Peppone di Roccabruna
di Bernardo d'Aleppo
La mia vita ha ripreso il suo ritmo quieto, gli scossoni della
mia avventura con i servizi segreti sono già ricordi, smussati dalla
lontananza. Da tutta quella storia rischiosa e inconcludente ho guadagnato
però un paio di amici: Boitani, il polacco e Orlov, il bulgaro.
Ora Boitani si chiama davvero così, Brando Boitani recita
il suo nuovissimo passaporto americano, non più Krevalsky. Orlov
invece non ha di questi vezzi, ha mantenuto il cognome, quanto vero non
so, di quando lo conobbi e di nome fa Anton.
Brando ha avuto una lesione alla spina dorsale durante l'agguato
che ci tesero nelle cantine del mio palazzo; ora è su una sedia
a rotelle ed ha abbandonato il servizio attivo, anche se mi sembra di capire
che ogni tanto fornisca ancora delle consulenze. Lui ed Orlov si sono ritirati
a vivere in campagna, in mezzo ai boschi, in una vecchia casa ristrutturata
nella valle dell'Erro. La loro casa è grande, la conversazione buona
e la loro ospitalità cordiale, di conseguenza spesso la domenica
vado a trovarli, magari con un amico, per una mano a scopone davanti al
camino degustando un formaggio o un salume, con qualche bicchiere di vino
delle Langhe ad oliare l'intelletto. Ogni tanto poi ci si muove, in laico
pellegrinaggio, verso qualche santuario della gastronomia: un ristorante
a volte, o una trattoria, più spesso un agriturismo o meglio, ma
troppo raramente, un'anziana, depositaria di sapienza antica che, su raccomandazione
di qualche conoscente, ci prepara e ci spiega una pietanza desueta, un
dolce, una conserva... Si discute poi, spesso, della relazione tra quel
piatto ed altri e si finisce, inevitabilmente, con il parlar di storia,
di traffici, di lingue e di dialetti.
È, questo interesse per il cibo come cultura materiale
una cosa che ci accomuna tutti. Brando, forte di una sua esperienza come
sommelier nell'allora Germania Federale, si dedica a individuare il vino
che meglio si sposa ad ogni piatto, ponendo poi il meglio della sua dialettica
al servizio della sua scelta. Io sono prima curioso di assaggiare i piatti
più diversi, poi sono ansioso di elaborarli e, infine, mi piace
riproporli alla riflessione e alla critica di pochi amici attenti. Anton
si inserisce, in questa nostra dialettica eno-gastronomica, come un appassionato
della materia in un dibattito tra esperti: non perde una parola, un sorso,
un boccone e interviene con circospezione, attento a non offendere nessuno.
La conversazione ci porta, a volte, a trovare somiglianze tra i piatti
di regioni lontane, viaggiamo allora, idealmente, da un paese all'altro,
attraverso il continente e spesso, grazie alla conoscenza che loro hanno
delle lingue europee, ricostruiamo i percorsi di ipotetiche migrazioni
di cui non sempre troviamo traccia nei libri di storia. Allora, ogni tanto,
Orlov fantastica di una grande opera che dovremmo mettere in cantiere:
un trattato di antropologia culinaria e allora il suo sguardo, che si fa
sognante, mi mostra che anche lui aspira all'immortalità.
Sono, i miei amici, una coppia affettuosa, ma senza smancerie
e mi fanno sentire ottimista sulla possibilità di coniugare l'affetto
alla ragione. Si esercita tra loro l'affettuosa ironia, non il sarcasmo.
Perché nei miei rapporti di coppia sempre mi sono trovato
o con donne senza un'affidabile sostanza, senza un parere, un'opinione
propria oppure, convinte di saperne sul mio conto più di me, decise
a fare di me cosa diversa?
È con i brandelli di questi pensieri che cincischio oggi
in negozio guardando Brunilde che spolvera le vetrinette, con i collari,
e le palle, mentre io mi lambicco sulla dichiarazione dei redditi. Dal
suo castigatissimo, ampio grembiule si affacciano, quando in alto si tende,
popliti teneri e snelli ed emergono ginocchia tornite sopra i polpacci
eleganti che fluiscono in caviglie sottili; sotto, incongrui capitelli,
grandi scarpe da basket, imbottite, pesanti. Chissà le sue cosce?
tra quei lombi poderosi e le gambe ...
È forse troppo tempo che sono solo, sarà la crisi
del settimo anno: ormai at-tenuati i ricordi stressanti emergono, affastellati,
commozioni e rimpianti di rap-porti passati.
O non sarà piuttosto un climaterio precoce che mi espone
a turbe ormonali?
Furono proprio il suo aspetto e i suoi modi a farmi assumere
Brunilde, credevo mi ponessero al riparo da qualunque tentazione; la sua
energia, la sua efficienza e la sua brusca sincerità me l'hanno
poi fatta apprezzare. Il vecchio Nanni era an-dato in pensione da vari
mesi ed io cercavo, ormai senza troppa convinzione, qualcuno che potesse
rimpiazzarlo. Non era facile trovare un degno sostituto del pacato e fermo
ex-boscaiolo; ero quasi disperato quando si presentò lei, la as-sunsi
senza farmi molte illusioni e invece Brunilde ha la capacità di
leggere la tensione e il timore in un cane prima che si rapprendano in
paura e ribellione. Non solo con gli alani e i mastini vale quanto il Nanni,
ma anche con i piccoli terrier isterici, da salotto, riesce a trovare una
comunicazione, cosa che anche a me non sempre riesce facilmente. Proprio
per queste sue capacità qualche mese fa, dovendo rinnovare il negozio,
l'ho ristrutturato in modo da avere due camerini da bagno, così
da poter trattare due cani alla volta, nei casi tranquilli.
-Din-Don.- Si apre, accompagnata da una sottile mano di
vecchia, la porta del negozio ed entra una coppia in grigio: lei è
minuta, esile, un po' curva, i bianchi capelli dai riflessi azzurrini acconciati
in riccioli ordinati, lui è un gigante dalla camminata indolente,
che gira all'intorno uno sguardo quasi torpido di pacata sufficienza, solo
quando lei gli appoggia un momento la mano sulle spalle si ve-dono i muscoli
irrigidirsi sotto il raso grigio del manto, facendolo statua di basal-to,
attenta, orgogliosa.
Lei è Rinalda Ceriani: ottantadue anni di spirito polemico
concentrati in quaran-tacinque chili di peso.
Lui è Peppone: figlio di Ciro e Tania di Roccabruna, mastino
napoletano fuori taglia, dagli occhi gazzuoli .
Chi mai immaginerebbe, vedendola, che questa vecchina in trenta
anni di ve-dovanza possa avere impeccabilmente educato cinque mastini napoletani,
prati-camente per tenere al largo figli, nuore e nipoti?
-... bagno, trattamento antizecche e unghie. Va bene Signora
Ceriani stia tran-quilla: Peppone glielo porto a casa io non la Brunilde,
verso le sette e mezza, ap-pena chiudiamo, via del Turchino 61. Vero?
-Fa' de prescia Bruno, me racumandi, perché ai vot ur
aspeti gent. - poi rivolta a Brunilde aggiunge - Te set minga ufesa Brunilde,
vera? L'è no che mi me fidi minga de ti, l'è che se ghe ciapa
'l cinq, ghe vör un om, e pö e pö.
* * *
Neppure durante il bagno e le successive spugnature di prodotto
antizecche, Peppone smentisce il suo personaggio indolente, l'unica concessione
che fa alle nostre manovre è chiudere gli occhi quando gli bagnamo
la testa e leccarsi la zampa dopo tagliate le unghie. Fossero tutti così!
Alle sei e mezza, in neppure mezz'ora, è tutto finito, lo lego con
il guinzaglio al termosifone e gli accendo l'elettroventola vicino per
asciugarlo per bene, non posso strofinarlo troppo altri-menti gli tolgo
la lozione antizecche. Brunilde sale sulla scala a finire di pulire gli
ultimi scaffali, mentre io asciugo il pavimento dello stanzino da bagno.
Sono alla finestra dello stanzino, incantato dal tramonto tropicale
che ci regala questo aprile, quando il tintinnio della porta fa da breve
preludio ad un bailamme di guaiti, urla, tonfi, scroscio d'acqua e clamore
di vetri infranti. Mi precipito di là e vengo investito da un getto
d'acqua furioso, Nilde è a terra, senza sensi, con una gamba piegata
malamente, sdraiata tra i pezzi della vetrinetta divelta, ma respira, di
Peppone non c'è traccia, o peggio, il vetro della porta è
sfondato in basso, mentre sopra dei pezzi sono sospesi al loro posto, evidentemente
è uscito di lì dopo aver divelto il termosifone. Telefono
per chiamare un'ambulanza e con le pinze piego tre volte il tubo di rame
e lo schiaccio finché l'acqua smette di uscire. Per fortuna il riscaldamento
era spento, se l'acqua fosse stata bollente...
La Nilde è rinvenuta. Cerco di tranquillizzarla ma vuole
alzarsi, mi sembra smarrita, è inzuppata e temo che possa avere
freddo. Dice che deve cambiarsi, sarà sotto shock...
L'ambulanza non arriva, lei insiste a cercare di alzarsi, preferisco
aiutarla per evitare che si possa tagliare facendo da sola, mi chino flettendo
le gambe, mi preparo allo sforzo, la schiena è diritta, stringo
le chiappe e sollevo... e ce l'ho tra le braccia sollevata da terra, leggera,
il mio viso sul suo collo, inaspettato. Stordito dal profumo di bimbo della
sua pelle respiro due volte senza parlare, poi la prendo saldamente tra
le braccia e la porto delicatamente a sedere sul bancone vicino alla cassa,
qui, ora, mi accorgo che anche lei, forte, mi stringe, ma è solo
un istante poi si allontana e si ricompone, o meglio ci prova. Io, ancora
stupito della sua leggerezza, la guardo stranito: le tette le assediano
il mento, la pancia ed i fian-chi le sono saliti a ciambella sopra la vita.
