5. TEMPO E STORIA
Oh gentiluomini, la vita è breve... Se viviamo, viviamo per
camminare sulla testa dei re.
Shakespeare, Enrico V
125. L'uomo, «l'essere
negativo che è
unicamente nella misura in cui sopprime l'Essere»
è
identico al tempo. L'appropriazione da parte dell'uomo della propria
natura è anche il suo appropriarsi del dispiegarsi
dell'universo. «La storia è essa stessa parte
reale della
storia naturale, della trasformazione della natura nell'uomo»
(Marx). Al contrario, questa «storia naturale» non
ha altra
esistenza effettiva che attraverso il processo di una storia umana,
della sola parte che ritrova questo tutto storico, come il telescopio
moderno la cui portata raggiunge nel
tempo
la fuga delle nebulose alla periferia dell'universo. La storia
è
sempre esistita, ma non sempre in forma storica. La temporalizzazione
dell'uomo, come si effettua attraverso la mediazione di una
società, è uguale a un'umanizzazione del tempo,
li
movimento incosciente del tempo si manifesta e diventa vero nella
coscienza storica.
126. Il movimento propriamente
storico, sebbene ancora
nascosto,
inizia nella lenta e impercettibile formazione della «natura
reale dell'uomo», questa «natura che nasce nella
storia
umana nell'atto generatore della società umana»,
ma la
società che è arrivata allora a padroneggiare una
tecnica
e un linguaggio, se essa è già il prodotto della
propria
storia, non ha coscienza che di un presente perpetuo. Ogni conoscenza,
limitata alla memoria dei più anziani, vi è
sempre
portata da viventi.
Né
la morte né la procreazione sono comprese come una legge del
tempo. Il tempo resta immobile, come uno spazio chiuso. Quando una
società più complessa viene a prendere coscienza
del
tempo, il suo lavoro è piuttosto quello di negarlo,
perché essa vede nel tempo non ciò che passa, ma
ciò che ritorna. La società statica organizza il
tempo
secondo la propria esperienza immediata della natura, sul modello del
tempo ciclico.
127. Il tempo ciclico
è già dominante
nell'esperienza dei popoli nomadi, perché sono le stesse
condizioni che essi ritrovano ad ogni momento del loro passaggio: Hegel
nota che «l'errare dei nomadi è soltanto formale,
perché è limitato a degli spazi
uniformi». La
società che, fissandosi localmente, dà allo
spazio un
contenuto mediante la strutturazione di luoghi individualizzati, si
trova in tal modo imprigionata all'interno di questa localizzazione. Il
ritorno temporale in simili luoghi è ora il puro ritorno del
tempo nello stesso luogo, la ripetizione di una serie di gesti. Il
passaggio dal nomadismo pastorale all'agricoltura sedentaria e la fine
della libertà pigra e senza contenuto, l'inizio della fatica
e
del lavoro. Il modo di produzione agricolo in generale, dominato dal
ritmo delle stagioni, è la base del tempo ciclico pienamente
costituito. L'eternità gli è interiore:
è, in tale ambito, il ritorno dell'identico. Il mito
è la
costruzione unitaria del pensiero che garantisce tutto l'ordine cosmico
attorno all'ordine che questa società ha già di
fatto
realizzato entro le proprie frontiere.
128. L'appropriazione sociale
del tempo, la
produzione dell'uomo mediante il lavoro umano, si sviluppano in una
società divisa in classi. Il potere che si e costituito al
di
sopra della penuria della società del tempo ciclico, la
classe
che organizza questo lavoro sociale e si appropria del suo plusvalore
limitato, si appropria ugualmente del plusvalore temporale
della sua organizzazione del tempo sociale: essa possiede per
sé
stessa soltanto il tempo irreversibile del vivente. La sola ricchezza
che può esistere concentrata nel settore del potere per
essere
materialmente spesa in una festa sontuosa, si trova anche spesa come
dilapidazione di un tempo
storico della superficie della società.
