe l'idea di
spalmarmelo di gelato e lui fu giustificato a prendersi una vacanza; era
ridicolo vederla così desolata che lo chiamava con mille moine,
temendo che si stufasse mi impegnai anch'io, ma ci mettemmo comunque un
poco a risuscitarlo. Alla fine fu commovente vedere l'orgoglio con cui
salì in sella, trionfante era il termine giusto per definirla ora,
mentre con calma prendeva il suo piacere, senza più la foga
che prima l'aveva consumata. Un'ombra passò davanti alla finestra
mentre una sveglia cominciava a trillare, io la vidi, non così Laura
che le dava le spalle; il suono del vetro infranto, lo sparo e la contrazione
che mi strinse il membro furono un tutt'uno, dopo un'eternità cominciò
a sgorgarle il sangue dal petto e l'uomo in nero entrò attraverso
il vetro mentre qualcuno abbatteva la porta. La sveglia infine riuscì
nel suo compito ed io aprii gli occhi. Non mi ero neppure io reso conto
di quanto fosse stato stressante il rapporto con Paola, fin quando non
era finito, erano mesi che ogni notte la facevo morire in un modo diverso.
. . .
Il tuo loto
Come la polpa sugosa del caco...
Che fa, mi resiste?
No, è la parte più soda,
ci mette un momento.
Poi, con un fiotto di liquido miele,
si schiude e mi mostra,
duro, il suo piccolo seme
che, forte, trattiene il piacere,
più forte, più a lungo,
più dolce, più piano.
E all'improvviso scompare,
lasciando un profumo scontroso,
l'odore pungente del mare,
del pepe, del sale.
. . .
fine
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