Lei si guarda ancora un momento e poi mi chiede di aiutarla a spogliarsi
prima che arrivi l'ambulanza. La sto aiutando a sfilare il grembiule quando,
riflesso nello specchio dietro il bancone, vedo affacciarsi alla porta
Moussa, il parrucchiere all'angolo, Nilde mi abbraccia e mi bacia appassionata,
vedo, nel viso scuro del senegalese, aprirsi un sorriso che sembra un quarto
di luna sul lago, si gira ed esce silenzioso. Brunilde mi allontana.
-Non ho tempo di spiegarti aiutami a stare in piedi mentre mi
sfilo...
Perdo la fine. Già in piedi, su una gamba sola, ha slacciato
la gonna che cade, poi si sfila il maglione e io l'aiuto a reggersi ritta
tenendole i fianchi, ma tocco un body pauroso, color carne, che sembra
contenere salsicce, trippe e tette di vacca, sono affascinato e schifato,
mi scuote da questa dialettica estetica la sirena di un'ambulanza che si
avvicina, lei comincia a sfilarsi anche il turpe budello e devo afferlarla
più salda per non farla cadere mentre si divincola. Sorpresa: è
dura e compatta... Che sia un travestito...
-Avanti dai aiutami: dammi la gonna... ora il grembiule.- La
sirena è davanti al negozio, apro la porta stordito, faccio cenno
ai barellieri e mi faccio da parte.
Mi sembra che la mia vita, stasera, sia diventata una di quelle
commedie televisive americane, a puntate, in cui gli attori sgranano gli
occhi ogni cinque minuti, a sottolineare le assurde situazioni in cui vengono
a trovare, ad essi risponde puntuale la regia: con un applauso, che però
io ancora non sento; spero in un'interruzione pubblicitaria, per prendere
fiato e capire, ma forse è solo un sogno e se mi metto a dormire,
cambio canale e posso sperare in un tranquillo documentario coi pinguini
o le rane
* * *
Nilde è partita in ambulanza ma senza sirena, da un primo
sommario esame sembra abbia solo una gamba rotta, io ho chiuso il negozio
e cammino veloce cercando Peppone. Vicino all'ingresso del parco un crocchio
di camionisti guarda ridendo una cabina del telefono davanti alla quale
è seduto un mastino. Mi avvicino in fretta e vedo all'interno il
vecchio Branciaroli, la coroncina di capelli bianchi scompigliati, con
in braccio Chanel; languida come suo solito la piccola maltese non degna
di uno sguardo il suo corteggiatore. In un istante mi tornano in mente
le storie dei disastri causati da Peppone quando sente una femmina in calore,
le raccontava l'ingegner Brolio, il barbone del quartiere, grande affabulatore
nei giorni in cui gli girava bene. Pensavo sempre, ascoltandolo, che in
quelle storie ci fosse più del suo che del denigrato mastino e mi
è toccato ricredermi. Come avrei riso volentieri al racconto di
quel pomeriggio accaduto ad un altro! Ho ancora due anni di cambiali da
pagare per la ristrutturazione, se l'assicurazione non paga...
Afferro il guinzaglio che ancora pende dal collare di Peppone
e provo a smuoverlo, impossibile senza strozzarlo. Intanto il Branciaroli
minaccia le vie legali, dice che ha chiamato la polizia, che mi fa togliere
la licenza. Come se fossi Marlowe!
-Noiatri lu tenimmo e isso sortisce- La frase alle mie spalle
mi pare illuminare di buon senso una situazione in cui mi sembra di svolgere
il ruolo del birillo.
* * *
Il vecchio cammina, nervoso, rasente il muro, guardandosi indietro,
verso il 61 di via del Turchino secondo le mie istruzioni, mentre tre camionisti
corpulenti trattengono il mastino che ansima rauco nello sforzo di raggiungere
la sua amata. Chanel, la testa affacciata dalla giacca del padrone, si
mostra indifferente a tanto cimento. Io corro avanti a citofonare alla
Ceriani di scendere a prendere la sua bestia.
Il Branciaroli si allontana minacciando cause e querele, Peppone
ha la schiuma alla bocca.
-Oh, non è nu cane è nu manzittu...
-Besogna bastonalli quanno so' piccoli, sennò 'nte danno
più retta. Come li frichi.
-Bruno, alura 's'è sucess? L'è un quart d'ura che
telefuni...- La piccola vecchia, un po' ansimante, lo scialle sulle spalle,
posa la mano su Peppone guardandoci e lui si siede. I tre camionisti, interdettti,
non sanno se lasciare il guinzaglio molle o se stare pronti a resistere,
glielo tolgo di mano io e lo consegno alla padrona promettendo spiegazioni
per l'indomani.
-L'aspeti alura, duman dopu mesdì Bruno. Buonasera Signori.-
I due se ne vanno per il vialetto d'accesso come sempre: l'uno indolente,
l'altra incerta.
Con un bicchiere e qualche spiegazione mi sdebito con i camionisti.
Sento il mio letto, nella mia cameretta disordinata, che mi chiama: suadente,
invitante, una geisha devota non potrebbe fare di meglio; ma la Brunilde
è in ospedale da sola... Sì ma: Brunilde = spiegazioni.
Il parco deserto e silenzioso mi attira. Mi sdraio un momento su una
panchina in questa quasi tiepida serata di föhn, peccato non si vedano
le stelle, ma un usignolo canta, non visto, la gloria degli altissimi lampioni.
Devo essermi appisolato, i fari di una macchina della polizia
mi abbagliano, sento le portiere sbattere, e mi metto a sedere.
-Stai fermo, documenti!
-Sono in tasca ora li prendo. Ecco.
-... Ma abita qui vicino, perché non se ne va a casa a
dormire che qui non è igienico?
-Ha ragione agente ma mi sono addormentato senza accorgermene,
ho guardato un attimo le stelle... Posso andare?
-Vada, vada. Andiamo.
Mi allontano mentre alle mie spalle vola la ghiaia della loro
secca ripresa. Sono le dieci, la notte è appena cominciata ma questo
breve stacco mi ha ristorato: andrò a cercare la Brunilde.
* * *
Il pronto soccorso dell'ospedale ortopedico è in un momento
tranquillo: una ragazzetta in barella si tiene un braccio con due gomiti
e mi guarda, gemendo piano, senza vedermi, una vecchia trascinata dalla
figlia, mostra con noncuranza al medico di guardia un anulare modello crainerwurst.
La Nilde mi dicono in accettazione che è in sala gessi. Esce dopo
poco con uno stivaletto giallo, su una seggiola a rotelle e mi saluta scura
in viso.
-Trentacinque giorni Bruno! Ma io gli taglio le palle e me le
faccio al prezzemolo.
-Nilde mi dispiace, è colpa mia. Non mi sono ricordato
che ristrutturando il negozio hanno messo i tubi dei termosifoni di rame,
così per Peppone è stato un gioco. Domani mattina devo fare
la denuncia all'assicurazione, ti sei fatta dare la prognosi? Come farai
in casa da sola? Intanto stanotte posso fermarmi da te se vuoi.
-Sì. Non c'è problema. No non c'è bisogno
grazie.
-...?
-Ti si è ghiacciato il cervello? Tre domande, tre risposte!
Piuttosto fammi un favore: accompagnami a casa, ma prima passiamo dal negozio
a prendere il mio body.
-Ecco proprio di questo...
-Andiamo a casa forza, per strada prendiamo un paio di pizze
e con una birra in mano e lo stomaco pieno parleremo meglio, io per lo
meno, ché tu dal tempo che c'hai messo, mi sa che già ti
sei empito il pancino.
* * *
La gamba appoggiata ad un puf ha un'aria meno ridicola alla calda
luce della lampada a petrolio che ne smorza il giallo fluorescente. Anche
lo squallido arredamento del soggiorno ci guadagna con questa luce palpitante
che si diffonde, dal tavolinetto verso l'alto, senza riuscire a scoprire
tutti gli angoli nascosti, arrotondando le ombre che, seduti, ci assediano.
-È inutile che ti guardi in giro per capire qualcosa,
non c'è niente di veramente mio in questa casa salvo le mutandine
appese in bagno e la lampada.
Com'è minuta nella tuta da ginnastica rossa, affondata
nell'angolo del divano giallo e trabocchevole. Le carezzerei la nuca come
ad un bimbo, ma l'enorme pizza con doppie melanzane trifolate mi ha messo
nella disposizione d'animo di una pera cotta, appiombato nella poltrona
sono molle e ben disposto, ma queste "mutandine" citate così mi
allarmano un poco; se Brunilde si aspetta spirito o iniziative per "un
giro in giostra" dovrà metterci del suo, molto del suo.
-Scusami Bruno, t'ho detto un sacco di palle; ma ho dovuto! È
meglio che cominci dall'inizio, abbi pazienza.
Le premesse sono delle peggiori, mi si chiudono gli occhi, aggrotto
le sopracciglia nel tentativo di sollevare le palpebre e di sembrare più
attento.
-Io, mio fratello e un amico, in società, s'era attrezzato
un camion per fare pesce e patatine fritte, anelli di totani, crocchette:
sai quelle cose surgelate che in poco son cotte. Si batteva le spiagge
del Grossetano in estate e i più grossi mercati paesani d'inverno.