I proprietari del plusvalore storico detengono la conoscenza e il
godimento degli avvenimenti vissuti. Questo tempo, separato
dall'organizzazione collettiva del tempo che predomina con la
produzione ripetitiva della base della vita sociale, scorre al di sopra
della propria comunità statica. E' il tempo dell'avventura e
della guerra, in cui i padroni della società ciclica vivono
la
loro storia personale; ed è ugualmente il tempo che appare
nell'urto fra comunità straniere, la crisi dell'ordine
immutabile della società. La storia sopraggiunge dunque
davanti
agli uomini come un fattore estraneo, come ciò che non hanno
voluto e contro cui si credevano al riparo. Ma per questa via, ritorna
indirettamente anche l'inquietudine
negativa dell'umano, che era stata all'origine stessa di tutto lo
sviluppo che si era addormentato.
129. Il tempo ciclico
è in se stesso il
tempo senza conflitto. Ma il conflitto è ben presente in
quest'infanzia del tempo: la storia lotta inizialmente per essere la
storia nell'attività pratica dei padroni. Questa storia crea
superficialmente dell'irreversibile; il suo movimento costituisce il
tempo stesso che esso esaurisce, all'interno del tempo inesauribile
della società ciclica.
130. Le
«società fredde» sono
quelle che hanno rallentato al massimo la loro parte di storia; che
hanno mantenuto in un costante equilibrio la loro opposizione
all'ambiente naturale e umano, e le loro opposizioni interne. Se
l'estrema diversità delle istituzioni costituite a questo
fine
testimonia della plasticità dell'autocreazione della natura
umana, questa testimonianza appare evidentemente solo per l'osservatore
esterno, all'etnologo venuto
dal tempo storico. In ognuna di queste società, una
strutturazione definitiva ha escluso il cambiamento. Il conformismo
assoluto delle pratiche sociali esistenti, con le quali si trovano per
sempre identificate tutte le possibilità umane, non ha altro
limite esterno che quello della paura di ricadere
nell'animalità
senza forma. Qui, per restare nell'umano, gli uomini devono rimanere se
stessi.
131. La nascita del potere
politico, che sembra
essere in relazione con le ultime grandi rivoluzioni della tecnica -
come la fusione del ferro, alle soglie di un periodo che non
conoscerà più sconvolgimenti in
profondità fino
all'apparire dell'industria - è anche il momento nel quale
incominciano a dissolversi i legami di consanguineità. Da
quel
momento, la successione delle generazioni esce dalla sfera del puro
ciclo naturale per divenire avvenimento orientato, successione di
poteri. Il tempo irreversibile è il tempo di colui che
regna; e
le dinastie sono la sua prima misura. La scrittura è la sua
arma. Nella scrittura, il linguaggio raggiunge la sua piena
realtà indipendente di mediazione fra le coscienze. Ma
questa
indipendenza è identica all'indipendenza generale del potere
separato, come mediazione che costituisce la società. Con la
scrittura compare una coscienza che non è più
contenuta e
trasmessa nella relazione immediata dei viventi: una memoria impersonale,
che è quella dell'amministrazione della società.
«Gli scritti sono i pensieri dello Stato; gli archivi la sua
memoria» (Novalis).
132. La cronaca è
l'espressione del tempo
irreversibile del potere, e anche lo strumento che mantiene la
progressione volontaristica di questo tempo a partire dal suo tracciato
precedente, perché questo orientamento del tempo deve
fondersi
con la forza di ogni potere particolare e ricadere nell'oblio
indifferente del tempo ciclico conosciuto dalle masse contadine che,
nel crollo degli imperi e delle loro cronologie, non cambiano mai. I possessori della storia
hanno introdotto nel tempo un
senso:
una direzione che è anche un significato. Ma questa storia
si
svolge e soccombe a parte; essa lascia immutabile la società
profonda, perché è propriamente ciò
che rimane
separato dalla realtà comune. E' il motivo per cui la storia
degli imperi d'Oriente si riduce per noi alla storia delle religioni:
queste cronologie ricadute in rovina non hanno lasciato che la storia
apparentemente autonoma dalle illusioni che le avviluppavano. I padroni
che detengono la proprietà
privata della storia,
sotto la protezione del mito, la detengono essi stessi anzitutto nella
forma dell'illusione. In Cina e in Egitto hanno avuto a lungo il
monopolio dell'immortalità dell'anima: come le loro prime
dinastie riconosciute sono l'ordinamento immaginario del passato. Ma
questo illusorio possesso dei padroni è anche tutto il
possesso
possibile, al momento, di una storia comune e insieme della loro
propria storia. L'estensione del loro potere storico effettivo procede
insieme a una volgarizzazione del possesso mitico illusorio. Tutto
ciò deriva dal semplice fatto che è solo nella
misura in
cui i padroni si sono incaricati di garantire miticamente la permanenza
del tempo ciclico, come nei riti stagionali degli imperatori cinesi,
che se ne sono essi stessi relativamente affrancati.
