Joseph e Elizabeth Pennell
L'Italia in velocipede
Introduzione di Attilio Brilli
Traduzione di Simonetta Neri
Sellerio Editore, Palermo 2002
224 pagine
€ 8,00
ISBN 88-389-1786-8



«Qui su una collina appariva una villa bianca o un monastero a cui conduceva un lungo viale di maestosi cipressi; là emergevano le mura e i cancelli, fermi e indistruttibili, di castelli o fortezze scomparsi da tempo.
E' vero che spesso accade di vedere tutte queste cose in fretta, dai finestrini del treno in corsa. Ma solo seguendo il serpenteggiare della strada o i lunghi rettifili, come facevamo noi, fermandoci a nostro agio o rallentando, si può godere dell'intensa bellezza del paesaggio e provare gli stessi sentimenti degli uomini del passato che sapevano bene come rendere piacevoli i loro viaggi.».

Joseph e Elizabeth Pennell


Non so se vi sia mai capitato di avviarvi in bicicletta lungo una salita, tra Umbria e Toscana, carichi di bagaglio, magari sotto un cielo denso di nuvole che promettono pioggia, e di incontrare negli sguardi di chi vi osserva un misto di curiosità divertita e sentita disapprovazione.

Immaginate cosa potevano leggere negli occhi dei loro spettatori incontrati lungo la strada due giovani americani che nell'autunno del 1884 davano vita a un'inedita interpretazione del "Viaggio in Italia", percorrendo su un pioneristico triciclo il tragitto da Firenze a Roma. I due sono Joseph Pennell, disegnatore, illustratore e incisore all'epoca ventiquattrenne, e la sua compagna Elizabeth Robins, scrittrice e critico d'arte, a cui si deve la stesura di questo piacevole volumetto, intitolato in originale An Italian Pilgrimage.

Firenze, Empoli, Poggibonsi, Siena, Monte Oliveto, Montepulciano, Cortona, Perugia, Assisi, Spoleto, Terni, Civita Castellana e infine Roma, dove si fermeranno poi per tre mesi, sono le tappe dell'inconsueto viaggio. L'Italia che ritraggono si rivela ben diversa dalla terra irta di pericoli da cui li avevano messi in guardia gli amici, e il lettore può con loro "lasciare il freno" e farsi guidare lungo le sue strade, condividendo «quella gioia del vivere semplice che ci veniva dal salubre esercizio fisico all'aria aperta, e, penso, da niente altro».

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