D'estate ci si faceva 'l culo tutti i giorni, il resto dell'anno si lavorava
que' due, tre giorni la settimana; era già tre anni che s'andava
avanti così e non ci si poteva lamentare. Oh, non c'era da farsi
ricchi, ma un par di mesi di belle vacanze all'anno, prima e dopo la stagione
estiva, li si faceva sempre. Il resto dell'anno, t'ho detto: si lavorava
quei dieci giorni al mese, il tempo libero era tanto e a Ben... scusa:
al paese, non c'è molto da fare per dei giovani... la sua ragazza
poi ... Oh, beh la faccio breve: per un motivo o per l'altro mio fratello
è entrato in un giro di gioco d'azzardo, lui non lo sapeva ma il
giro era controllato dalla mafia, per fare circolare in fretta il danaro
sporco e così ripulirlo. Io non sapevo niente, o meglio sì,
sapevo che giocava, ma pensavo che fosse il solito giro di amici: quelle
venti-, trentamila lire che potevano andare o venire. E invece, questo
l'ho saputo dopo, dal giudice, s'era messo nelle peste per un sacco di
soldi, così era nelle loro mani e doveva smerciare per loro soldi
sporchi, tramite la nostra attività e, te la faccio breve, la polizia
è arrivata in qualche modo fino a lui. Doveva comparire davanti
al giudice, ma 'l giorno prima, sul lavoro, mentre lui e Otello stavano
chiudendo, li hanno uccisi entrambi. Di solito anch'io facevo la mia parte
con loro, ma quel giorno non stavo bene ed ero andata a sdraiarmi un poco
in pineta. Mi stavo alzando per raggiungerli quando sono arrivate due macchine,
sullo spiazzo ormai deserto; da una son scesi in due e hanno fatto fuoco
incrociato con delle mitragliette, mentre l'altra auto s'è fermata
a pochi metri da me, coi finestrini aperti. Non so come non mi abbiano
vista, probabilmente non essendoci altre macchine si sono sentiti sicuri
e non si sono guardati in giro; io ero in ginocchio a terra che stavo raccogliendo
le mie cose, a pochi passi: nella prima ombra della pineta. In una manciata
di secondi è finito tutto e sono rimasta sola.
Si interrompe un momento, ha parlato di getto quasi senza prendere
fiato, mi guarda, dura, poi sbuffa e si china a riempirsi il bicchiere.
Non so cosa dire e cerco di fare uno sguardo di intensa partecipazione.
-La polizia, gli interrogatori, le foto, i giudici, te li risparmio.
Sta di fatto che uno di quelli nella macchina che mi era vicina, era un
insospettabile avvocato, che poi sembra sia uno dei capi dell'organizzazione.
Io divento un testimone chiave e la mafia vuole la mia pelle; dopo un sacco
di menate mi danno finalmente documenti nuovi e una pensioncina: con l'ordine
di starmene il più possibile chiusa in casa. Perché non possono
proteggermi 24 ore su 24 e, secondo il giudice, avere una scorta ogni tanto
è peggio che non averla, perché attira l'attenzione, ed è
proprio quello che io devo evitare.
-Aspetta vado avanti io: hai visto Robin Williams che faceva
la governante in quel film e hai pensato di travestirti da 40enne corpacciuta.
-A suo tempo ho frequentato un paio d'anni il DAMS e studiare
la parte e prepararmi mi è servito per lenire un po' il dolore per
la morte di mio fratello, sai eravamo soli: i nostri genitori morirono
in un incidente d'auto che s'aveva io tredici e lui sedici anni. Ci tennero
i nonni materni, che però erano vecchi e mio fratello è stato...
è stato tutto...
Avevo palleggiato tra me e me qualche ipotesi, in macchina, ma
a questo non ero preparato, forse dovrei leggere ogni tanto la cronaca
nera. Il mio sguardo non deve essere carico di comprensione e partecipazione
come era nelle mie intenzioni se lei sbotta: - Non mi guardare così
non sono un coleottero strano e tu non mi hai scoperto.
-Scusami ma ti ho avuta vicino più di un anno e non ho
mai sospettato niente, e ora è tutto successo così in fretta...
ero soprappensiero, ti confrontavo con l'immagine che avevo di te.
-Mi spiace di averti dovuto mentire, sei stato l'unica persona
con cui ho potuto un po' parlare in un anno e mezzo oltre al giudice. Com'ero
felice quando tornasti dopo il tuo rapimento l'anno scorso! Tu mi confidasti
le tue paure in quell'avventura e io mi sentivo una merda a continuare
la mia finzione, ma è stato così difficile avere questa copertura,
avevo una tale paura di bruciarla che diventai ancora più brusca
con te, te ne sarai accorto. In realtà avevo una gran voglia di
potermi confidare con qualcuno e mi faceva quasi rabbia la facilità
con cui tu invece mi parlavi di spie e agenti segreti, di rischi di disastri
su scala planetaria... ed io non potevo condividere il mio dolore con nessuno.-
E butta all'indietro la testa scolando la piccola birra scipita e nel farlo
l'altra mano, che si era chiusa a pugno durante il racconto, si abbandona
sul bracciolo e si apre come un nido. Vorrei deporre un bacio nel suo palmo.
-Sai mi sento stupido a dirlo adesso ma spesso mi perdevo a guardarti
quando tu non mi vedevi... La tua ruvidezza mi intimidiva. Sembravi così
compiuta in te. Poi oggi quando ti ho aiutato ad alzarti...
-Vieni a sederti qui, vuoi? E mi fa cenno con la mano all'estremo
del divano; poi, come mi son seduto, si sdraia: la testa sulle mie cosce
magre, un cuscino abbracciato sul petto, un lieve sorriso.
-È troppo tempo che ho voglia di appoggiare la testa
sulle tue ginocchia e di ascoltarti parlare, lento e sottovoce, senza dover
cercare di difendermi dalla debolezza che mi prende con una battuta salace.
Ma si rialza e si fa seria.
-Forse è solo solitudine, non ci far conto.- Borbotta
quasi brusca.
-No guarda non mi sento di farti delle coccole stasera, è
già troppo da grandi, se vuoi dormiamo vicini, come bimbi, senza
sesso né intenti; qui sul divano.
Così, con un sospiro che quasi mi sembra di sollievo,
lei si accuccia nella piega del divano e mi fa posto.
* * *
Mi sveglio lucido e attivo, come sempre quando dormo scomodo,
infreddolito dall'aurora. Mille cose da fare in negozio.
Mi alzo lasciando Brunilde (?) pur dura di sonno, con un'ombra
di soddisfazione preoccupata che sale dagli angoli della bocca agli occhi
e poi si rapprende, scivolando in mezzo alla fronte, all'attaccatura del
naso, percorrendo gli stessi sentieri che il tempo si occuperà di
scavare.
In un lampo la vedo già vecchia, ai giardini, guardare
i giochi dei cani e dei bimbi e prendermi la mano, serena.
Vorrei che fosse domani.
Vorrei scappare lontano e non saperne mai niente
Vorrei essere morto da ieri.
Esco nell'aria resa acre dai riscaldamenti appena avviati: sereno
e calma di vento, compiango i miei bronchi.
Rientro dopo pochi minuti con brioches e giornale. Lei piano
si stira e poi mugola, un poco; ma si copre la faccia e continua a dormire.
Vorrei baciarla dietro le orecchie o andarmene dietro la Luna, a cercare
il mio senno perduto o a diventarne una pietra. Come dice una vecchia canzone
anarchica: "vorrei baciarla e poi morir mentr'ella dorme, a l'insaputa".
Mi sento inibito, bloccato nell'espressione affettiva. Sarà ancora
il ricordo di Giovanna forse, o forse è la disabitudine. Quando
finì quella storia ricordo che aspiravo solo ad essere "fuori mercato",
aspiravo alla pace dei sensi. Ma è forse la voglia di tenerezza,
o forse qualcosa di ancora più animalescamente infantile: la voglia
di tana, che alla lunga vince su tutto.
Cerco la moka e il caffè nel cucinino, attento a non fare
rumore, ma non li trovo. Neppure c'è il nescafè. Neppure
l'orzo, né il latte! Gli armadietti sono pieni di spezie dagli odori
pungenti, finalmente identifico in un barattolo il mate e metto l'acqua
sul fuoco. Sento scrosciare una doccia, esco dal piccolo vano, Brunilde
non c'è, ma la sento imprecare e armeggiare nel bagno: cercherà
di non bagnare lo stivaletto. Prendo il giornale e resto sull'uscio della
cucina a controllare la pentola mentre scorro i titoli. Piccoli rumori
metallici e un breve raschiare mi fanno guardare la porta, la maniglia
gira lentamente. Non ho dato mandate solo lo scrocco automatico! Afferro
la pentola con l'acqua bollente e la getto in faccia all'uomo che è
quasi entrato, pistola in pugno. Due spari arrochiti dal silenziatore si
fondono con i colpi sonori dei proiettili sulla pentola di acciaio. Sbatto
la porta in faccia al killer che è arretrato imprecando, una mano
sugli occhi. Metto la sbarra e mi sposto.
La doccia tace e Brunilde dal bagno mi chiede se mi è
caduto qualcosa.
Intanto sul pianerottolo due voci altercano brevemente; mi sembrava
strano che fosse solo! Qualche colpo solleva fruncoli di schegge dalla
porta, ma il silenziatore toglie potenza e nessuno riesce a passare i vecchi
battenti di massello. Una spallata o un calcio, credo e poi con qualche
imprecazione si allontanano correndo.
Brunilde si affaccia, avvolta in un telo da spiaggia, alla porta
del bagno con aria preoccupata e con gli occhi mi interroga. Vorrei dirle
qualcosa ma non mi esce la voce, ho un crollo di pressione e mi gira la
testa, mi siedo e la vedo sconvolta. Mi sento bagnato, possibile che mi
sia pisciato addosso? Brunilde mi scuote.
-Cos'è successo?
-Un uomo ha aperto e sparato
Sui pantaloni si allarga una macchia intorno ad un piccolo foro,
un poco sotto la vita. Una crisi isterica sta cercando di farsi strada
nella mente di Nilde, lo capisco da come mi guarda la pancia.
-Muovi quel culo e portami in ospedale che oggi tocca a me. E
dammi una birra.
Un brivido o una scossa la percorrono un momento, la lingua sta
per battermi una risposta al curaro, poi si infila il cappotto e le scarpe
e mi aiuta a scendere in strada.
Usciamo senza curarci dei killer di poco prima; ci pensiamo dopo,
quando siamo ormai in macchina, ma evidentemente se ne sono già
andati. In pochi minuti, strombazzando sulla corsia dei taxi siamo al pronto
soccorso del Policlinico. Mi sento debole e lo sforzo di uscire dall'auto
mi oscura un momento la vista; un pensiero mi tormenta: chissà se
riesco ad evitare le trasfusioni.
Mi mettono sul lettino e mi portano via, Nilde mi zoppica accanto.
-Digli che sono un testimone di Geova, non voglio trasfusioni
: tenda a ossigeno e fisiologica...
* * *
Mi sveglio sudato di freddo, ho sognato che mi hanno ibernato.