133. Affinché la
secca cronologia senza
spiegazioni del potere divinizzato, che parla ai suoi servitori,
cronologia che non vuole essere compresa se non come esecuzione terrena
dei comandamenti del mito, possa essere superata e divenire storia
cosciente, è necessario che la partecipazione reale alla
storia
sia stata vissuta da gruppi estesi. Da questa comunicazione pratica fra
coloro che si sono
riconosciuti
come i possessori di un presente singolare, che hanno provato la
ricchezza qualitativa degli avvenimenti come attività
propria e
luogo proprio in cui vivevano - la loro epoca - nasce il linguaggio
generale della comunicazione storica. Coloro per i quali il tempo
irreversibile è esistito vi scoprono insieme il memorabile e la minaccia dell'oblio:
«Erodoto di Alicarnasso presenta qui i risultati della sua
inchiesta, affinché il tempo non elimini le opere degli
uomini...».
134. Il ragionamento sulla
storia è, inseparabilmente, ragionamento sul potere.
La Grecia è individuabile come un momento in cui il potere e
il
suo cambiamento si discutono e si capiscono, la democrazia dei padroni della società.
Là vi era l'opposto delle condizioni conosciute dallo Stato
dispotico, in cui il potere non regola mai i conti con se stesso,
nell'inaccessibile oscurità del suo punto più
concentrato: con la rivoluzione di palazzo, che la riuscita o il
fallimento mettono ugualmente fuori discussione. Tuttavia, il potere
condiviso delle comunità greche non esisteva che nella spesa
di una vita sociale, la cui produzione rimaneva separata e statica
nella classe servile. Solo coloro che non lavorano vivono. Nella
divisione delle comunità greche, e nella lotta per lo
sfruttamento delle città straniere, era esteriorizzato il
principio della separazione, che fondava interiormente ognuna di esse.
La Grecia, che aveva sognato la storia universale, non giunse a unirsi
di fronte all'invasione; e neanche a unificare i calendari delle
proprie città indipendenti. in Grecia il tempo storico
è
divenuto cosciente, ma non ancora cosciente di se stesso.
135. Dopo la scomparsa delle
condizioni localmente
favorevoli che avevano conosciuto le comunità greche, la
regressione del pensiero storico occidentale non è stata
accompagnata da una ricostituzione delle antiche organizzazioni
mitiche. Nell'urto dei popoli del Mediterraneo, nella formazione e nel
crollo dello Stato romano, sono comparse delle religioni semistoriche
che sono diventate dei fattori fondamentali della nuova coscienza del
tempo e la nuova armatura del potere separato.
136. Le religioni monoteistiche
sono state un
compromesso fra il mito e la storia, fra il tempo ciclico dominante
ancora la produzione e il tempo irreversibile in cui si affrontano e si
ricompongono i popoli. Le religioni originate dal giudaismo
costituiscono la riconoscenza universale astratta del tempo
irreversibile che si trova democratizzato, aperto a tutti, ma
nell'illusione. Il tempo è orientato interamente verso un
solo
avvenimento finale: «Il regno di Dio è
vicino».
Queste religioni sono nate sul terreno della storia e vi si sono
stabilite. Ma là esse si mantengono ancora in opposizione
radicale alla storia. La religione semistorica definisce un punto di
partenza qualitativo nel tempo, la nascita del Cristo, la fuga di
Maometto, ma il suo tempo irreversibile - introducendo un'accumulazione
effettiva che potrà prendere nell'Islam la forma di una
conquista o nel cristianesimo della Riforma quella di una crescita del
capitale - viene ad essere di fatto invertito nel pensiero religioso
come un conto alla
rovescia:
l'attesa, nel tempo che diminuisce, dell'accesso all'altro vero mondo,
l'attesa del Giudizio finale. L'eternità è uscita
dal
tempo ciclico. E' il suo al-di-là. E' l'elemento che
sminuisce
l'irreversibilità del tempo, che sopprime la storia nella
storia
stessa, ponendosi, come puro elemento puntuale in cui il tempo ciclico
è rientrato e si è abolito, dall'altro lato del tempo
irreversibile. Bossuet dirà ancora: «E per mezzo
del tempo
che passa, noi entriamo nell'eternità che non
passa».