Mi prude il naso ma non riesco a sollevare il braccio, giro un poco la
testa e vedo la flebo, i polsi sono legati alle sponde, l'ossigeno gorgoglia
sulla mia testa, vorrei chiamare qualcuno ma non emetto che un uggiolio,
cerco di alzarmi a sedere, ma l'urlo silenzioso degli addominali trafitti
mi oscura il cervello.
* * *
L'ospedale si sveglia, ma la cosa non mi turba, già stavo
rileggendo per l'ennesima volta la lettera di Nilde. Il proiettile non
era entrato che pochi centimetri, mi aveva colpito di rimbalzo dopo la
pentola ed era così deformato che non hanno capito che calibro fosse,
dovranno analizzarlo.
Una settimana è passata senza troppo pesare, ma ora che
mi sento meglio ogni giorno conta per cinque, avrebbero potuto dimettermi
ieri, ma visto che vivo solo preferiscono tenermi una settimana in più.
Così la Nilde se n'è andata... ha mille ragioni:
se la mafia l'aveva scovata... Intanto io sono daccapo: vorrei e non vorrei,
ma il saperla lontana, da sola, in pericolo, mi dà una sensazione
di freddo e di fame, di vuoto alla pancia...
Cosa mi aveva detto quella sera invitandomi a sederle accanto?
"È troppo tempo che ho voglia di ascoltarti parlare, la testa sulle
tue ginocchia, senza dover pensare una risposta...? acuta? no; procace?
no macché procace. Ecco: salace.
Bussano alla porta. Inaudito. Qui non ti chiedono il permesso
neppure per farti un'esplorazione rettale...
-Avanti.- Saranno i parenti del mio compagno di stanza che è
sceso a fare la TAC. E invece è Orlov che mi è venuto a trovare.
-Allora Bruno come va? Quanto ti ci vuole a prepararti? Ieri
sera Brando mi ha detto che ti aveva sentito e che non ti vogliono dimettere
perché sei solo, ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso che
anche convalescente sei la migliore compagnia per godere di questo maggio
incipiente. Che ne dici?
-Alleluia!
* * *
Le piante di luppolo , che in febbraio abbiamo messo a dimora,
stanno crescendo irruente: germogli, spessi come matite, disegnano volute
intricate sui graticci che abbiamo impiantato. Brando, muovendosi lungo
il sentiero con la nuova carrozzella da cross, ha raccolto quasi otto etti
di questi germogli giganti ed ora li governa. È quasi incredibile
l'entusiasmo che gli brilla negli occhi; dove sono finiti: l'intellettuale
raffinato, la spia disincantata, l'ironico poeta? Ma presto coglie il mio
sguardo e si contiene.
-Una cosa ,Bruno, mi chiedevo ed è se tu ti sia abituato
a indagare nello sguardo degli altri, nei modi, nelle posture, frequentando
i cani o se proprio questa capacità di capire al di là delle
parole già tu l'avessi e per questo ti sia trovato tanto bene con
essi da farne un mestiere.
-Penso che in parte sia una cosa innata, ma è proprio
questo che tanto ci accomuna noi tre, anche tu e Anton avete la stessa
sensibilità, per questo tante volte si sta insieme senza bisogno
di parlare; anzi io potrei farti la medesima domanda: voi l'avete, questa
cosa, sviluppata specialmente nel lavoro o proprio perché già
l'avevate siete sopravvissuti? Non capire quando un cane sta per mordere
prima che lo faccia è di solito una cosa che permette una seconda
esperienza, se si tratta di un uomo armato invece può non essere
così.
-Chi può dirlo caro Bruno, un altro giro sulla giostra
della vita ci vorrebbe. Sai, da bimbo andavo d'estate dai nonni, al sud,
nella zona di Bielsko-Biala ed i filari di luppolo sono stati testimoni
di gran parte della mia infanzia, che si svolgeva tutta in quei due mesi
di vita sconfinata, vorticosa, il resto dell'anno vivendo come in magazzino,
aspettando. E non ho mai saputo che si potessero mangiare!
-D'estate sono troppo duri, ma senz'altro in primavera... Per
lo meno, in tutto il nord-Italia so per certo che si consumano e mi sembrerebbe
strano che proprio voi che li coltivate... Bene ora li scottiamo qualche
minuto in acqua bollente e poi li passiamo in padella con uno spicchio
d'aglio, tra un attimo: in tavola! Sarà meglio chiamare Anton.
In quel momento proprio lui compare con una borsa di paglia piena
di cime di luppolo, le appoggia con cura sulla tavola della cucina e come
borbottando tra sé: -Ci controllano, ne ho individuati tre ma con
ogni probabilità sono quattro, nascosti nel bosco con i binocoli.-
Si avvicina al telefono, lo porta all'orecchio e guardandoci scuote la
testa.
-È isolato, ho già provato il cellulare e dà
solo scariche; te lo avevo detto di prendere un satellitare, con questo
basta un disturbatore multi-frequenze.
-Ma pensi che cerchino noi o Bruno?
-Me?
-Pensavi di potere lessare Turi Mazzone e di passarla liscia
Bruno?
-Proprio liscia non direi... -Rispondo carezzandomi la cicatrice;
mentre una sensazione di disagio mi percorre tutto, interviene Orlov.
-Brando sono perplesso: l'organizzazione è tipica dei
servizi, ma le facce e i vestiti sembrano italiani. Il risultato è:
servizi italiani; ma non vedo il nesso né con noi né con
Bruno.
-Se stanno ancora raccogliendo informazioni dovremmo avere almeno
un'ora, quindi mangiamoci queste uova finché sono calde, Bruno che
ne dici? Intanto Anton attiva l'allarme anti-uomo a perimetro massimo ed
il generatore. D'accordo?
-Ciok güsel.- Mormora Orlov uscendo.
-Sarà meglio apparecchiare qui in cucina così avremo
a portata di mano l'allarme e potremo vedere il video delle telecamere
esterne.- Suggerisce Brando con la consueta nonchalance e comincia a distribuire
piatti e posate sul grande tavolo in muratura che campeggia in mezzo alla
spaziosa cucina.
Le uova, deposte su un sottile letto di raspadüra , nei
nidi di luppolo che ho predisposto in padella a fuoco vivo, con un filo
d'olio in cui appena s'indora uno spicchio d'aglio, ora riposano, coperte,
a fuoco spento. Il sale si scioglie nelle goccioline di vapore che su di
esse si condensano, ma a testimoniare che non mi sento per nulla tranquillo,
due tuorli su sei mostrano i segni di una parziale disfatta.
-Chi sarebbe quel Turi Mazzoleni che dicevi, Brando?
-Turi Mazzone, M-a-z-z-o-n-e. È quello che ti ha sparato,
Bruno; è un killer della mafia e tu gli hai fatto perdere un buon
contratto, ma soprattutto la faccia, e questa è una cosa che difficilmente
manderà giù. Non voglio spaventarti ma è anche per
questo che ti abbiamo invitato qui, visto che in ospedale non eri neanche
piantonato.
Seduti, aspettiamo Orlov. Ciok güsel, ciok güsel...
cosa voleva dire? Ah sì: çok güzel, molto bene, molto
buono, in turco. -Brando ma dimmi un po' Anton è di origini turche?
- È una strana storia la sua: il padre era turco, la madre
greca, minacciati da tutte e due le comunità, approfittarono degli
sconvolgimenti seguiti alla seconda guerra mondiale per farsi una nuova
identità, stabilendosi in Bulgaria. Lì, nella Strangia, al
confine con la Turchia europea, il padre continuò tutta la vita
a fare il bracconiere a cavallo dei confini. La madre, nel timore di tradirsi,
appena erano giunti nel paese, la prima volta che il marito si allontanò
per la caccia, si tagliò un gran pezzo di lingua e da allora non
parlò più. Il padre di Anton allora si mise con impegno a
studiare il greco e con la moglie sempre parlò nella, di lei, lingua
natale; così fece anche con il figlio, che nacque dopo un poco,
sperando, in questo modo, di alleviare la solitudine della sua compagna;
solo in qualche occasione di particolare emozione gli sfuggiva di parlare
turco. Così ora anche ad Anton, quando è teso, a volte sfugge
qualche parola turca. Ti ho raccontato tutto questo perché per me
è un esempio meraviglioso di un amore senza tempo, ma per favore
non farne cenno con... Oh eccoti! È tutto in ordine? I nostri sorveglianti
sono ai loro posti?
-Sì, ma la faccenda mi puzza. La disciplina nel mantenere
il posto, camicia e cravatta per nascondersi nel bosco, lo stesso modello
di binocolo per tutti, per lo meno da quello che sono riuscito a vedere.
Tutto fa pensare ai servizi, ma le facce e soprattutto le cravatte sono
italiane. Cosa possono entrarci i servizi italiani in tutto questo? Al
limite la polizia potrebbe fare una sorveglianza a Bruno usandolo come
esca nella speranza di prendere Mazzone, ma questi sono servizi, non ci
piove.
-Beh, intanto, fino a che non avremo nuovi elementi, ci conviene
cercare di capire se questo Grignolino scelto da Bruno ben si accoppia
alle uova...
-In nidi di luppolo, Brando. Anche se veramente questo nome lo
avevo coniato per un piatto diverso, più delicato, un piatto da
servire freddo, come antipasto; i medesimi germogli di luppolo lessati
e disposti a nido, con un mezzo cucchiaio di maionese nel centro e tre
piccole uova di quaglia, sode naturalmente.
Il bulgaro ed il polacco mangiano in silenzio i primi bocconi,
solo io continuo a guardare il video su cui scorrono le immagini delle
telecamere esterne. Anton annuisce pensieroso nella mia direzione, mentre
sorseggia il vino. Brando mantiene un'espressione dubbiosa; sono convinto
che reciti, ma voglio dargli soddisfazione, così, per distrarmi.
-Beh, cosa ne pensate?
Orlov si pulisce la bocca e sembra che debba concentrarsi un
momento prima di rispodermi: -Sai Bruno credo di aver mangiato una cosa
simile quando lavoravo a Trieste, li chiamavano ruscattoli o qualcosa del
genere... Eccellenti, veramente eccellenti.
Ma non lo ascolto più sul video succede qualcosa. -Guarda
c'è del movimento... no, adesso ha cambiato inquadratura, aspetta...
-È vero, c'è movimento, deve essere arrivato qualcuno.
-Conviene sottovoce Anton.
-Dai un'occhiata agli strumenti, vuoi?.- Interviene Brando, e
mentre Orlov si siede alla consolle dei sistemi di controllo, rivolto a
me:- Veramente gustosi, e delicati al medesimo tempo, ma sull'accostamento
con il vino ho qualche riserva, forse un bianco sarebbe stato meno invadente...
Ho il sospetto che stia cercando di distrarmi dal video, ma questo
è troppo: - L'accoppiata con il vino? Ma come, per una volta che
scelgo un rosso... Anch'io generalmente ho una propensione per i bianchi,
con le uova in particolare, ma l'aglio ed il grana non mi sembravano adatti
ai Traminer aromatici o ai Bianchi del Reno e della Mosella che affollano
la vostra cantina; ecco: un Corvo o un Locorotondo... Ovviamente con la
ricetta originale anche il vino era diverso di solito ci accoppiavo del
Gavi, ma mille altri sarebbero andati bene ugualmente...
-Se ne sono andati tutti.- Interviene mormorando Anton, preoccupato.
-Bene allora propongo di assaggiare l'accostamento dei luppoli
al Roero Arneis che ci ha mandato il Club la settimana scorsa. Ti spiace
andare in...
-Ma perdio non ti reggo più! Ti ho detto che se ne sono
andati!- Poi Orlov si volta verso di me e, contenendosi ma sempre teso.
-Ci sono due possibilità: primo, i servizi erano interessati alla
tua ricetta, ora la conoscono e sono soddisfatti, secondo, hanno raccolto
le informazioni logistiche necessarie per il gruppo che farà il
lavoro sporco e che arriverà a breve... Stappiamo una bottiglia
di moscato per festeggiare?
-Forse hai ragione e forse no, ma per rispetto al nostro ospite
dobbiamo pensare al peggio. Andiamo in cantina e facciamo uscire il furgone
vediamo se si scoprono.
L'ascensore che ci porta in cantina è un gioiello in ferro
battuto e ottone, smontato da una vecchia casa di Praga prima della demolizione:
tra il liberty e il deco.
Orlov si accosta alla porta della cella frigorifera ma invece
di aprirla la solleva e tutta la cella sale di un metro e mezzo. Sotto
si vede uno scivolo che percorriamo piegati e ci troviamo in una piccola
stanza con due letti a castello su un lato, le altre pareti sono coperte
da una specie di serrandine metalliche. Brando, manovrando con perizia
la sua carrozzina si accosta ad una di esse e la apre; dentro, tre schermi
più grandi sono disposti a semicerchio, sopra quello centrale ce
n'è un altro più piccolo, sotto, una specie di cruscotto,
come nelle sale giochi e, mentre Orlov torna indietro, dopo avere spento
le luci e richiuso l'ingresso nascosto:- A te l'onore di guidare la nostra
fuga virtuale!- Annuncia sorridendo il polacco manovrando diversi pulsanti.
Orlov coglie il mio sguardo perplesso: -No non è ancora
impazzito del tutto. Ha attivato un furgone radioguidato con un manichino
alla guida, lo faremo uscire per far credere che stiamo scappando, se ho
ragione usciranno allo scoperto.- Così dicendo estrae uno sgabello
da sotto il pannello di controllo e si siede.
Io guardo gli schermi un po' scettico, mi aspetto che da un momento
all'altro mi dicano: "Cipperimerlo, ci sei caduto pistola!" ma su di essi
compare l'aia assolata, poi la stradina, il cancello che lentamente si
apre. Non è di sicuro uno scherzo. Ancora qualche centinaio di metri
di strada sterrata poi la provinciale ci attende. Anton si ferma un momento
e controlla tutti gli schermi prima di affacciarsi fuori del bosco per
l'immissione sulla strada asfaltata, poi con un'accelerata violenta esce
ed ha già le ruote anteriori sulla strada quando un sobbalzo muove
il mondo e lo fa rovesciare.
-È stato un lanciarazzi, da destra.- annuncia Brando,
poi, concitato: -Presto fai saltare il furgone!- e appena l'altro ha eseguito
-Non dire niente, avevi ragione...- termina mormorando. Posa una mano sul
ginocchio di Orlov, lo stringe un momento, poi lascia la mano aperta nel
gesto del chiedere e subito l'altro la prende tra le sue, la porta alla
bocca e la bacia un momento.
Gli schermi friggono, la trasmissione è finita; il momento
di intimità anche.
-Abbiamo pochi minuti- annuncia Boitani -quando si potranno avvicinare
ai resti del furgone si accorgeranno che non c'eravamo e attaccheranno
la casa, ci conviene lasciare tutto aperto per far credere che siamo scappati
e invece nasconderci nel pozzo. Che ne dici Anton?
-O.K. Prendo le corde, voi intanto chiudete e preparate una borsa
coi viveri.
Seguendo le istruzioni di Brando chiudo la "cabina di regia".
-Ma come mai non restiamo nascosti qui che mi sembra attrezzato?
-La risposta è: il lanciarazzi. Se decidono di saggiare
le cantine facciamo la fine del topo, si dice così, no?
-Ma nel pozzo non è uguale?
-Non ho tempo ora di spiegarti, vedrai... Ma spicciamoci, andiamo
in cucina.- E intanto che spingo la sua carrozzella mi chiedo se quelli
là fuori cerchino me o loro, preferirei che cercassero loro, sono
più abituati, mi dico, a questa vita da prede. Poi mi pento, mi
hanno invitato pensando che fossi in pericolo... Penso anche a Nilde che
fa la stessa vita braccata e a mia madre, a mio padre, ad amici e fratelli.
Potrei fare una vita alla macchia, una vita randagia, senza mai potermi
fidare? Un tempo avrei risposto, sicuro, che in ogni terra avrei trovato
la mia terra e, affondate solide radici, avrei steso i miei rami al sole.
Oppure avrei detto che mai niente mi avrebbe allontanato dall'humus fecondo
in cui ero germogliato. Ma la maturità mi aveva dato la capacità
di dubitare, di tutto.
-Ferma, ferma!
-Sì scusa ero soprappensiero- torno indietro di qualche
passo ed entriamo in cucina, qui seguendo le sue indicazioni in pochi secondi
riempio una borsa di viveri. Orlov ci raggiunge con due sacche in pvc ed
una bracciata di imbraghi e di tute, pigiamo i sottotuta di pile e le mimetiche
in una sacca, nell'altra il cibo e indossati gli imbraghi corriamo fuori,
io porto le borse Orlov regge tra le braccia Brando.
* * *
Siamo scesi sul fondo del pozzo in corda doppia, senza problemi.
Brando è sceso dopo di me, lo ha calato Anton ed io l'ho aiutato
a stare a galla finché non si è tolto l'imbrago; poi, nell'acqua
gelida, mi è sembrato molto più a suo agio di quanto mi aspettassi,
per lo meno più di me, che dopo pochi secondi tremavo come un levriere
italiano. A meno di un metro sotto il pelo dell'acqua ,un breve cunicolo
orizzontale ci ha condotti in una specie di tondeggiante piscina sotterranea,
completamente buia. Con qualche bracciata siamo arrivati, gelati, ad una
banchina di qualche metro quadrato appoggiata ad una piccola nicchia scavata
nella parete di roccia.
Orlov in pochi minuti ci ha organizzati. Asciutti e vestiti abbiamo
fatto ipotesi sull'origine di quel manufatto che loro hanno scoperto ripristinando
il pozzo: cisterna per l'acqua piovana? Ma il clima della zona non sembra
esigere cautele del genere... È vero che quel versante della collina
non ha sorgenti, contrariamente a quello opposto, quindi forse si giustificherebbe...
Ma perché nasconderne così bene l'esistenza?
* * *
Sto sorseggiando un delicato tè russo con il quale sono
deliziosi, a sentire Brando, dei biscotti morbidi, di segale, al miele,
ricchi di spezie, tipici della Transilvania ungherese, intanto, pensandoci,
ci scotenniamo un salamino piccante e delle gallette del Cementificio Italiano.
Nel buio, dopo quella sulla pasticceria, Brando prova ad avviare
una conversazione sullo scenario economico europeo nella prospettiva di
un allargamento della C.E.E. ai paesi ex-socialisti, ma pian piano si deve
arrendere e le gocce sonore tornano padrone del tempo, libere di espandere
la loro eco da una parete all'altra.
* * *
Le ossa protestano dopo quattro ore su questa pietra sbozzata
e, nel silenzio che è sceso tra noi, la caverna sussurra, non è
più solo un gocciolare corposo; cigolii, brevi ansimi, gorgoglii,
impastati di eco e coi nostri respiri sono quasi frasi smozzicate, che
si rincorrono lungo le pareti, mentre la vescica tesa mi dà un dolore
diffuso, maledetto tè.
-Cerco rifugio presso il Signore degli uomini,- Brando interrompe
il rosario incessante della cisterna. -il Re degli uomini, il Dio degli
uomini, contro le malvagità del bisbigliatore che si ritrae, che
bisbiglia nei cuori degli uomini, contro i ginn e contro gli uomini.
-Bene siamo arrivati ai quiz a quanto pare. Ma il premio? Un
materassino?- Sono caustico e non dovrei, in fin dei conti lui è
più scomodo di me: non può neppure appoggiarsi alle gambe
per distribuire il peso.
-Sûra centoquattordici o sûra degli uomini, è
con essa che si chiude il Libro.- Orlov ha parlato con un'ombra di rispetto
nella voce.
-Ragazzi- e mi alzo in piedi -mi dispiace distogliervi dalle
vostre discussioni teologiche, ma che sia il bisbiglìo o il the,
io devo pisciare, non ce la faccio più!
-Con tutta quest'acqua di cosa ti preoccupi? Non sarà
il tuo mezzo litro a farci venire i reumatismi. Che ne dici Anton?
-Sì ma poi ci dobbiamo nuotare...- obietto debolmente.
Qualcosa mi tocca la spalla, è Orlov: -Tieni usa questa.- La bottiglia
vuota dell'acqua.