137. Il Medioevo, questo mondo
mitico incompiuto
che aveva la sua perfezione al di fuori di se stesso, è il
momento in cui il tempo ciclico, che regola ancora la parte principale
della produzione, è veramente eroso dalla storia. Una certa
temporalità irreversibile è riconosciuta
individualmente
a tutti, nella successione delle età della vita, nella vita
considerata come un
viaggio, un passaggio senza ritorno in un mondo il cui
senso è altrove: il pellegrino
è l'uomo che esce da questo tempo ciclico per essere
effettivamente il viaggiatore che segnatamente ognuno è. La
vita
storica personale trova sempre la propria realizzazione nella sfera del
potere, nella partecipazione alle lotte condotte dal potere e alle
lotte per la contesa del potere; ma il tempo irreversibile del potere
è diviso all'infinito, sotto l'unificazione generale del
tempo
orientato dell'era cristiana, in un mondo della fiducia armata,
dove il gioco dei padroni ruota attorno alla fedeltà e alla
contestazione della fedeltà dovuta. Questa
società
feudale, nata dall'incontro fra «la struttura organizzativa
dell'esercito conquistatore così com'è andata
sviluppandosi durante la conquista» e «le forze
produttive
trovate nei paesi conquistati» (L'ideologia tedesca)
- e bisogna comprendere nell'organizzazione di queste forze produttive
il loro linguaggio religioso - ha diviso il dominio della
società fra la Chiesa e il potere statale, questo a sua
volta
suddiviso nelle complesse relazioni di sovranità e di
vassallaggio delle amministrazioni territoriali e dei comuni urbani. In
questa diversità della vita storica possibile, il tempo
irreversibile che inconsciamente s'imponeva nella società
profonda, il tempo vissuto dalla borghesia nella produzione delle
merci, nella fondazione e l'espansione delle città, nella
scoperta commerciale della Terra - la sperimentazione pratica che
distrugge per sempre ogni Organizzazione mitica del cosmo - si
rivelò lentamente come il lavoro sconosciuto dell'epoca,
quando
la grande impresa storica ufficiale di questo mondo fallì
con le
Crociate.
138. Col declino del Medioevo,
il tempo
irreversibile che pervade la società è recepito,
dalla
coscienza legata all'antico ordine, sotto forma di un'ossessione della
morte. E' la malinconia della dissoluzione di un mondo, l'ultimo in cui
la sicurezza del mito equilibrava ancora la storia; e per questa
malinconia ogni cosa terrestre si avvia soltanto verso la sua
corruzione. Le grandi rivolte dei contadini europei sono anche il loro
tentativo di risposta
alla storia che li strappava violentemente al sonno
patriarcale, che aveva garantito la tutela feudale. E' l'utopia
millenaristica della realizzazione
terrestre del paradiso,
in cui ritorna in primo piano ciò che era all'origine della
religione semistorica, quando le comunità cristiane, come il
messianesimo giudaico da cui esse provenivano - risposte ai disordini e
alla sofferenza del tempo - attendevano l'imminente realizzazione del
regno di Dio e aggiungevano un fattore d'inquietudine e di sovversione
nella società antica, li Cristianesimo venuto a partecipare
al
potere nell'impero aveva smentito a suo tempo, come semplice
superstizione, ciò che sussisteva di questa speranza: questo
è il senso dell'affermazione agostiniana, archetipo di tutti
i satisfecit
dell'ideologia moderna, secondo la quale la Chiesa instaurata era
già da molto tempo quel regno di cui si era parlato. La
rivolta
sociale della classe contadina millenaristica si definisce anzitutto
naturalmente come una volontà di distruzione della Chiesa.
Ma il
millenarismo si esplica nel mondo storico e non sul terreno del mito.