-Grazie.- La stappo e mi accingo...
... ma l'idea che mi sentano mi ha congelato...
... anche nei cessi pubblici mi succede così, se c'è
qualcuno vicino... ahaaaaaaaa.
* * *
Sono stato il primo ad usare la bottiglia, ma non l'unico. Mi
sembra che questa esperienza debba cambiare qualcosa nella nostra amicizia,
che finora ha corso sui leggeri pendii dei comuni interessi, sotto la lieve
brezza dell'ironia e del disincanto; intanto, per certo, ho scoperto degli
aspetti della personalità di Orlov che non conoscevo, una delicatezza
ed un'attenzione per gli altri che non emergono facilmente dalla scorza
di ruvida amichevolezza che mostra abitualmente.
Un altro spuntino, tanto per ingannare il tempo; ma io mi tengo
leggero: non so come me la caverei a cagare in bottiglia.
-Chissà la casa, se la distruggeranno...- Il tono quasi
doloroso di Orlov mi stupisce, sembrava tanto poco interessato alla casa
e all'arredamento, tanto che Brando si sfogava a parlarne con chiunque
gli desse retta.
-"Tenere la ciotola colma- Sussurra Brando nel buio cambiando
posizione
-è meglio rinunciarvi,
lama battuta e affilata
a lungo non dura,
tesoro d'ori e di gemme
nessuno lo conserva,
chi ricco e potente diventa superbo
verso la rovina si avvia,
ad opera compiuta, a nome formato,
ritrarsi è il dettame del tao."-
-Fanculo, ormai sarà buio pesto- più che irato
è stanco il tono di Anton adesso -è ora di muoversi, prima
che il nostro filosofo ci spappoli il cervello con i suoi vibratori mentali.
Cazzo! La stessa citazione te l'ho sentita fare in dieci occasioni diverse.
-Ma scusa- intervengo -Prima mi sembravi d'accordo con la citazione
del Corano, è solo il taoismo che ti dà noia?
-No, quello che mi dà noia è che questo pirla non
si lasci mai andare a mostrare le sue emozioni; a tutto deve sempre trovare
antidoti intellettuali, speravo che finito il lavoro finissero anche le
sue pose, invece è peggiorato, sembra il paginone culturale di Repubblica.
Brando tace e nel silenzio che segue comincio a sentire Orlov
che si spoglia. Che faccio mi spoglio anch'io, si esce tutti? Ma come saliamo?
Ci mancavano anche i problemi di coppia. D'altronde per Brando rimanere
paralizzato dev'essere stato un bel colpo, se non prendi un po' le distanze
dalla vita e dalle emozioni come incassi?
L'avvicinarsi dell'azione sta calmando l'irritazione di Anton,
sento, dai rumori, che si muove più attento e la sua voce quando
riprende a parlare è quasi normale.
-Sei pronto? Io vado, tu seguimi tra un minuto. Ah dimenticavo:
vicino all'uscita dalla cisterna troverai un tubo, portalo fuori con te.-
E il bulgaro s'infila in acqua senza quasi un'increspatura.
Brando lo segue con la luce della torcia mentre attraversa la
cisterna e poi mentre cerca il cunicolo. Il raggio di luce mi indica la
meta così la mia traversata è diretta, ma quando arrivo tremo
come un cartone animato. Un tubo massiccio è appoggiato alla parete,
l'afferro, prendo fiato tre volte e contraggo tutti i muscoli di cui mi
ricordo per scaldarmi, poi passo. Dev'essere già alta la luna, un
chiarore cinereo cola lungo il pozzo. Orlov è già a metà
strada; sale regolare, le gambe divaricate fanno pressione sulle pareti
mentre con le braccia solleva, obliqua, una sbarra che poi incastra quasi
orizzontale tra le pietre ed afferrandosi ad essa si alza con un movimento
fluido, poi di nuovo allarga le gambe e appoggiandosi ad esse disincastra
la sbarra e solleva le braccia... Se cade mi sfracella. Devo imitarlo se
non voglio morire di freddo.
* * *
È stato più facile di quanto credessi, ma ora sono
accucciato, tremante, nell'ombra di un sambuco, nudo come un verme, in
preda a un attacco di diarrea, non mi sono neppure accorto quando ho perso
le mutande e comunque non farebbero una gran differenza... Brando, beato
lui, se ne sta tranquillo e vestito ad aspettare nostre notizie, per un
istante lo invidio, poi rifletto: se succede qualcosa a noi nessuno sa
che lui è laggiù... Se Anton non si fa vivo subito mi metto
a correre, non resisto più. Il suo richiamo mi libera dall'immobilità
e mi proietta verso casa. Lo trovo fermo davanti alla porta che osserva
tre strisce di carta gommata piene di timbri e di firme. Hanno posto sotto
sequestro la casa!
* * *
Una settimana dopo, davanti al camino acceso siamo in quattro
ed aspettando il quinto sorridiamo dell'avventura passata. Dopo esserci
bene accordati sulla versione da fornire, Brando ed io abbiamo chiarito
con la polizia ed il magistrato la situazione, mentre Orlov fingeva di
non capire l'italiano; solo, vorrei sapere perchè, mentre io ho
passato quattro ore in questura a rispondere a poche domande, ma ben ripetute,
Brando se l'è cavata in mezz'ora. Evidentemente non so rispondere.
A quanto pare siamo stati salvati dall'operazione "boschi puliti":
una carovana di camion che andava a caricare la spazzatura raccolta dai
volontari è passata dall'incrocio dove stava bruciando il furgone
telecomandato, si sono fermati e hanno chiamato i soccorsi, gli attaccanti
si sono subito defilati prima ancora di arrivare alla casa, che la polizia
ha sigillato solo perché, battendo la zona alla ricerca di testimoni,
l'hanno trovata aperta e deserta.
Io non partecipo molto alla conversazione, il polacco mi ha consigliato
di lasciar parlare lui; e lui ammannisce una versione ironica e colorita
del resoconto fornito alla polizia, senza nessun riferimento al nascondiglio
nel pozzo. Un segreto che si sappia in quattro è una leggenda, mi
aveva avvertito Anton prima di rivolgerci alle autorità. Così
tra una fetta di panpepato al cioccolato e un sorso di Recioto di Gambellara,
si parla di fuga nei boschi e di capanne di boscaioli; anche Anton sorseggia
in silenzio, annuendo e sorridendo a proposito. Questo signor Giorgio e
basta, consulente della DEA (ma lui non deve sapere che io so), sembra
l'anziano pensionato che fa il fattorino per la mia assicurazione e come
lui sembra saperla lunga sulla vita, non credo che se la sia bevuta, ma
non ci fa caso.
Finalmente arriva anche l'atteso Claudio e dopo qualche cazzeggio
si comincia a parlare di cose serie.
Giorgio, con questa sua faccia complice, ci riferisce che Mimì
"u verru" ha messo una taglia di cento milioni su tale Beatrice Ramondini:
morta. Intanto Turi Mazzone, il killer che doveva ucciderla, si è
messo sulle mie tracce per prendere due piccioni con una fava: primo, è
convinto che io sappia dov'è questa Ramondini e vuole finire il
suo lavoro, secondo, vuole farmi la pelle perché ha perso la vista
da un occhio a causa dell'acqua bollente.
Così è questo il suo nome: Beatrice Ramondini.
Non è che mi faccia impazzire... vuoi mettere Brunilde Montorsi,
come aveva detto di chiamarsi quando si presentò. Ma sento che la
mia colite si sta risvegliando, questo Mimì non è quello
che dava da mangiare i suoi nemici ai maiali e poi mandava i prosciutti
alle famiglie? Dovrei fare un giro al cesso, ma non voglio perdere qualcosa.
-Ma come mai a preparare l'attacco sono stati elementi dei servizi
italiani?- Si informa con nonchalance Orlov.
Su questo, a detta di Giorgio, pare che stia per scoppiare un
caso: un intero reparto, con le attrezzature più sofisticate in
dotazione, si offriva sul mercato al miglior offerente; ancora non si sa
se facessero solo operazioni di preparazione logistica, o se partecipassero
anche ad altro... certo che essere salvati dai boy scout... e a questo
punto ride guardando i miei ospiti dal basso con la testa china, filtrando
lo sguardo tra le folte ciglia, per un istante sembra levare un cartellino
giallo: ammonito!
Il secondo ospite, un giornalista addentro alle questioni di
mafia, mi aveva spiegato Brando, interviene nell'istante di silenzio come
se da un poco lo aspettasse.
-È in corso una lotta violenta, diretta e indiretta, cioè
non solo per eliminazione fisica, ma anche con delazioni anonime e attraverso
l'uso di pentiti; la posta è il controllo delle attività
turistiche in Lazio e Toscana, non solo come investimento ma soprattutto
per il lavaggio del danaro sporco che sta diventando sempre più
costoso e difficile far transitare dai più classici paradisi fiscali.
In questo contesto vari soldati della famiglia Mazzone sono scomparsi in
questi ultimi giorni e "u verru", che dapprima aveva sottovalutato
i pericoli della nuova situazione, in seguito anche alla defezione della
famiglia Pattanisi, pare, PARE, che abbia cambiato le priorità,
riorganizzando il nocciolo duro dei suoi fedeli per attaccare le famiglie
che fungono da collegamento tra il centro della nuova organizzazione ad
Augusta e la periferia, in modo da disarticolarla prima di colpirla al
centro. Perciò credo che lei e la sua fidanzata possiate prendervi
un bel periodo di vacanza, magari all'estero, senza problemi di nessun
tipo.
-Già, ma io non ho la più pallida idea di dove
sia, non sapevo neppure come si chiamasse fino a mezz'ora fa, pensi che
è stata mia dipendente per un anno senza che io sospettassi niente
e riguardo al fatto che sia la mia fidanzata, bisognerebbe che almeno lei
lo sapesse; io l'ho conosciuta come una cicciona di mezz'età fino
a dodici ore prima che scomparisse.
-Ah ma dunque lei non era la sua guardia del corpo... sono queste
le voci che circolano, già ma forse le ha messe in giro a bella
posta Turi per non fare troppo brutta figura...
Si discorre ancora un poco di quello che si dice ed io mi sento
rincuorato: se un killer mi ha preso per una guardia del corpo, insomma
non sono ancor pronto per la discarica. Sulla mia lapide: fu al suo meglio
quando gli toccò morire. A scherzarci sopra mi passa anche la colite.
Intanto, tra una chiacchiera e l'altra, si è fatto tardi e i nostri
ospiti si accomiatano.
Appena chiusa la porta Orlov e Brando si scambiano un'occhiata
e un sorriso e mentre il primo passa con un rivelatore di congegni elettronici
la poltrona del giornalista e i suoi paraggi, il secondo controlla con
la telecamera esterna i nostri ospiti fino a che si chiude il cancello
dietro di loro.
-È tutto pulito Brando,- fa Anton ad alta voce, poi rivolto
a me chiede :-Non è andato in bagno vero?
Io sono rimasto sul divano e, chino in avanti, recupero tra le
fessure dell'antico tavolinetto le briciole di hashish che George ha lasciato,
confezionando quel cannone da una spanna che poi non passava mai.
-Hai colto una parte dei paradossi della serata: l'uomo dell'antidroga
ce l'ha portata! Non ho potuto spiegarti tutto prima, perché temevo
che non saresti stato naturale: abbiamo convocato un esperto di mafia non
per sapere, ma per far sapere che tu non sai dov'è la bella Nilde.
Faccio l'imperturbabile e continuo a raggranellare briciole dalle
fessure e dagli intagli con la mia piccola pattada, finche vedo un'ombra
di preoccupazione per il tavolino negli occhi di Brando e butto lì:
-Tu invece lo sai, vero?- Proprio mona quel George, ci sarà mezzo
grammo di nero sul tavolino, va bene che non l'avrà pagato... Capita
di rado che io riesca a prendere in contropiede il polacco, e quando mi
succede mi gusto quel secondo di stupore nel suo sguardo; per quanto sia
un amico, sa così tante lingue ed è sempre così pronto
a tutto, che il mio amor proprio non mi permetterebbe di frequentarlo senza
queste piccole soddisfazioni.
Orlov, con quell'aria assente che gli riesce tanto bene che ci
si dimentica di lui, sta facendo sparire le tracce degli ospiti quasi con
accanimento, come fossero stati sporchi o infetti; ma un sorriso leggero,
che non si saprebbe dove localizzare sul suo viso di granito sbozzato,
squarcia il velo della sua assenza. Ci scambiamo, un istante, uno sguardo
complice.
Era un po' che non fumavo, mi sto perdendo nelle sfumature, o
si dilata il tempo?
-Come hai fatto a capire che so dov'è la tua assistente?-
interviene Brando interrompendo le mie riflessioni -Non dirmelo,
ho sbagliato mettendo il tu quando poteva essere sottinteso e tu l'hai
ben interpretato.
-Boh. Forse. Si mi sembra che in italiano, parlando, sovente
si sottintenda il verbo... Ma non saprei spiegarti: è stata una
sensazione. Ma dov'è Nilde?- Mhmm dovrei chiamarla Beatrice ora
che finalmente conosco il suo nome ma proprio non mi viene.
-In un paese della Carnia, dov'è ospite di un maresciallo
dei Carabinieri; ufficialmente è una sua nipote che deve rimettersi
da un esaurimento nervoso.
In poche battute Brando mi aggiorna sulle informazioni che hanno
ottenuto. Mi sembra di cogliere un certo compiacimento nelle sue parole
e la cosa mi irrita un poco, per lui tutto è un gioco o una sfida.
Se loro con un paio di milioni ci sono arrivati... Non finisce la frase
ed io non lo aiuto, Anton sta shakerando alcool della Carlo Erba con latte
di cocco e ghiaccio, io ho finito di confezionare un cannino e me lo accendo.
Così tra fumi reali e metaforici cominciamo a mettere a punto un
piano per verificare la sicurezza della copertura di Nilde. E mentre si
parla la sua presenza si fa più viva e vicina, il desiderio della
sua testa appoggiata al mio petto si alimenta della brevità per
cui vi è rimasta; mi sembra così lontano e felice il tempo
in cui stavamo insieme in negozio, con una consapevolezza incompleta uno
dell'altra. E poi una sensazione di vuoto alla pancia, la prospettiva concreta
di rivederla mi ripropone il malessere e la paura dei rapporti consumati
dall'abitudine e dai rancori, dalle gelosie e dalla supponenza. Ci fosse
almeno un esempio di coppia con cui identificarsi... Ma così perdo
il filo dei progetti che si vanno delineando, allora ricapitolando: qualche
giorno sul Weissensee, tanto per accertarci che non ci seguano e comunque,
per meglio mimetizzare le nostre tracce, noleggeremo poi una macchina austriaca,
con cui rientreremo in Italia da un valico diverso rispetto all'andata,
per recarci finalmente nel paese dell'Alto Tagliamento dove si nasconde
la Nilde, a controllare l'efficacia delle misure di sicurezza. Mi sembra
che i miei amici siano proprio curiosi di conoscere finalmente la "mia
fidanzata" come dice senza un filo d'ironia il polacco...
* * *
La vacanza andrebbe benissimo se io non fossi diventato da qualche
mese vegetariano. Non è che la morte di un vitello mi commuova di
più di quella delle venti piantine di basilico che servono per fare
una tazza di pesto, ma la correlazione tra Encefalopatia Spongiforme Bovina
e sindrome di Creutzfeld-Jacob mi ha costretto a correre ai ripari, non
vorrei mai che qualcuno si commuovesse sulla mia sorte. Vedo, andando a
trovare mia madre nel ricovero che la ospita, le manifestazioni delle più
diverse cause di demenza senile e nessuna mi alletta, ma quasi tutte danno
dei momenti di quasi lucidità: sporadici, fasulli, ingannatori,
ma che pure aiutano i parenti ed i volontari a trovare un senso al loro
prodigarsi. Quasi tutte, non la C-J.
Anton e Brando se ne fregano della mucca pazza o meglio, forse,
Brando se ne frega e Anton lo segue, come lo seguirebbe all'inferno, per
cui mentre io continuo a mangiare insalate e patate lubrificate con il
limpido olio che usano da queste parti, loro ingollano teneri arrosti e
aromatici stracotti e spezzatini guarniti e croccanti Wienerschnitzel;
stronzi!
Per fortuna ci sono la birra di grano e le trote (saranno di
allevamento? gli daranno mangimi di origine bovina? mi sa che divento vegetariano
integrale...) e in qualche modo evitando le insidie del menù, passano
i tre giorni che ci eravamo dati per scoprire se siamo controllati.
* * *
Il paese, assestato su un poggio morenico all'imbocco di una
convalle, è piccino, le case né antiche né nuove,
la strada lo percorre tortuosa e stretta senza un chiaro perché.
Intorno all'abitato pascoli e boschi, recinti scarsi. Abbiamo percorso
una piccola strada lungo una valle meravigliosa per venire fin qui, l'abbiamo
allungata ma anche Anton e Brando ne sono entusiasti e progettano future
vere vacanze da queste parti.
L'albergo dove siamo alloggiati è pulito e ordinato e
sconsolante. Come le sue colazioni. Gli altri turisti sono quasi tutti
anziani o mamme con neonati con neononna al seguito.
La situazione logistica di Nilde sembra buona: la palazzina dove
abita è alla sommità della collina, circondata da qualche
metro di giardino recintato ha davanti un piazzale, contornato da
poche case basse. Alle spalle della stazione dell'Arma, il campo sportivo
occupa l'unica spianata del paese. Il piano terreno dell'edificio ospita
gli uffici, il primo piano gli alloggiamenti dei carabinieri di leva; al
secondo piano, nell'appartamento del maresciallo-zio, ha una camera Nilde.
Non è possibile avvicinarsi senza essere visti, né si può
sparare a qualcuno al secondo piano a meno che si affacci alla finestra.
I giorni passano lenti, quasi ogni pomeriggio piove; la nostra
sorveglianza non ci ha evidenziato crepe nelle misure di sicurezza e questo
ci rassicura, ma allo stesso tempo un poco ci delude, non siamo mai riusciti
a vedere Nilde, neppure passare un momento dietro le finestre... sarà
poi vero che sta qui?
A forza di scherzarci su credo di avere instillato il dubbio
anche in Brando; così dopo una settimana decidiamo che non c'è
sugo a rimanere, oltretutto i ristoranti della zona sono poco meno che
deprimenti.
Nell'aria tiepida della mezza mattina stiamo facendo colazione
davanti all'unico bar che ha brioches di pasticceria, i bagagli sono pronti,
non ci rimane che caricarli e partire. Ma una carovana di giostrai arriva
in paese scorrendoci davanti con i camion carichi delle loro strutture
colorate e tutto si ferma davanti a noi perché un autotreno non
riesce a fare la curva per imboccare la traversa che porta al piazzale
della caserma. In un momento l'aria si riempie dei fumi dei diesel, di
grida, di gente che sale e che scende dai mezzi bloccati; propongo di andarcene
ma vedo che i miei amici sono intenti ad osservare quel movimento e non
colgono la mia insofferenza. Poi inaspettatamente Brando mi chiede di accompagnarlo
a fare un giro mentre Orlov caricherà la macchina, poi controllerà
il piazzale davanti alla caserma dal bar-tabacchi che gli sta di fronte.
-Non ti preoccupare- scandisce con cura il polacco - È
solo un sospetto ma visto che siamo qui sarebbe stupido non approfondire.-
Orlov annuisce e si china a togliere il freno di destra dalla carrozzina,
Brando lo toglie a sinistra e a me non rimane che mettermi a spingerla.
Se almeno avessimo portato quella a motore! Su queste salite gli ottanta
chili di Boitani minacciano di travolgermi da un momento all'altro, ma
vedo che lui sfiora con le mani le ruote, evidentemente sta pronto a bloccarle.
Facciamo un giro largo e arriviamo sotto un noce, dove una panchina
solitaria costituisce la tribuna d'onore dello "stadio"; strada facendo
abbiamo preso un paio di giornali ed ora Brando legge la Bild Zeitung come
se ne dipendesse la sua vita.