Non sono le speranze rivoluzionarie moderne, come crede di mostrare
Norman Cohn in La
poursuite du Millenium [1],
ad essere degli strascichi irrazionali della passione religiosa del
millenarismo. Al contrario, è il millenarismo, lotta di
classe
rivoluzionaria parlante per l'ultima volta la lingua della religione,
ad essere già una tendenza rivoluzionaria moderna, alla
quale
manca ancora la coscienza di non essere che storica. I millenaristi
dovevano perdere perché non potevano riconoscere la
rivoluzione
come operazione propria. Il fatto che essi aspettavano per agire un
segno esterno della decisione di Dio è la traduzione in
pensiero
di una pratica in cui i contadini insorti seguono dei capi presi al di
fuori di loro stessi. La classe contadina non poteva raggiungere una
giusta coscienza del funzionamento della società, e del modo
di
condurre la propria lotta: è perché essa mancava
di
queste condizioni d'unità nella sua azione e nella sua
coscienza, che essa espresse il proprio progetto e condusse le proprie
guerre secondo le rappresentazioni del paradiso terrestre.
139. Il nuovo possesso della
vita storica, il
Rinascimento che trova nell'Antichità il suo passato e il
suo
diritto, porta in essa la rottura gioiosa con l'eternità. Il
suo
tempo irreversibile è quello dell'accumulazione infinita
delle
conoscenze, e la coscienza storica derivata dall'esperienza delle
comunità democratiche e delle forze che le insidiano,
può
riprendere con Machiavelli il ragionamento sul potere desacralizzato,
dirà l'indicibile dello Stato. Nella vita esuberante delle
città italiane, nell'arte delle feste, la vita si conosce
come
un godimento del passaggio del tempo. Ma questo godimento del passaggio
doveva essere esso stesso passeggero. La canzone di Lorenzo de' Medici,
che Burckhardt considera come l'espressione dello «spirito
stesso
del Rinascimento», è l'elogio che questa fragile
festa
della storia ha pronunciato su se stessa: «Com'è
bella
giovinezza/che si fugge tuttavia».
140. Il costante movimento di
monopolizzazione
della vita storica da parte dello Stato della monarchia assoluta, forma
di transizione verso il completo dominio della classe borghese, fa
apparire nella sua verità cosa sia il nuovo tempo
irreversibile
della borghesia. E' al tempo
di lavoro, per la prima volta affrancato dal ciclico, che
la borghesia è legata. Il lavoro è divenuto, con
la borghesia, lavoro
che trasforma le condizioni storiche.
La borghesia è la prima classe dominante per la quale il
lavoro
è un valore. E la borghesia che sopprime ogni privilegio,
che
non riconosce alcun valore che non derivi dallo sfruttamento del
lavoro, ha giustamente identificato col lavoro il proprio valore come
classe dominante, e fatto del progresso del lavoro il proprio
progresso. La classe che accumula la merce e il capitale modifica
continuamente la natura modificando lo stesso lavoro, scatenandone la
sua produttività. Ogni vita sociale si è
già
concentrata nella povertà decorativa della Corte, ornamento
della fredda amministrazione statale che culmina nel
«mestiere di
re»; e ogni particolare libertà storica ha dovuto
consentire alla propria morte. La libertà del gioco
temporale
irreversibile dei feudali si è consumata nelle loro ultime
battaglie, perdute con le guerre della Fronda o la sollevazione degli
Scozzesi per Carlo-Edoardo. Il mondo ha cambiato di base.
141. La vittoria della borghesia
è la vittoria del tempo profondamente
storico,
perché è il tempo della produzione economica che
trasforma la società, in permanenza e da cima in fondo. Per
tutto il tempo durante il quale la produzione agraria rimane il lavoro
principale, il tempo ciclico che resta presente al fondo della
società dà vita alle forze coalizzate della tradizione,
che freneranno il movimento. Ma il tempo irreversibile dell'economia
borghese estirpa queste sopravvivenze su tutta l'estensione della
terra. La storia che era apparsa fin qui come il solo movimento degli
individui della classe dominante, è dunque scritta come
storia
di avvenimenti, è adesso compresa come movimento generale,
e in questo severo movimento gli individui sono sacrificati. La storia
che scopre la propria base nell'economia politica conosce adesso
l'esistenza di ciò che era il suo inconscio, ma che tuttavia
rimane ancora l'inconscio che essa non può portare alla
luce. E'
solo questa cieca preistoria, una nuova fatalità che nessuno
domina, che l'economia mercantile ha democratizzato.