Proprio alle spalle della caserma crescono in fretta l'autoscontro
e la giostra di seggiolini volanti: calcinculo lo chiamavamo da bimbi d'estate
sulle spiagge d'Abruzzo ed era una parola sola per me e a lungo tale rimase,
ha altri nomi l'ho sentito, ma nessuno mi rimane nella mente più
di un giro, forse due.
Non sono arrivato alla metà del mio Corriere che già
Brando ha finito e mi propone un giro del campo prima di andare con Orlov
a pranzare.
Frico e insalata per la quinta volta in otto giorni. Oramai
l'entusiasmo per la novità ha ceduto il passo ad un interesse per
le sfumature, per il confronto; mi consola solo il vedere che anche i miei
amici carnivori non hanno a loro disposizione una gran varietà.
Appena quelli del tavolo vicino si alzano Anton ci informa, con
aria preoccupata, che alcuni dei nuovi arrivati hanno girato ben bene il
paese perlustrando in particolare le strade che, dal parcheggio antistante
la caserma, portano verso la statale di fondovalle.
Anche Brando è del parere che si stia preparando un'azione,
decidiamo perciò di prendere una camera doppia per la notte e di
organizzare dei turni di guardia e di riposo tra me e Orlov; per fortuna
mi tocca il riposino. Le camere che avevamo, le più belle, sono
occupate: rimane una stanza stretta con i letti in fila ed un bagno sacrificato
con un gradino sulla soglia. Brando viene in camera con me, lo vedo scrivere,
nella penombra, sul tavolino vicino alla finestra, fino a che mi addormento.
Mi sveglia verso le sei il vento che forse annuncia un temporale,
ancora il polacco sta scrivendo, appena sono in piedi mi chiede, con un'aria
quasi contrita, se per piacere posso accompagnarlo in bagno perché
da solo, chiaramente, non riesce ad entrare.
L'appuntamento con Anton è alle sette; mi preparo ad andarci
da solo, sarebbe scarsamente credibile una passeggiata sotto la pioggia
in carrozzella. Sono in anticipo e Brando forse cogliendo il mio nervosismo
-Sai in questi giorni ho letto di due fatti di cronaca avvenuti l'uno in
Italia l'altro in Germania che mi hanno colpito, due omicidi da parte di
amanti respinti che mi hanno fatto venire in mente una poesia di Bernardo
d'Aleppo, ricordi quel poeta siriaco...
-Certo quello dell'orchidea e del miele...
-Ecco ho provato a darne una traduzione moderna in italiano:
Eri una bella gnocca
diceva mio padre,
eri una bella gnocca
diceva mia madre,
eri una bella gnocca
dico anch'io,
perché non me la davi?
perché non me la davi?
ti ho uccisa perché non volevo
sentire la risposta.
-Fammela leggere un momento...
... Bella! mi commuove!... Sai devo avere letto anch'io il fatto di
cronaca che dici e mi colpì proprio come la vicenda sembrasse naturale,
semplice: squallida e normale come una frase fatta, come un proverbio.
-Ecco! Bruno sei geniale. Avevo dei problemi con il titolo che
nell'originale è un intraducibile gioco di parole. Giovedì
gnocca! Come quel vostro proverbio "martedì trippa, giovedì
gnocchi", che ne dici?
-Non sarà troppo leggero?
-Ma è proprio qui la denuncia, si sbudella una come si
mangia un piatto di gnocchi, senza neppure pensarci il tempo di una masticata.
-Oh son quasi le sette devo andare. Ciao, a più tardi.-
Mi chiudo la porta alle spalle e rifletto che se queste cose le scrivevano
nel quarto secolo a.c. probabilmente le pensavano anche i neandertaliani,
sconsolante.
-La pioggia è rada, ma il vento la scaglia in raffiche
orizzontali che frustano il viso nonostante l'ombrello che si imbizzarrisce
tra le mani, lo chiudo; una macchina dei carabinieri scende, con il lampeggiante
acceso, ma senza sirena, verso il fondo valle. Il cielo a occidente si
va rischiarando e in pochi minuti la pioggia si interrompe, lasciando folate
di aria mossa che salgono e scendono, come volessero in fretta asciugare
le strade.
Arrivo nel parcheggio davanti alla caserma, ma non trovo traccia
di Anton, proseguo allora lungo la strada sterrata che costeggia la recinzione
della caserma, a sinistra una casa bassa continua sul retro con pollaio
e fienile, a destra, dietro alla caserma, i giostrai stanno ancora lavorando,
il calcinculo è quasi completo, ma del bulgaro nessuna traccia.
Sto per tornare indietro quando sento fischiare debolmente una
musica. Cos'è? Sembra la marsigliese, ma non del tutto. Viene dal
fienile, si interrompe un momento e poi riprende, ecco! È la marsigliese
del lavoro! Dev'essere Orlov, è appassionato di inni e giusto un
tre o quattro mesi fa gli ho regalato una cassetta di inni anarchici. Getto
uno sguardo intorno prima di entrare nel cortile e dopo un attimo sono
dietro un muro di balle di paglia, al pianoterra del fienile, il bulgaro
atterra silenzioso davanti a me e concitato mi spiega che non c'è
un momento da perdere.
-Bruno, i cinque che perlustravano il paese stamani sono rientrati
al campo e si sono chiusi in una roulotte insieme con quello che sembra
il capo dei giostrai, poi due sono usciti e dopo una decina di minuti è
partita una pattuglia di carabinieri, secondo me l'hanno chiamata da qualche
parte con un falso allarme. Da quello che si può vedere dal fienile,
in caserma sono rimasti solo in due. Mi aspetto un attacco da un momento
all'altro. Sai sparare?-
-Non l'ho mai fatto...-
-Allora è inutile che ti lasci la mia... Senti non esporti,
controlla e basta, io vado a prendere Brando, penserà lui a qualcosa.-
E si allontana correndo con la leggerezza di un gatto.
Tra un momento può scatenarsi un attacco alla caserma
per uccidere Brunilde, o Caterina che sia, forse se mi giro due volte cado
dal letto e mi sveglio, forse non è che un sogno. Un certo movimento
intorno al gran fungo del calcinculo richiama la mia attenzione; hanno
legato una corda in alto ed ora un camion la tira, cadrà. È
caduta.
Comincia un concerto di urla che sembra la battaglia di Algeri.
Esco dal cortile come in un sogno, ora usciranno i carabinieri restanti
li falceranno sulla soglia. No, stanno già correndo verso di me
e mi sorpassano, è inutile che cerchi di spiegare qualcosa, senza
neppure pensarci mi metto a correre anch'io; il portone della caserma è
spalancato, dall'angolo opposto arrivano due uomini armati, mi butto dentro
e me lo chiudo alle spalle. Salgo le scale di corsa chiamando Brunilde,
ma al primo piano mi ferma una porta che impedisce l'accesso al secondo,
da sotto risuonano i colpi di un mitra e, mentre schiaccio furioso il campanello,
sento il portone di sotto cedere con uno schianto. Il piccolo uscio che
mi impedisce la strada si apre, mi butto dentro spostando la Nilde e chiudo
di corsa, sembra blindato. Non faccio in tempo a fare un sospiro che colpi
di mitra e imprecazioni si abbattono sulla piccola porta, trascino la causa
di questa tempesta fino al piano di sopra correndo, ma in cima alle scale
una donna con una mannaia da macellaio mi guarda con occhi sconvolti. Lascio
passare Brunilde che in qualche modo tranquillizza la moglie del maresciallo.
Possiamo salire. Corro ad affacciarmi ad una finestra e vedo arrivare la
nostra Volvo, si ferma dietro l'angolo della tabaccheria e subito ne scende
Orlov che si piazza in modo da tenere sotto tiro l'ingresso e la stradina
del fienile.
Si sente sparare sul retro, evidentemente non sono riusciti a
sorprendere i due ragazzi di leva. Con uno stridore di gomme arriva una
Range Rover, si ferma davanti all'ingresso ne scendono due di corsa, uno
porta in mano qualcosa... il solito lanciarazzi! Hanno fatto un investimento
e devono ammortizzarlo. Non c'è porta blindata che tenga a questo
punto. Un boato scuote l'edificio, mi affaccio alle scale e vedo la luna,
manca una sezione di muro di qualche metro, mi sporgo un poco e vedo nella
porta blindata un buco di dieci centimetri, evidentemente il razzo ha traversato
la porta senza trovare abbastanza resistenza da esplodere ed è esploso
solo quando ha incontrato il muro.
Ma Nilde mi chiama alla finestra, Orlov deve aver liquidato l'autista
della Rover perché, in bella vista, mi sta facendo dei segni: di
scendere dalla finestra sulla stradina che lui mi copre, io capisco così,
ma saranno sette o otto metri, anche Bubka, per sei, c'ha il suo bel materassone!
Un secondo boato sale alla testa attraverso le gambe prima ancora di arrivare
alle orecchie, afferro la mano di Nilde e corro verso la finestra in fondo
al corridoio ma la finestra mi cade addosso ed un palo dall'esterno punta
ora contro il soffitto. Orlov mi fa cenno di spicciarmi, deve avere divelto
l'asta della bandiera in cortile. Ci buttiamo a cavalcioni del palo e scivoliamo
a terra in un attimo, Anton sta sparando contro la finestra quando noi
ci rialziamo; sembra, dopo i razzi ed i colpi dei mitra, che stia usando
una pistola giocattolo, ma un urlo dall'alto mi dice che non è così.
* * *
Non ricordo come siamo arrivati alla macchina, so che le gambe
mi tremano e la lingua è impastata. Brando sta parlando al telefono
con qualcuno che conosce, in non so quale comando. Orlov guida con prudenza
lungo la strada panoramica che percorre le cime. Nilde mi tiene le braccia
al collo, la testa è appoggiata alla mia guancia e piange in silenzio
come la luna, in questa limpida notte dopo il temporale potremmo tutti
essere Pierrot.
-Coraggio amore, è finito tutto- Cerco di tranquillizzarla,
ma mentre la accarezzo mi accorgo che anche le braccia, ancora, mi tremano
tutte.
-Ma no, scemo io piango di felicità, e spero sia appena
cominciata.
* * *
fine
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