142. La storia che è
presente in tutta la
profondità della società, tende a perdersi alla
superficie. Il trionfo del tempo irreversibile è anche la
sua
metamorfosi in tempo
delle cose,
perché l'arma della sua vittoria è stata proprio
la
produzione in serie degli oggetti, secondo le leggi della merce. Il
prodotto principale che lo sviluppo economico ha fatto passare dalla
lussuosa rarità al consumo corrente è dunque la storia,
ma solo in quanto storia del movimento astratto delle cose che domina
ogni uso qualitativo della vita. Mentre il tempo ciclico anteriore
aveva sopportato una parte crescente di tempo storico vissuto da
individui e gruppi, il dominio del tempo irreversibile della produzione
tende ad eliminare socialmente questo tempo vissuto.
143. Così la
borghesia ha fatto conoscere e
ha imposto alla società un tempo storico irreversibile, ma
gliene rifiuta l'uso.
«C'è stata una storia, ma ora non c'è
più», perché la classe dei possessori
dell'economia, che non può rompere con la storia economica,
deve
anche reprimere come una minaccia immediata ogni altro impiego
irreversibile del tempo. La classe dominante, fatta di specialisti del possesso delle
cose,
che sono essi stessi, per questo, una proprietà delle cose,
deve
legare la propria sorte al mantenimento di questa storia reificata, al
permanere di una nuova immobilità nella storia. Per
la prima volta il lavoratore, alla base della società, non
è materialmente estraneo
alla storia, perché è ora mediante
la propria base che la società si muove irreversibilmente.
Nella rivendicazione di vivere
il tempo storico che egli produce, il proletariato trova il semplice
centro indimenticabile del proprio progetto rivoluzionario; e ognuno
dei tentativi fin qui falliti, di porre in atto questo progetto, segna
un possibile punto di partenza della nuova vita storica.
144. Il tempo irreversibile
della borghesia padrona
del potere si è dapprima presentato sotto il suo nome, come
un'origine assoluta, l'anno Primo della Repubblica. Ma l'ideologia
rivoluzionaria della libertà generale che aveva abbattuto
gli
ultimi resti dell'organizzazione mitica dei valori e ogni
regolamentazione tradizionale della società, lasciava
già
intravvedere la sua reale volontà, che essa aveva vestito
alla
romana: la libertà
di commercio
generalizzata. La società della merce, scoprendo allora che
doveva ricostruire la passività, che aveva dovuto mettere in
discussione sin dalle fondamenta per istituire il proprio puro regno,
«trova nel Cristianesimo col suo culto dell'uomo astratto...
il
complemento religioso più conveniente» (Il Capitale).
La borghesia ha concluso allora con questa religione un compromesso che
si esprime anche nella presentazione del tempo: abbandonato il proprio
calendario, il tempo irreversibile è tornato a modellarsi
sull'era cristiana
di cui continua la successione.
145. Con lo sviluppo del
capitalismo, il tempo irreversibile è mondialmente unificato.
La storia universale diviene una realtà, perché
il mondo
intero è raccolto sotto lo sviluppo di questo tempo. Ma
questa
storia che è la stessa contemporaneamente dappertutto, non
è ancora che il rifiuto infrastorico della storia. E' il
tempo
della produzione economica, ritagliata in frammenti astratti uguali,
che si manifesta su tutto il pianeta come lo stesso giorno.
Il tempo irreversibile unificato è quello del mercato mondiale,
corollario dello spettacolo mondiale.
146. Il tempo irreversibile
della produzione
è anzitutto la misura delle merci. Così dunque il
tempo
che si afferma ufficialmente nello spazio mondiale come il tempo generale della
società, manifestando solo gli interessi
specializzati che lo costituiscono, non è che un tempo
particolare.
1. N. Cohn, The Pursuit of the Millennium.
Revolutionary millenarians and mystical anarchists of the Middle Ages,
London 1957 (ed. rivista, 1970) [n.d.r.].